Civilón: verità e leggenda

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Tutti gli aficionados conoscono la storia di Civilón il toro di Salamanca che divenne amico di una bambina. Assomiglia a una favola. Ha ispirato molti racconti. In rete si può trovare qualche magnifica immagine d’epoca. Questa è la versione tratta da Il toro non sbaglia mai.

Civilón non ha lasciato il suo bel muso sulle pareti di una casa. Nessuno, quando fu ucciso, pensò alla possibilità di impagliarlo, conservare per sempre i suoi occhi intelligenti, dare smalto alle lunghe corna arcuate e larghe, e rendere scintillante il pelo nero con cui crebbe negli allevamenti di Juan Cobaleda nelle campagne vicino a Salamanca, a Campocerrado. Ma quel che ne è rimasto è molto di più.

Nacque all’inizio del 1931. Era l’ultimo dei cinque figli che diede alla luce la vacca Civilona prima di morire. Nel mondo matriarcale del toro selvaggio, gli animali prendono il nome dalla madre e Civilón fu l’ultimo derivato dell’apodo materno dopo Civilero, Civilito, Civil e Civilìn. Crebbe come crescono i tori, nei gruppetti che si creano con i loro consimili, in spazi di libertà assoluta, per gli anni che lo videro crescere fino a diventare un bellissimo novillo. Fu allora che venne inserito in un lotto di animali da spedire alla feria di Valencia dove era in programma un’importante novillada. La sua fortuna fu una lotta accanita in cui si scatenò contro un altro toro prima che fosse imbarcato con gli altri esemplari in direzione Valencia.

Capita spesso negli allevamenti. I tori si sfidano per il dominio e Civilón fu ferito al collo da una cornata che lo aprì come un rasoio, ma senza ucciderlo. Le cure furono lunghe. E fu in quel periodo che conobbe Carmelina Cobaleda, sette anni, figlia del ganadero che, ogni giorno, accompagnava i veterinari e i vaccari nel loro lavoro sul collo del toro. Carmelina guardava negli occhi Civilón e se ne innamorava, finché un giorno, terminate le cure, la bambina non abbandonò il campo. Rimase a una trentina di metri dall’animale, ferma a guardarlo e il toro la osservava immobile, come fanno i tori quando studiano, con il loro sguardo miope, la realtà che gli si sta configurando di fronte. “Vieni qui, Civilón” gridò Carmelina e uno dei lavoratori al soldo di don Juan Cobaleda la sentì, la vide lì a poche decine di metri dal toro, vestita di bianco, piccola, microscopica di fronte all’ombra nera gigantesca e sentì le gambe che cominciavano a tremare. “Vai via di lì, Carmelina, Civilón ti caricherà”.

La bambina sembrò non sentire neppure. L’uomo poggiò la zappa, cercò di muoversi ma non ci riuscì: “Spostati, spostati Carmelina, via” gridò “Sta per muoversi, attenta, sta per attaccare”. Un toro, quando è solo, difficilmente evita di caricare. Lo sa chiunque conosca almeno un po’ questi animali maestosi. In gruppo sono mansueti, hanno spirito gregario, non cercano la lotta. Ma lasciali soli, liberali dalla compagnia eppoi richiama la loro attenzione, per esempio: grida, prova a gridare. Possono vederti male con i loro occhi sinceri, ma sentono benissimo. “Vieni qui, Civilón” gridò ancora Carmelina. E il toro si mosse. Un passo dopo l’altro. L’uomo seguì la scena con le gambe che sprofondavano nella terra come in un sogno in cui non si riesce a fuggire. Il toro avanzò, un passo e ancora un altro, lentamente. Fu vicino a Carmelina. Abbassò il muso e si lasciò carezzare.

A pensarci bene, si tratta di una scena mitica. Mitica nel senso del mito, del mito vero, quello che fonda la nostra civiltà: il mito greco antico. È una scena particolare perché essa stessa, e non solo in quanto mito greco antico, è alle origini della civiltà occidentale: i principali personaggi che vi compaiono infatti sono Zeus e una certa Europa. Figlia di Agenore e Telfassa, Europa è una ragazzina bellissima la mattina in cui, con le sue coetanee, decide di andare a giocare tra le dune della spiaggia di Sidone, nell’attuale Libano a sud di Beirut. Porta in mano un canestro d’oro che il dio fabbro, Efesto, ha creato per sua nonna, Libia. In rilievo, sull’oro, c’è una giovane vacca che sembra nuotare mentre due uomini la osservano e Zeus la sfiora sullo sfondo di un Nilo d’argento. Europa ha fatto strani sogni, di notte: una donna senza nome la strappa a una donna di nome Asia. Al risveglio ha chiamato le amiche e, scendendo verso il mare, ha dimenticato. Adesso raccoglie narcisi, violette, gigli di mare e i piccoli fiori di timo. Poi, a un tratto, sente una specie di mugghio. Alza la testa e sulle rive del mare, enorme, possente, dal pelo scintillante riflessi argentei, sta un toro. Le amiche si aggrappano a lei cercando di portarla via. “È pericoloso” le ripetono, ma lei resta lì ferma, immobile. Guarda l’animale e le sembra di sentire un odore inebriante. Il toro intanto si avvicina. È bianco, ha corna aguzze simili a quarti di luna, tra cui corre una sottile striscia nera e riccioli biondastri. Quando le è di fronte, Europa alza la mano che stringe gli ultimi fiori raccolti, quelli che non sono nel cesto. Sono fiori di timo, ma l’odore del toro sommerge ogni cosa. Europa posa i fiori sul suo capo e lo carezza, il toro emette suoni prolungati di felicità. Allora la ragazza chiede alle amiche di aiutarla. Dal cesto estrae i fiori e ne fa una lunga corona, poi l’appende al collo del toro, lo carezza ancora e l’animale la lascia fare socchiudendo gli occhi scuri e brillanti. Infine l’animale si abbassa come a invitare la ragazza a sederglisi in groppa. Europa non resiste. Sale su, si abbandona sulla schiena, stringe fra le mani le corna lucenti ed è allora che comincia a capire. Il toro ribolle di eros. Si alza sulle zampe. Il toro è Zeus. Europa si volta, guarda le sue amiche per l’ultima volta, perché Zeus si è già lanciato al galoppo verso il mare su cui vola, frangendo i flutti e portando la ragazzina per sempre lontana dalla sua terra d’origine. Il seguito del mito racconta delle ricerche ordinate ai fratelli di Europa dal padre Agenore. Racconta la nascita della geografia occidentale. 

Anche Civilón lasciò che Carmelina gli salisse sulla groppa.  Passarono mesi in cui il toro divenne la principale attrattiva dell’allevamento. Primi a entrare in simbiosi con l’animale furono i fratelli di Carmelina: José, Mari e Luis. Poi i vaccari e soprattutto il loro soprastante, il mayoral. Vennero fotografi e giornalisti, appassionati e toreri. Furono scritti articoli e storie, forse qualche favola. Infine venne l’ora. Perché Civilón era toro da combattimento e combattere doveva. Don Juan Cobaleda – si dice – non fece sapere nulla ai figli. L’animale partì con un nuovo lotto di tori, stavolta destinato a una corrida catalana, a Barcellona. Cinque plazas si erano disputate l’esemplare: Saragozza, Valencia, Bilbao e Madrid, oltre a Barcellona, tutte plazas di prima categoria.

Il cartel della corrida era buono e, in caratteri dal sapore ormai retro, recitava: 28 giugno 1936, Plaza Monumental de Barcellona, Sensacional Corrida de Toros. Se lidiaràn 6 soberbios toros de la Ganaderia de Don Juan Cobaleda para las grandes figuras del toreo: Chicuelo, Luis Gòmez El Estudiante, Rafaelillo. Nel sorteggio dei diversi esemplari Civilón venne per quinto e non capitò dunque al grande Chicuelo ma a El Estudiante. E, quando fu il momento, iniziò il supplizio. Perché il mayoral, che sempre accompagna le proprie bestie alla lotta per cui sono cresciute, quel giorno non visse come le altre volte, per vedere la fierezza, la nobiltà e la bravura del toro seguito per anni. Era lì dietro a soffrire per l’animale a cui si era affezionato come i bambini di don Juan. Si puliva il sudore dalla fronte e tentava di abbassare la tesa del cappello campero perché i suoi vicini non gli leggessero negli occhi la commozione. Il suo toro, del resto, si stava comportando benissimo: Civilón attaccò la cappa, caricò tre volte il cavallo, inseguì i banderilleros, sempre instancabilmente e con enorme vigore fino a quando cominciò la lotta finale fra uomo e toro, quella in cui il matador e l’animale si uniscono in una danza di attrazioni e respingimenti, una seduzione che porta alla morte. E fu allora, mentre Civilón attaccava senza fermarsi, con una nobiltà che squassava l’animo degli spettatori, fu allora che accadde l’impensabile.

Nel silenzio rotto solo dal rumore della corsa del toro e dal fruscio della muleta che El Estudiante muoveva davanti agli occhi e alle corna di Civilón, si sentì una specie di gemito soffocato. Non tutti ci fecero caso, all’inizio. Sembrava un grido che non si librava nell’aria o un singulto infantile. Tra gli spettatori corse un brusio, alcune teste si voltarono. Il lamento si fece più forte finché a un tratto esplose. Esplose come un grido dolce e pieno di rimpianto, un richiamo cavernoso e impotente, il nome scandito dalla voce d’uomo e il cappello del mayoral che scivolò dal capo calvo, mentre l’uomo ripeteva: “Civilón, Civilón, Civilón”. Tutto di nuovo fu silenzio di pietra. Perché l’animale si fermò. El Estudiante rimase immobile. E mentre il mayoral si sbracciava agitando il cappello e chiamando il suo toro, si vide Civilón che si voltava verso di lui e a passi brevi e strascicati sulla sabbia livida si avvicinava alle barriere di legno.

Quando fu a pochi metri dalla mano che gli tendeva il mayoral, si fermò e lo guardò con occhi che parvero improvvisamente diversi. Si lasciò scappare una specie di muggito, si avvicinò al braccio dell’uomo ma non lo leccò come era solito fare nel campo. Forse ebbe pudore del pubblico e della lotta che stava conducendo. Si limitò a sfiorargli la mano eppoi abbassò il capo come in una specie di inchino. Quando tutti videro le enormi corna basse e pronte a uccidere, ma ferme e tranquille mentre gli occhi di Civilón tornavano a alzarsi e il collo forte dell’animale si gonfiava e il capo tornava in posizione eretta, quasi statuaria, si capì che nulla si sarebbe più potuto descrivere, quel giorno. La folla cominciò a scandire un urlo compatto e univoco: “Indulto. Indulto. Indulto”. Il Presidente non aspettò. Estrasse il fazzoletto arancione e il pubblico esplose in un applauso liberatorio. El Estudiante chiamò il toro a sé, gli fece fare due passi verso la porta del toril subito riaperta e Civilón uscì trionfatore dall’arena.

Quando un toro si guadagna la salvezza, è perché si è stabilito che possiede doti straordinarie, doti imperdibili, da trasmettere a un’altra generazione di animali. Civilón fu premiato per la sua battaglia e la sua consapevolezza. Il cammino di ritorno verso Campocerrado, Salamanca, sarebbe stato quello del trionfatore, il re assoluto. Lo attendeva una sfilza intera di vacche da impalmare, un’enorme gruppo di vacche con cui accoppiarsi per creare infiniti altri animali belli, nobili e fieri come si era dimostrato lui nell’arena. Ma era il 1936. Carmelina e i suoi fratelli gioirono per pochi giorni. Aspettarono ansiosi di rivedere il loro animale, ma la guerra civile incombeva ormai sull’intera penisola. Tempi di guerra, tempi duri. La carne serviva. Un toro già toreato non può fare più corride ma solo figli e si pensava poco al futuro degli allevamenti e molto di più al futuro di chi lottava per la Spagna. Barcellona poi era già in crisi. Civilón fu mandato al macello per sfamare un  battaglione di miliziani.

Qualcuno si domanda ancora se sia giusto, per un toro da combattimento, un toro che deve morire nell’esercizio delle sue funzioni, essere accompagnato, senza onore e senza gloria, nel corridoio della morte di un mattatoio qualunque. Dove gli addetti, abituati agli infiniti capi riluttanti e terrorizzati dalla consapevolezza di andare incontro alla morte, si liberano degli animali con calci e sputi, denigrandoli per la fatica cui ogni volta vengono costretti, spingendoli spesso con violente bastonate nel corridoio della morte, un varco stretto in cui è impossibile ormai voltarsi e che porta inesorabilmente alla cosiddetta trappola, dove gli animali vengono sgozzati.

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