Ricordo di quel che fu

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Con questo racconto di Baravalle chiudiamo il trittico dedicato a José Tomás, al suo ritorno dopo la pandemia, a illusioni e delusioni, alla speranza – costantemente negata – che la sua autorevolezza possa ancora contribuire al rilancio di un mondo sotto costante attacco. L’epos di dieci anni fa di cui ha parlato Pietro Silvestrini sembra oggi solo un ricordo. E tuttavia la personalità del torero di cui raccontava Francesca d’Aloja potrebbe ancora, da sola, mostrare la via. La temporada volge al termine. La crisi di pubblico che tutti hanno potuto contemplare con spavento a Bilbao ha segnato in maniera violenta una cesura. Siamo di fronte a una crisi decisiva. Ma il futuro non può assicurarlo nessun torero, né un messia che in quanto tale può solo deludere, né un giovane spettacolare come Roca Rey, unico a riempire gli spalti della plaza di Bilbao. Perché il ricordo di Baravalle e il delirio di Silvestrini e l’ammirazione di d’Aloja appartengono in realtà alla corrida in quanto tale. Solo il rito della morte suscita queste reazioni. E’ tempo allora di fare i conti con il grande tabù culturale della morte che un Occidente stanco, nonostante pandemia e guerra, continua a mettere da parte.

L’ultima volta che vidi toreare José Tomás fu il 5 luglio del 2009, alle 18.30, e non in una plaza qualunque ma nella Monumental di Barcellona, già in odore di chiusura e però ancora bella strapiena, quella sera. Sotto l’ ombra incerta degli alberi, si potevano udire grida di opposto tenore ma pronunciate senza affanno e con fatalistica partecipazione da parte di alcuni tra i taurini.

Gli “anti” non erano molti ma facevano un casino d’inferno, turbando irrimediabilmente quello che è uno dei momenti più belli per l’aficionado, il periodo che precede e accompagna l’ingresso del pubblico nella plaza. A cogliere la bellezza di quel momento, mi aveva educato quella grande figura di appassionato competente che fu Paolo Nesti, italiano trapiantato al Puerto di Santa Maria. Me lo insegnò proprio nella piazzetta del Porto, prima di introdurmi al cospetto di Rafael de Paula, genius loci. Paolo Nesti, cui devo quasi tutto quello che so sui tori, era stato assai legato a Rafael, al punto di assisterlo in tutte le fasi della carcerazione (prima, durante e dopo) che il matador aveva dovuto subire e poi in seguito durante stagioni travagliate nelle quali il torero aveva cercato di recuperarsi dai suoi problemi alle ginocchia. Ma questa è un’altra storia.

A Barcellona, io avevo ottenuto le entradas in un modo semplice e fortunoso: telefonando a uno dei tanti portali e protestando perché non si riusciva mai a conseguire un’entrata. Detto fatto, mi offrirono due biglietti più due notti in un buon albergo, a un prezzo decente. I posti erano al sole ma decisi che non era il caso di fare il difficile. Per cui, aereo, buon albergo e poi, siccome mia moglie non era interessata ai tori, decisi di convocare un amico, uno scrittore francese a nome Jean-Louis Pouytès, residente dalle parti di Carcassonne, che avevo frequentato a Sevilla, dove aveva da tempo una compagna, Helena, che abitava nell’avenida di Cadiz, amica di Jane, un’inglese che aveva una galleria di incisioni vicino alla cattedrale. Jane era arrivata a Sevilla, cercando di sfuggire alle brume albioniche – go south – ma, al primo colpo, si era sbagliata e, scegliendo l’Italia, era finita a insegnare l’ inglese alla Berlitz di Bolzano, per cui, la seconda volta, era scesa molto più a Sud e vi aveva messo radici. Ma anche questa è un’altra storia.

E allora torniamo a Tomás a Barcelona. L’amico francese si presenta puntuale alle 13 alla Barceloneta dove avevamo appuntamento, mi pare da Casa Costa, e trova subito una bottiglia di Blanc Pescador in fresco e i fideu in arrivo. Nella Francia meridionale faceva freddo e pioveva, per cui l’amico si presentò in tenuta non proprio da mare (e da corrida). Ma quello fu un problema suo.

Tutto bene, comunque, salvo una lite successiva per divergenze sulla viabilità, aggravate dalle bottiglie di Blanc Pescador, diventate nel frattempo due. Alle 18, eravamo ai posti di combattimento, mentre saliva dalle gradas il grido Libertad. Libertà di continuare con le corride, naturalmente. La Monumental era attrezzata con seggiolini di plastica, arroventati da ore di sole implacabile. A sedercisi, si rischiava una grigliata, delle proprie uova. Finalmente, tutto ebbe inizio e fu bello e poetico. Un paio di volteretas del ragazzo di Galapagar ci mozzarono il fiato, ma non ebbero conseguenze. Io passai molto tempo a fare avanti e indietro da un rivenditore imboscato in un callejón che vendeva le più piccole bottigliette d’acqua mai viste, 20 cl., al prezzo più esorbitante possibile, mi pare 2 euro. Ne comprai almeno una ventina e quasi tutta quell’acqua finì sulle nostre capocce per rinfrescarci. Guardando qualche sera fa spezzoni di video da Alicante, quando ho visto Tomás appeso per un attimo alle corna del toro, ho pensato alle volteretas di Barcellona: tutto bene, infine. E quelle canas, che tenerezza! Come l’accenno di barriga, l’occhio guercio o lo scatto appannato di questo o quel matador: è soltanto il tempo che passa.

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