Una plaza de toros a Torino

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di Paolo Benevelli

I torinesi di oggi non lo sanno, ma, nel 1961 si accarezzò l’idea di edificare anche a Torino un “Pueblo Español” come quello costruito a Barcellona per l’Esposizione di Barcellona del 1929, con torri moresche e case andaluse, sui terreni accanto a Italia ’61. 

A differenza di quello catalano, sarebbe dovuto essere un villaggio effimero, destinato a durare per i mesi dell’Esposizione, e a sfruttarne i visitatori. L’idea era venuta a un fantasioso imprenditore greco, ma il progetto finì nel peggiore dei modi. La STAMPA SERA del 6 ottobre 1960, scriveva: «Un gigantesco progetto per il periodo delle celebrazioni del 1961. A Torino 48 corride, con i più celebri toreri. Nella zona delle mostre verrà costruito un autentico villaggio spagnolo, con un’arena per ventimila spettatori – Una serie di spettacoli folcloristici faranno da sfondo alla suggestiva “Fiesta nacional” – La grandiosa iniziativa costerà un miliardo. Un angolo della Spagna tradizionale, folcloristica e romantica sorgerà sulle sponde del Po, nella zona di corso Polonia, nel periodo dalle celebrazioni pei il centenario dell’unità d’Italia. Su una superficie di 66 mila metri quadrati, sarà costruito un villaggio in miniatura, comprendente un’arena per le corride, capace di 20 mila spettatori, ristoranti tipici spagnoli, “bodegas de vino”, dove si esibiranno famosi cantanti e chitarristi iberici, un teatro, negozi in cui saranno offerti ai visitatori prodotti dell’artigianato e caratteristiche “churrerias”, per la degustazione dei celebri dolci spagnoli. […]. La grande manifestazione sarà finanziata da un miliardario greco, che intende offrire a quanti verranno a Torino per le celebrazioni centenarie l’opportunità di prendere contatto con il più autentico mondo spagnolo. Sarà cioè ricostruito, in tutti i particolari, un “pueblo” simile a quello esistente a Barcellona, che è considerato tra i migliori musei del folclore. Varcando le soglie del “pueblo”, i visitatori si troveranno al centro di un villaggio spagnolo. Sulla piazza principale si affacceranno diversi ristoranti, in cui sarà possibile ordinare le più note specialità gastronomiche, cucinate da cuochi venuti espressamente dalla Spagna. Altrettanto autentici saranno i vini serviti nelle “bodegas”, dove risuoneranno le voci di noti cantanti iberici, accompagnati da complessi di chitarre. Fulcro del villaggio sarà la piazza, naturale palcoscenico per feste nazionali, balli in costume, spettacoli pirotecnici. Ogni giorno su un palco, alla presenza dell’Alcalde del pueblo — cioè del sindaco — una fanfara eseguirà musiche tradizionali. E’ previsto anche l’impianto di un teatro mobile — si pensa di poter utilizzare a questo scopo quello di Gassman — nel quale presenteranno i loro numeri le più famose troupes spagnole. […]. Il tutto farà da corollario e da sfondo allo spettacolo più suggestivo che la Spagna offre ai turisti di tutto il mondo: la corrida. All’interno del “pueblo”, in un’arena con 20 mila posti, celeberrimi ed autentici “espadas”, del rango di Dominguin e Ordonez, si misureranno con focosi tori in corride incruente. Questo genere di spettacolo, anche se non si conclude con l’uccisione del toro, risulta identico per emotività e coreografia a quello che si svolge nelle arene spagnole. Unica differenza: i tori vengono eccitati dalle svolazzanti cappe rosse ma non possono essere feriti dalle “banderillas”, e tanto meno uccisi a conclusione della giostra».

I lavori, pur iniziati, però, non si concludevano mai. Giovedì 10 agosto 1961 LA STAMPA annunciava: «Il villaggio spagnolo sarà completato entro agosto Fra un mese al “Pueblo español”, corride incruente e danze andaluse. Raggiunto l’accordo tra l’ideatore e i finanziatori. – Immediata ripresa dei lavori abbandonati da mesi – Una “plaza de toros” per 20 mila spettatori. Il “Pueblo Español”, villaggio tipico spagnolo di fronte al recinto dell’esposizione di “Italia ‘61”, le cui costruzioni incompiute erano abbandonate da mesi, sarà completato ed Inaugurato alla fine di agosto o al primi di settembre: fra l’Ideatore del villaggio folcloristico, il greco Nicolas Papaloannou, ed i suoi creditori, è stato raggiunto un pieno accordo. Oggi o domani verrà nominato un nuovo amministratore della società Sepe (Società esercizio Pueblo Español) e subito dopo  riprenderanno i lavori. Il “Pueblo” dovrebbe quindi aprire presto i battenti. I suoi organizzatori assicurano che sarà una realizzazione di dignitoso livello, che ricalcherà in quasi tutti I particolari il  “Poble Espanyol” (o (Pueblo Español), ammirato dal turisti a Barcellona. Al centro sorgerà una “plaza de toros”, capace di 20 mila posti, in cui si svolgeranno, per la prima volta In Italia, delle corride quasi autentiche: si tratterà di spettacoli che riprodurranno tutto l’aspetto folcloristico delle vere corride; con tori e toreri autentici, ma senza uccisione né sevizie all’animale. Il “Pueblo” comprenderà ristoranti con cucina tipica, negozi di souvenir e di artigianato spagnolo, dancing con orchestre iberiche e numeri di danza andalusa e così via. Non è ancora deciso se istituire un biglietto d’ingresso, con diritto ad assistere a tutti gli spettacoli, oppure far pagare solo per le maggiori attrazioni (corride, danzatori di fama), lasciando libero l’accesso al ristoranti, ai negozi e ai dancing». 

Purtroppo, la realtà fu molto più cruda. LA STAMPA di venerdì 20 ottobre 1961, mesta, faceva sapere: «Non c’è pace per il villaggio spagnolo di legno e cartapesta, che sorge al margini di corso Maroncelli. Avrebbe dovuto ospitare tori e a matadores, ma poi l’Impresa era miseramente naufragata. – Stamane si vende al miglior offerente quel che rimane di esso. L’organizzatore si riprometteva lauti guadagni dalla concomitanza con “Italia ‘61” – L’opera non fu mai finita – I finanziatori sperano di ricuperare un paio di milioni. Con una vendita all’asta, si conclude stamane la sconcertante vicenda del “Villaggio Spagnolo”, che avrebbe dovuto sorgere, per iniziativa privata, di fronte alla zona delle Esposizioni. Ideatore del cosiddetto “pueblo” era stato un greco, il signor Nicolas Papaioannou. Egli aveva fiutato un buon affare. Pur essendo estranea alle manifestazioni del Comitato di “Italia ‘61” — anzi sconfessata dagli organizzatori della Mostra — l’impresa di carattere folcloristico ne avrebbe sfruttato la concomitanza e la vicinanza. Il progetto, sulla carta, appariva allettante. In una fantasiosa costruzione di legno, lamiera, tubi ed altro materiale di facile impiego, doveva sorgere un angolo della Spagna più pittoresca. Al visitatori sarebbe stato offerto un viaggio immaginario nella terra dei gitani e del toreri, con spettacoli di danza e locali tipici. Squadre di operai avevano cominciato ad erigere l’effimero i villaggio, e il progetto sembrava avviato verso il successo. Il Papaioannou aveva ottenuto notevoli finanziamenti dal concessionari di birre straniere, era stata costituita una società. L’euforia del promotore e del fiancheggiatori dell’impresa fu di breve durata: il Papaioannou si allontanò improvvisamente da Torino, e i lavori si arenarono. Verso la metà di agosto le cronache tornavano ad occuparsi del “pueblo”: il Papaioannou era ricomparso nella nostra città. Coloro che avevano iniziato nei suoi confronti un’azione giudiziaria, ritirarono le accuse e i sospetti, e si raggiunse un nuovo accordo. Era già tardi per riguadagnare il tempo perduto, ma si sperava di salvare il salvabile. La costruzione dell’ossatura del “Villaggio” aveva ingoiato molti milioni, ma c’era anche da tener conto del prestigio. Quelle impalcature abbandonate, i cumuli di rifiuti che avevano Invaso il recinto — a pochi metri dal “Palazzo del Lavoro” — non rappresentavano certo un decoroso biglietto da visita per le folle che ogni giorno entravano nel comprensorio di “Italia 61” (anche se, ripetiamo, il “Pueblo” nulla aveva a che fare con le celebrazioni del centenario). Il ritorno del Papaioannou diede invece il tracollo all’impresa. Le autorità di polizia lo riaccompagnarono dopo poche ore alla frontiera: pare non fosse In regola con le disposizioni sul soggiorno degli stranieri, e già in passato fosse incorso in un analogo provvedimento. Da allora, del “villaggio” non si parlò più. Rimase lo scheletro, con lo squallore della cartapesta e della facciata stinta. I commenti del torinesi non potevano essere, logicamente, lusinghieri verso un’iniziativa fallita in partenza, qualunque fossero state le cause dell’insuccesso. I finanziatori hanno preso l’unica decisione che restava loro; dopo aver ottenuto il fallimento, mettere all’asta il materiale, per ricuperare le briciole delle forti somme impiegate. Il villaggio, invece che da tori e matadores, è stato invaso dagli ufficiali giudiziari».

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