Deideologizzare la corrida

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Marco Favata, olio, 100 x 100.

di Kristian Perrone

L’articolo di Marco Tesolin, La bella morte e i tori neri, è bello, interessante, perché no, anche urticante e certamente stimolante. La conclusione della prima parte dello scritto, “la corrida non solo è di destra ma è profondamente fascista”, ha una sua verità e lo dimostra il triste spettacolo della politica spagnola di questi anni. Si sventola la bandiera dei Toros per convenienza elettorale, anche a rischio, o peggio con lo scopo, di renderla ancora più divisiva di quanto già sia.

Con il massimo rispetto e con un approccio diverso, mi permetto però di ribaltare la tesi, per giungere alle stesse osservazioni finali dell’autore.

Un fenomeno culturale, qualsiasi esso sia, ha in sé una sua natura simbolica che precede la sua eventuale ideologizzazione e quella della tauromachia, se vogliamo utilizzare lo stesso parametro di Tesolin, è al contrario antifascista; ma come vedremo è un processo fallace.

La bella morte e la morte eroica sono solo una delle possibili chiavi di lettura della corrida, più estetica che sostanziale. La lettura eroica si basa su una interpretazione lineare della vita di un uomo: irraggiungibile come deve essere un torero, una dimensione diversa da noi, capace di superare i confini umani del coraggio, di “assoggettare” la natura alla sua volontà.

Per dirla tutta, è una spiegazione superficiale, non in senso offensivo ovviamente, ma per il fatto che si limita alla superficie di ciò che l’occhio mira. 

Il duello uomo-toro rappresenta il mistero del binomio uomo-natura, quel confine impercettibile che separa il biologico dal culturale (ammesso che esista), che fa di ognuno di noi un tempio sacro della vita.

Già dal suo ingresso nell’arena, violento ed irrazionale, il toro prevale nella forza, eppure ne esce quasi sempre morto, perché l’uomo “incorpora” la sua natura: la fragilità umana si fa forte con lo stesso strapotere fisico dell’animale.

Una visione ciclica, andata e ritorno al punto di partenza, un ribaltamento dei rapporti di forza. Un cerchio o più cerchi fisici e metafisici che si aprono e si chiudono concentricamente dal torero fino all’ultima fila degli spalti. Un processo collettivo di “incorporazione”, più che di assoggettazione (suona anche male). Abbiamo una visione della corrida totalmente ribaltata rispetto alla sua versione eroica e fascista; prevale il senso ciclico della vita, il trionfo di Madre Natura come forza regolatrice del destino. Piuttosto che all’esaltazione del Viva la Muerte, siamo molto più vicini al Pachamama sudamericano, oggi fortemente in contrasto a una destra, sì fascista, che vede nella natura solo una fonte da sfruttare.

Una lettura ideologica sarebbe comunque metodologicamente errata: una speculazione che da soggettiva vuole essere oggettiva, priva di un’analisi critica del fenomeno e di quell’esercizio necessario alla ricerca del nucleo ontologico.

L’essenza della corrida, come di altri fenomeni culturali, è pre-ideologico, è simbolico nel senso di cognitivo-percettivo del binomio uomo-natura. L’inserimento in un ordine culturale, soggettivo o collettivo che sia, è cognitivamente parlando un esercizio successivo. Il vissuto della tauromachia è prima di tutto percettivo, il senso più atavico che l’essere umano possiede, quello che ci permette di passare dalla percezione fisica di un oggetto (ruvido, liscio, freddo, caldo, ecc.), la cosiddetta stereognosia, a quello simbolico associativo, che ci “dice” che cos’è.

La tauromachia esiste in sé da prima delle ideologie, proprio perché capace di trovare significati percettivi simbolici così essenziali che non hanno bisogno di cultura per essere capiti: un pre-pensiero. Se vogliamo, il nucleo di una corrida è questo, una semplice (si fa per dire) coscienza del nostro “essere natura”.

Come i dipinti delle grotte preistoriche, la tauromachia è lì da prima e resiste all’ideologie. E se proprio ci ostinassimo a volerla collocare politicamente, ci accorgeremo che forse è “antifascista”; ma ripeto, sarebbe comunque un’idea di chi osserva, non un significato interno dell’oggetto, che poi è quello che conta.

Seguendo lo stesso processo di ideologizzazione, ci rendiamo conto che c’è un fenomeno culturale che invece ha in sé un nucleo simbolico più vicino al fascismo: lo sport moderno. Esso è pervaso di eugenetica, alla continua ricerca del limite umano, non come esplorazione della natura propria o vicina, ma con lo scopo di superarla. Il torero, in simbiosi profonda con l’animale, perde e mette in gioco la sua umanità, per poi ritrovarla più ricca dopo; lo sportivo, al contrario, è ossessionato dalla prestazione, dalla misura, a caccia dell’ultimo artefatto al fine di migliorare ulteriormente: una linea continua verso il superuomo. Certo la narrazione di fratellanza, fair play, spirito di squadra sono aspetti presenti nello sport moderno, ma superficiali come la lettura eroica della bella morte del matador. Il nucleo ontologico, quello cognitivo-percettivo, è l’eugenetica del superuomo, quindi, al contrario della corrida, più “fascista”, se perseverassimo in questo tipo di interpretazione. 

Se dovesse sparire l’arte di toreare (e sappiamo che oggi è un’opzione possibile) non scompare solo un fenomeno culturale e probabilmente con esso un tipo di razza taurina, ma anche un simbolo di uomo-natura, oggi così raro.

De-ideologizzare la corrida serve appunto a questo, a preservare da manipolazioni quel senso atavico dell’essere un umano nella natura.

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