Idílico dieci anni dopo

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Sono passati esattamente dieci anni dalla corrida di Idílico.

È entrata nella storia, ormai. Se ne celebra l’anniversario.

Ero lì, a Barcellona, quel giorno. Ricordo tutto. Ricordo perfettamente la dolcezza dei berberechos al vapore che mangiammo, io e il mio amico Giovanni, sulla spiaggia a Barceloneta, in un chiringuito che ora non c’è più. Ricordo il vino bianco e l’eccitazione dell’attesa. Eppoi la plaza, quando entrammo e io non volevo saperne di essere lontano dall’arena e tanto feci che infine riuscimmo a infilarci, grazie alla comprensione dell’addetto commosso di fronte al mio stato di totale invasamento (“Italiano che ti è successo?” mi diceva) , in contrabarrera, nonostante non fossero i posti a noi riservati. Lo so che non si fa, ma lo facemmo e non ho rimpianti. Perché quella sera fu commovente per moltissime ragioni e non soltanto per l’indulto concesso a Idílico. Per quell’uscita trionfale che ancora in molti ricordano.

Sappiamo bene quante furono poi le critiche alla facilità con cui venne concessa salvezza al toro nonostante non si fosse dimostrato impeccabile al cavallo. Ma allora non mi interessava granché. Volevo scrivere un libro sui tori. Volevo spiegare a chi non ne sa nulla almeno un briciolo della ricchezza infinita di quel mondo. Così, pochi mesi dopo, mi misi sulle strade di Andalusia per raggiungere i campi dove l’animale era tornato. Fu una giornata straordinaria con Juan e Antonio i due uomini di fiducia di Álvaro Núñez Benjumea, proprietario della ganaderia Nuñez del Cuvillo, allora la preferita di José Tomas. Scrissi subito di quelle ore passate a osservare Idílico in un reportage pubblicato dal venerdì di Repubblica e mi sorpresero molto le critiche spietate di una certa afición italiana, poco disposta a distinguere fra divulgazione e specialismo. Nessun lettore avrebbe saputo cogliere la differenza fra un Nuñez del Cuvillo da un Palha. Quel che importava era la storia di un toro dal nome altisonante, uscito in trionfo assieme al suo torero. Ma non mi fecero sconti. Ancora non sapevo quanto gli integralismi taurini, in un senso o nell’altro, siano essi stessi fra le cause drammatiche di un mondo sempre più sotto scacco. Dovevano passare molti anni perché assieme a Matteo Meschiari e Luigi Ronda, decidessimo di aprire questo sito, proprio per dar voce a tutti i tipi di afición, per rivendicare le nostre differenze e mostrare l’immensa ricchezza della discussione taurina, la discussione che rende grande questa dimensione che è fuori dal tempo e dalla storia. Non le barricate dietro cui in molti ancora, nel mondo dei tori come in qualsiasi altro mondo, si nascondono pretendendo di possedere la verità.

Sono passati dieci anni. Ricordo tutto. Molto meglio di quel che poi raccontai nel libro, in un capitolo che parzialmente riporto qui sotto. Rileggendolo, per esempio, mi sono reso conto di una delle tipiche falsificazioni della letteratura. Dopo la corrida non mangiammo affatto a Can Maño, dove eravamo andati in effetti la sera precedente dopo una noiosa corrida. Finimmo altrove in una serata rocambolesca, con l’ebbrezza che ci prendeva sempre più e che seppellì un altro italiano che si era unito a noi, capace, nel ristorante di Gracia dove finimmo a mangiar crostacei, di abbassare la testa sul torace eppoi di rialzarla in una sorta di immobilismo, senza più emettere parola. Pareva morto ma era vivo. Mangiava. Aveva gli occhi vitrei. Non disse più nulla, non rispose alle domande, alle sollecitazioni, a tutti i nostri inviti, finché a un certo punto si alzò, lasciò i soldi sul tavolo e scomparve. Io e Giovanni non sapevamo che dire e non abbiamo mai risolto l’arcano. Lui era già agli inizi della sua carriera di psichiatra ma probabilmente non possedeva gli strumenti per interpretare quella sorta di stato catatonico che nel nostro convitato (che finì appunto di pietra) aveva seguito le emozioni dell’epica corrida di José Tomas e Idílico.

Il punto del resto fu che ci stava accadendo quel che sempre succede dopo questo genere di corride. Più che dopo un coito, la tristezza e il vuoto salgono senza lasciare possibilità di scampo. Si cercano molte strade per fermare quello stato di estasi, per fissarlo e renderlo eterno. Non c’è nessuna possibilità di farlo, però. Noi sentiamo che quel delirio sublime in cui siamo caduti o a cui ci siamo innalzati si sta dissolvendo nella normalità delle nostre vite e un senso di cupezza, una specie di immensa voragine scura ci si apre tutt’attorno. Io e Giovanni finimmo ubriachi marci in una delle piazze di Gracia. Non saremmo mai più partiti per un viaggio insieme ma allora non potevamo immaginarlo. Lui era in crisi con la ragazza che poi avrebbe sposato e le inviava messaggi sconcertanti. Cercavo di fermarlo ma non c’era modo. Ricordo anche quei messaggi. Perlomeno l’ebbrezza in me non spense la potenza della memoria. Ma se dovessi dire l’intensità dell’estasi che provai lì, quella sera, in quei posti rimediati assurdamente in contrabarrera, sarei davvero menzognero. Se dicessi di ricordare cosa provai mentre piangevo e abbracciavo gli sconosciuti accanto a me sarei fasullo come fasulli sono tutti i video che cercano di riprodurre oggi, dieci anni dopo, quel miracolo. No, non ricordo l’orgasmo. Ma chi può mai dire di ricordarne davvero uno?

***

È stato il giorno in cui ho visto l’uomo e il toro unirsi in una dimensione che non conoscevo, come se il volto dell’uomo e il muso del toro fossero lì lì per fondersi. È stata la sera in cui ho visto gente piangere e abbracciarsi, uomini prendersi per mano e gridare, vecchi mormorare ritornelli simili a preghiere e donne chiudere gli occhi. È stata la notte in cui non si riusciva a parlare e ciascuno di noi avrebbe voluto trovare qualche particolare, qualcosa a cui attaccarsi per rendere eterno il brivido a cui si era assistito, allora io e il mio amico Giovanni ce ne andammo per le strade della città, cercavamo di ricordare i movimenti e i passaggi più belli, mimavamo il toro e il torero e ridevamo e continuavamo a parlare e tentare una cronaca impossibile e finimmo a mangiare pesce nella trattoria Can Maño a Barceloneta, la mia preferita, e facemmo la fila, una fila lunghissima lì fuori su Calle del Baluard e intanto bevevamo birra e non smettevamo di cercare particolari, particolari su particolari e non trovavamo nulla veramente da dire, nulla che raggiungesse l’estasi della corrida per cui si potrebbe aspettare una vita. Perché questo ha di particolare l’arte tauromachica, ancora più che il teatro o un concerto: la sua volatilità, il suo essere effimera, destinata a perdersi appena si è compiuta. Eppure questo ha anche di assoluto: quando raggiunge punte di perfezione che sfiorano il sublime, quel momento effimero non si vorrebbe che finisse mai più, non si vorrebbe perderlo mai più e gli esseri umani fanno quel che possono, a tutti i costi, pur di renderlo immortale.

Chiudeva la seconda temporada dal ritorno nell’arena di José Tomás e Barcellona era il luogo predestinato. Barcellona è la città dove JT è tornato dopo un’assenza di cinque anni, e Barcellona è la città dove JT chiude le sue stagioni e dove punta per serate particolari, come i sei tori in una sola tarde nel 2009. Perché Barcellona è la città dove la corrida è stata combattuta a lungo, ostaggio di una lotta politica nazionalista, fino alla sua abolizione decisa nel 2010. I catalani del resto non sono mai stati fra i più grandi esponenti dell’afición spagnola e il loro indipendentismo li ha spesso portati a vedere nella Fiesta Nacional il paradigma di un comportamento nemico, ispanico, colonizzatore. Negli ultimi anni, in Catalogna, le corride ormai si celebravano solo a Barcellona dove, delle tre arene che esistevano un tempo, due erano ormai in disuso. Era il 21 settembre 2008. A Barcellona faceva caldo, c’era un sole forte e di mattina sulla Rambla del Poblenou sfilavano maschere di animali fantastici per la festa del quartiere e noi ce n’eravamo andati a fare il bagno alla spiaggia de la Nova Icária e a mangiare berberechos al vapore davanti al mare. Poi ci eravamo preparati per l’evento. Riposare, innanzitutto, come riposano i toreri prima della loro serata. Vestirsi e andare verso l’arena. La Plaza Monumental di Barcellona è come un’isola sperduta nel centro della città. Intorno, nulla richiama il contesto taurino che si può trovare, in forma esemplare, in Andalusia o, in forma meno esemplare, in qualsiasi altra città dove si celebrino corride durante una feria. A Barcellona tutto è normale e moderno, il traffico scorre e non si sentono odori, non suonano clarini, né gridano venditori di cuscini, né chiamano a comprare urlando dalle loro bancarelle ragazzi che espongono sigarette, sigari, noccioline, leccornie varie. Non c’è atmosfera, insomma, intorno alla bella Plaza Monumental, costruita nel 1914. In fondo, basta farsi un giro nei bar attigui all’arena per capire quel che resta dell’afición catalana. Sono i bar degli appassionati, sì, ma poster e reliquie sono stipati nei piani inferiori, quasi che gli aficionados fossero gente in estinzione, uomini e donne costretti a nascondersi e proteggersi: carbonari, cospiratori. Al piano superiore, quello dei banconi metallici del bar, sono piccoli cinesi a muoversi con destrezza.  Sono i cinesi che gestiscono i due bar di fronte alla Monumental, ragazzetti che parlano uno spagnolo impossibile e spillano birre e vendono sigari, e mescolano whisky e cocacola o gin e acqua tonica, gente che di tori e corrida non ha nemmeno una lontanissima idea. Insomma, a Barcellona, per sentire odore di corrida è bene abbandonare la strada e entrare dentro la plaza senza indugio. Quel che facemmo noi, partiti per vedere JT, annoiati dalla corrida del giorno precedente, in cui due star del toreo come El Juli e Miguel Ángel Perera avevano potuto poco di fronte a scarsissimi tori Zalduendo. Ma oggi era il giorno. Prendemmo posto e, con l’esperienza della sera precedente, cominciammo a studiare la situazione. Avevamo biglietti dignitosi ma non particolarmente vicini all’arena e sapevamo che c’era la possibilità d’infilarsi sulle brevi scalinate di passaggio e finire praticamente in prima fila, ma dovevamo fare attenzione, confonderci tra la folla e dividerci. È quello che facemmo dopo i primi tre tori, quando in tutte le arene di Spagna, nonostante non esistano pause (se non nella regione di Valencia e Murcia), la gente prende fiato, spesso mangia e beve, e si prepara all’altra metà dello spettacolo.

(…)

Il toro entra sbuffando nell’arena e i primi minuti sono tutti per lui. Il matador lo osserva poggiato al legno del burladero, quella stretta palizzata disposta in tre punti della pista per proteggere i toreri in azione e permettere l’accesso all’arena. Lo osservano gli aiutanti del matador, nascosti dietro altri burladeros, lo osservano gli amici, i poliziotti addetti all’arena, i critici taurini con i loro bloc-notes, i fotografi, gli impresari che fumano sigari e tutta quella folla spesso sovrabbondante stipata nel callejón, il passaggio che gira attorno alla pista: il contropista come lo chiamano i francesi, quello spazio privilegiato che è in diretto contatto con quanto accade nell’arena. Il toro entra e tutti lo studiano e il pubblico lo ammira e i vecchi intenditori si mormorano parole sull’eleganza, i tratti del muso, le corna, il pelo, i muscoli e l’aggressività e la nobiltà. Perché chi se ne intende capisce subito il toro. E quella sera a Barcellona un vecchio seduto in barrera, un vecchio curvo su se stesso in una camicia bianca a righine verdi, scosse il capo e disse «Sì, bien, bien, questo sì che è un toro» e Idílico era appena entrato col muso alto e nessuno avrebbe saputo dirne granché visto che ancora non aveva fatto se non pochi passi. Ma lui lo sapeva. Sapeva benissimo che tipo di toro fosse, ne vedeva l’orgoglio dal portamento e capiva l’incedere e sentiva qualcosa che non si può  dire. Alcuni sostengono che il toro debba entrare guardandosi subito a destra, altri ritengono che il toro non debba subito cercare il panno rosa e giallo che sbuca dai burladeros stretto nelle mani degli aiutanti del matador, altri ancora sostengono che da un certo passo sia possibile capire ogni cosa, ognuno ha le sue teorie ma certo tutti sono colpiti da un toro che, regale, conquista il centro della pista e si guarda intorno come a dire: eccomi qui, adesso fatemi vedere chi siete, io sono il re e ho conquistato il centro perfetto di questo posto insignificante in cui mi avete portato dalle colline dove per quattro anni ho bevuto, mangiato e corso e lottato, adesso che mi trovo su questa terra color ocra, il passo sbarrato da ogni lato, sarà quel che sarà, ma venite a prendermi, io vi aspetto, sono qui per lottare. Il toro è nell’arena e tutti lo osservano e il matador cerca di capirne subito la personalità e i difetti. Ci vede bene o da una parte vede meno? Con quali corna attacca? Da che parte tira? E le zampe? Come corre? Come si muove? Non sono particolari di poco conto. In quella prima manciata di secondi in cui il matador studia il toro sta la possibilità di affrontarlo senza eccessivi pericoli. Subito infatti l’uomo entra nell’arena con la grande cappa rosa e gialla offrendola all’animale, lo chiama gridando o semplicemente mettendoglisi di fronte e lo invita alla lotta. La corrida ha inizio.

(…)

«Che toro! Che trapío, la bellezza, la vedi? Capisci?». Il vecchio aveva detto così di Idílico, dopo due passi soltanto sull’arena ocra illuminata dalle luci artificiali della Plaza Monumental di Barcellona. Aveva ripetuto: «Che animale! questo sì che è un toro» e sotto il cielo sempre più scuro io non sapevo se credergli, non sapevo se fosse davvero uno dei pochissimi esperti catalani rimasti e se fosse effettivamente capace di capire subito l’animale quando struscia gli zoccoli per i metri seguenti all’entrata nell’arena. Ma che fosse un bel toro non c’erano dubbi. Idílico. Nato a gennaio del 2004, 550 chili, castano. JT lo lasciò girare per qualche centinaio di metri e lo osservò, poi gli si fece incontro con passo autorevole, nella plaza non volava una mosca. Lasciò che il panno si srotolasse di fronte a sé, lo guardò con un’intensità straziante, poi chiamò «Eh, toro, eh» e Idílico con i suoi occhi cerchiati da un marrone più scuro restituì per qualche secondo l’intensità dello sguardo e partì alla carica. Correva veloce e sembrava quasi snello e leggero nonostante la sua mezza tonnellata e JT lo lasciò scivolare sul suo fianco facendo librare nell’aria la cappa con un movimento lentissimo, il toro seguì l’estremità del panno che si arricciava su se stesso distendendo il collo e cercando con le corna la vita che credeva di vedere nel panno, provò a infilzarla, provò a infilzare l’inganno, prima col corno sinistro poi col destro, quindi il movimento finì e JT distese nuovamente la cappa e chiamò di nuovo il toro. Altri attacchi dell’animale alla cappa che si librava morbida nei polsi del torero, quindi il clarino suonò e i cavalli entrarono e JT fece spostare Idílico verso il centro della pista, lo chiamò a girargli intorno in movimenti complicati e spettacolari in cui la cappa frusciava nell’aria assieme alla cadenza delle zampe dell’animale. Poi, quando il toro fu sul fianco del cavallo, JT si scostò e lasciò che il picador gridasse, sbattesse il piede coperto dalla protezione metallica in un clang acuto e invitasse l’animale allacarica. Idílico partì, incornò  il cavallo sul ventre, sulla coperta imbottita che lo proteggeva e cercò di sradicarlo dal suolo mentre la picca si infilava sul morillo teso nello sforzo. La folla emise un ululato di sorpresa. Idílico non si distoglieva dall’attacco, ma il picador smise di spingere sulla picca e gli aiutanti di JT, i suoi subalterni, aprirono cappe sul muso dell’animale per distrarlo e spingerlo lontano dal cavallo. Di nuovo JT lo chiamò, se lo fece girare intorno e lo spinse a tornare sul fianco del cavallo e di nuovo Idílico attaccò senza un attimo di attesa, subì il ferro sul muscolo e tentò di sbattere lontano il cavallo. Dunque il presidente chiamò il cambio e i banderilleros di JT entrarono in pista, alzarono le banderillas, chiamarono Idílico e volteggiarono davanti alle corna dell’animale mentre JT osservava poggiato alla barrera, bevendo acqua dal cerimoniale bicchiere d’argento, chiuso in una dimensione impenetrabile, preda di una specie di malinconia estatica. Quando il presidente chiamò nuovamente il cambio, un silenzio spettrale s’impossessò della Monumental. JT strinse la montera, il classico cappello nero da torero, e si avviò sulla sabbia dell’arena, voltò sulla sua destra mentre Idílico era distratto da un subalterno che lo attirava a sé lasciando sventolare una cappa dal burladero opposto. Camminava a testa bassa, JT, e quando fu sotto agli spalti, si spinse verso il pubblico, tese il copricapo verso gli spalti e fece un gesto con il capo riccioluto, i capelli che cominciavano a diventare bianchi, gli occhi lontani. Un ragazzo vestito di scuro e dai capelli lisci e lunghi e fluenti si alzò dalle prime file in segno di gratitudine e JT allungò la montera verso di lui e mormorò le parole del brindisi. Una donna accanto a me spieg  che si trattava di Vicente Amigo, musicista di flamenco che aveva appena composto un pasodoble dedicato a JT. Era il rituale brindisi con cui il torero dedica il toro che ucciderà o al pubblico dal centro della pista, come nella gran parte dei casi, o a un amico o personaggio pubblico, come quella sera. Il silenzio fu assoluto e la faena cominciò. Tra le molte caratteristiche proprie soltanto di questo straordinario torero, una lascia molti amanti dei tori allibiti. JT non vuole che siano presenti televisioni nell’arena. Non vuole che le sue corride siano trasmesse in diretta. Le ragioni sono molte e hanno origine in una guerra senza quartiere che JT scatenò contro gli impresari delle plazas, negli anni Novanta. Ha a che fare con l’avidità di questa categoria molto poco apprezzata e potentissima, capace di spargere veleno sui toreri che si sono ribellati, come JT messo alla gogna per anni, ricoperto di fango dalla stampa in combutta con la categoria dei potenti. Oggi, dopo una sorta di pacificazione del conflitto, vista l’innegabile superiorità di JT, la questione resta ideale: la corrida per alcuni interpreti deve rimanere quel rito sacrificale non spettacolarizzato e non standardizzato nel vuoto globale degli schermi. Si deve essere presenti, insomma, all’evento. Che sia giusto o meno, io so che di quella sera non resta altro che l’emozione assoluta e che le decine di video che girano per la rete globale non possono nulla. Gli amatori possiedono innumerevoli telecamere, ormai, e anche un ragazzino sa come inserire un video su internet. E dunque di questa tarde storica, di questa faena interminabile, potrete vedere quel che credete. È istruttivo, sicuramente. Potete seguire gli attacchi infiniti di Idílico alla muleta di JT e ascoltare commentatori e grida estatiche. Ma nulla sarà mai come quella sera a Barcellona, lì nella Monumental, negli oh di meraviglia, gli olé compatti, la muleta che chiamava Idílico e il toro che seguiva l’inganno e continuava a attaccare senza tregua, girando intorno all’uomo, seguendolo ovunque nell’arena, in mille movimenti rotondi. Nulla sarà come l’odore dell’animale, e il bisbiglio esaltato del vecchio esperto e gli “eh eh, toro” striduli di JT e il suo volto, il suo volto che alla fine si era trasformato. Era il volto non di un uomo ma di un toro, un toro umano che è diventato fratello dell’enorme toro che si appresta a uccidere, un toro selvaggio pieno di voglia di giocare e lottare. Fra Idílico e José Tomás si formò quella sera qualcosa che non avevo mai visto. Uomo e animale un’unica cosa. Quel che ci fa capire perfettamente che il mito del Minotauro non nasce da qualche strano sogno o incubo di uomini arcaici, ma è vero come è vero tutto quel che crea l’uomo. JT era il Minotauro, quella sera, e si unì a Idílico in una dimensione che non si può raccontare. D’altronde è forse questo il duende. Quello spirito trasfiguratore che è tipico di Spagna. Una specie di forza misteriosa e sotterranea che attraversa i fenomeni più diversi e li riempie di un’arte quasi sovrannaturale. Quel qualcosa per cui in Spagna potrete sentir dire «Dio, quest’uomo ha duende» «Che duende questa cantante, che duende!». Cosa sia il duende è difficilissimo spiegarlo e forse è anche inutile dopo che uno dei più grandi poeti di Spagna, un uomo che amava i tori e i toreri, ha dedicato alla questione uno scritto che parla del duende ma al tempo stesso ne è permeato, è uno scritto pieno di duende. Scrive García Lorca che «per cercare il duende non c’è mappa né esercizio. Si sa solo che brucia il sangue come un tropico di vetri, che estenua, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che si appoggia al dolore umano inconsolabile», perché il duende risiede in «suoni neri» e «quei suoni neri sono il mistero, sono le radici che sprofondano nel limo che tutti conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da cui ci giunge quanto è sostanziale nell’arte». Il duende non è Angelo, né Musa, perché «questi vengono da fuori e il duende invece è dentro; l’Angelo dà luce e la Musa dà forme. […] Il duende, al contrario, bisogna risvegliarlo nelle più recondite stanze del sangue». Non a caso esso ha a che fare con la morte, e una delle sue manifestazioni perfette, oltre la poesia e il canto, è la corrida, tanto che in questa talvolta è così intenso che non si può non vedere e non sentire. «Ma è impossibile che si ripeta. Il duende non si ripete, come non si ripetono le forme del mare in burrasca. Nella corrida esso acquista i suoi accenti più impressionanti perché deve lottare, per un verso, con la morte, che può  distruggerlo, e, per l’altro verso, con la geometria, con la misura, con la base fondamentale della festa. Il toro ha la sua orbita, il torero anche, e tra orbita e orbita c’è un punto di pericolo, dove sta il vertice del terribile gioco». Era il punto in cui José Tomás e Idílico si unirono in un solo animale e il duende si espanse nella Plaza Monumental e da lì sui tetti di Barcellona eppoi sul mare intorno e sulle montagne, propagandosi in un movimento destinato a non ripetersi mai più, in nessun video registrato del mondo intero. Quel che poi successe dopo che il toro e l’uomo si unirono, quello è semplice storia. I fazzoletti che si muovono sulle teste del pubblico, la gente che grida «Indulto, indulto, indulto», JT che si ferma dopo l’ennesima manovra assieme all’animale e osserva la tribuna della presidenza, prende la spada e la mostra al presidente e chiede se possa risparmiare la vita al toro, il presidente che estrae il fazzoletto arancione, segno che l’indulto è accordato, le grida di giubilo della folla e JT che si avvicina all’animale e lo chiama ancora, lo invita ancora a giocargli attorno, mentre col corpo si sposta su un lato, si muove a passetti piccoli e impercettibili, sotto le inesauribili cariche dell’animale, e in breve si sposta verso la porta del toril che viene aperta, chiama ancora l’animale, l’animale attacca un’ultima volta e dopo l’ennesimo attacco all’inganno si trova di fronte alla porta aperta, un colpo di reni e l’entrata nelle stalle è cosa fatta. Idílico è fuori. Si è conquistato la salvezza. La gente ride, piange e si abbraccia. JT in trionfo. E noi che ce ne andammo in giro tutta la notte e cercavamo di raccontare quel che avevamo visto e bevemmo tanto e passeggiammo per le stradine di Gracia a notte fonda e ci muovevamo mimando i passaggi del torero e se fosse stato per noi saremmo entrati di nuovo nella plaza come in un sogno infinito.

Il toro non sbaglia mai, Ponte alle Grazie 2011 (Capitolo quinto. La corrida di Idílico)

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