Pelajes: colorado

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(ph) Laurent Larrieu - colorado ojo de perdiz di Dolores Aguirre

Pelajes è una serie di articoli che dedichiamo all’esplorazione dell’articolato tema della colorazione dei tori da corrida: nell’immaginario comune il toro da combattimento è risolutamente nero, ma il campo bravo è ricco di una varietà sorprendente di manti, li scopriremo uno alla volta.

COLORADO

Il manto colorado è, nel toro bravo, quello ottenuto esclusivamente da peli rossi, nelle varie sfumature di questa tonalità, dai più chiari ai più intensi: in un toro colorado possono peraltro coesistere regioni di peli rossi di diversa impregnatura. Da non confondere con il castaño che invece include anche peli neri, il pelaggio colorado è terzo fra i più frequenti nella cabaña brava (appare in tutte le ramificazione di Ibarra-Parladé e Contreras) verniciando più del 7% dei capi.

Insieme al melocotón e al retinto, il colorado è uno dei tre gruppi in cui si suddivide la famiglia dei tori rossi, e si presenta a sua volta in tre varietà distinte: il colorado  puro, il colorado encendido, il colorado avinagrado.

Nel colorado propriamente detto, appunto, i crini non hanno sfumature difformi né riflessi particolari: anticamente denominato rojo, il toro colorado ha denominazioni più regionali in Navarra e nella zona di Teruel, dove diventa royo, o anche in Andalusia, dove invece è rosuelo. Il più spettacolare della famiglia, con un manto brillante e vivido che tira sul rosso fuoco, è invece il colorado encendido, chiamato anche Jión in virtù dell’abbonanza di questo pelaggio tra gli allevamenti di casta jiona. Infine il colorado vinaccia, la varietà meno frequente tra le tre, che offre agli animali che lo portano un manto di un rosso più scuro, con riflessi violacei e brillanti.

I tori rossi, tra cui naturalmente lo splendido esemplare ojo de perdiz immortalato qua sopra nella foto di Laurent Larrieu, sono facilmente individuabili nelle bestie di origine vistahermosa, e molto negli esemplari di casata vazqueña e casta navarra, della quale costituiscono il manto più sviluppato e identificativo.

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Arles, 22 aprile 2011: la faena che quel giorno El Juli somministrò a Pasion, colorado di Domingo Hernandez, fu una meraviglia. Un’antologia di passi classici e ricami ispirati, una lezione di sitio e conoscenza dei terreni, un festival di serie profonde e ispirate, dominio e arte, perfezione e fantasia. Il pubblico, già festivo per ragioni di calendario, si ubriacò a tal punto da confondere la straordinaria performance del torero con le qualità del toro, invero piuttosto ordinarie: la grazia di poco valore ottenuta da Pasion durò, nei ricordi degli aficionados, non più di quella stessa feria di Pasqua e fu presto dimenticata.

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(per approfondimenti è possibile consultare Adolfo Rodriguez Montesinos, Pelajes y encornaduras del toro de lidia, Ibercaja, 1994; José Luis Prieto Garrido, Guía de campo del toro de lidia – Pintas, particularidades y encornaduras, Almuzara, 2013; Claude Popelin, La Tauromachie, Seuil, 1970)

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Luigi Ronda
Luigi Ronda (Piacenza, 1973) è cooperatore, oltre che aficionado. Ad Arles pioveva e César Rincon infilò la spada in Pitillito di Cortés. Cominciò così, nel 2005.

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