Rapsodia

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Osteria Vecchia Pirri a Modena, Photo M. Meschiari.

Taurino è per sempre. Lo scrivevo poco fa a Pietro Silvestrini il Pana. Parlavamo di tempi bui e di come Madrid sia ancora e comunque una geisha che pizzica le corde dell’anima per ricordarti che tutto è effimero e al tempo stesso immerso nella grana un po’ agra delle cose. Taurino è per sempre. Vuol dire che anche se i momenti bui rovesciano inchiostro oleoso sui giorni e tirarsi via dal fosso è un’impresa titanica e sottile quasi sempre – sempre – la festa delle cañas e il tango silenzioso delle vie sono lì a ricordarti che qualcosa di vero e tenero e durissimo immancabilmente silenziosamente rimane. Il punto – ma dovrei dire la sottile linea rossa – è che taurino è per sempre. La corrida è una strana galassia di luoghi e persone che vanno da Vallecas a Istres e in mezzo ci sono tutte le notti che nemmeno tu ti ricordi per aver dormito in un letto singolo da qualche parte in un qualche giorno d’estate nella Vastissima Terra dei Tori. Le cose passano. Passano proprio. Ma dopo qualche tempo ti rendi conto che ganaderias e plazas e carteles sono una specie di orizzonte di colline polverose e accecanti come elefanti bianchi. Qualcosa in te vorrebbe abortire tutto e una voce distruttiva ulissiaca ti chiama per chiamarti fuori. Ma poi e invece e allora ci sono gli amici. Perché non ha senso la corsa senza amici. E forse – so di non osare – non hanno senso gli amici senza corsa. Quello che voglio dire è che la storia prende piste strane. Perché “La vita del ramingo viaggia su strane ruote. / Possiede stelle vicine e sogna pietra remote” . E allora forse la terra è cava e manca sotto i piedi. Ma il ruedo – il ruedo e la sua sabbia – sono una specie di landa intermedia in cui come nel palamito della memoria restano impigliati e presi i nodi attuali. Nodi sono ad esempio il compagnonaggio e le luci che misurano l’eternità gradino dopo gradino mentre il ghiaccio del gin tonic si scioglie. O il vagare per le vie e poi il taxi velocissimo a cercare occhi di donne perdute che fingono l’amore e bevono a poco a poco prima che faccia l’alba. Così. Sì. Così. No. Vado via. Invece no. Io resto. Perché l’arena è la vita. Matteo Nucci lui me lo ripete in continuo. Per ricordarmi che i tori sono metafora dell’esistenza. E Luigi Ronda lui sta costruendo la sua arena del cuore fatta di figli e piccola di cavallo e notturni nostalgicamente arlesiani. È tutto qui. La corrida sono le persone che ami. Nel silenzio e nell’addio. Nel ritrovarsi tacendo tutte le cose andate bene e andate male. Ma intanto i giorni in questo momento dell’anno si stanno allungando. Qualcosa nell’aria dice Ramos e San Isidro. Ci ritroviamo lì vero? Oltre le cose? Oltre le remore dei giorni?

 

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Río per César Rincón, Sebastián Castella, Miguel Ángel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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