Il futuro (in)certo del toro

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Il duemilaventi è stato un anno critico per il mondo del toro. La pandemia ha ridotto al minimo il numero delle corride, e tutte le piazze più importanti sono rimaste chiuse. Solo alcune di quelle più piccole, quelle di terza categoria,e forse qualcuna di seconda, sono riuscite ad aprire, tra mille difficoltà, con spettatori contingentati, mascherati, impauriti. In questo frangente, il “piccolo mondo” ha dato dimostrazione di grande coraggio e abnegazione, perché la sottile linea rossa che ci separava da un anno senza tori era vicinissima. Tutto il circo della tauromachia è infatti appeso a un elastico sottile, che unisce tori, toreri e pubblico, elastico sempre in tensione che rischia quindi di spezzarsi, perché l’equilibrio sociale, economico, culturale ed ecologico che sottende a questo straordinario, antico rito, è estremamente precario. 

Il “locus minoris resistentiae” è rappresentato proprio dal toro, dalla sua essenza e dalla precarietà della sue stessa natura. L’allevamento del toro da combattimento è costoso, lungo, incerto, e, pur tra mille insidie, può concludersi solo con l’epilogo della morte nella corrida. Se questa viene meno, se scompare, muore anche il toro, e non sotto il sole d’estate, lottando fino alla fine, ma nell’antro oscuro di un mattatoio. Alcuni allevamenti, già in precarie condizioni, hanno dovuto chiudere. Alcune preziose linee di sangue si sono pericolosamente assottigliate. Naturalmente l’antitaurino “animalista” ha cercato di approfittare della crisi, come lo sciacallo che vede la preda ferita, o come il cancro che trova l’ospite indifeso, per gridare alla proibizione, se non alla abolizione della corrida stessa.

Ma, con inaspettato vigore, il mondo del toro si è risollevato. Inizialmente con cautela, e successivamente con prorompente vitalità. Sono tornate le grandi ferie, Siviglia, Madrid, Valencia, Pamplona, e anche la Francia non è stata da meno. È di questi giorni la notizia che la proposta di legge parlamentare che proponeva l’abolizione della corrida non è stata neppure discussa, a causa di una forte opposizione trasversale, e il suo proponente è tornato, almeno momentaneamente, nello squallido recesso da dove era venuto. 

Queste “nuove” corride hanno incontrato una grande risposta di pubblico, anche di giovani, cioè una tipologia di pubblico che la modernità e la progressiva perdita di contatto con il mondo rurale e campestre, rende lo spettacolo più difficile da assimilare. I toreri, tutti, si sono accontentati di compensi più bassi, e contemporaneamente hanno accettato di combattere tori più “vecchi”, quindi più maturi e pericolosi, che avevano saltato le corride degli anni precedenti, e che la passione, la lungimiranza e l’incoscienza degli allevatori aveva salvato dalla mattanza, altrimenti obbligata. 

Questi due anni ci hanno regalato alcune grandi corride. Il ruolo principale lo ha svolto un torero, personaggio controverso perché ondivago e imprevedibile in passato, anche se quasi unanimemente riconosciuto come genio assoluto della tauromachia. José Antonio Morante Camacho “de la Puebla”, torero sivigliano ormai ultraquarantenne, si è preso sulle spalle il peso di sostenere il suo e nostro mondo. In questi due anni, combattendo quasi tutti i giorni, in tutte le piazze di Spagna e di Francia, Morante è stato “tutto”. Il consueto maestro con la cappa, ma anche banderillero sopraffino, capace di unirsi al toro nella soavità della sua arte taurina, ma anche di farsi gladiatore di fronte a un nemico aggressivo, e infine, spesso implacabile con la spada. Morante ha prestato il suo corpo al genio di Joselito e Belmonte, che, incarnati in lui, sono tornati dopo 100 anni, per far sì che la tauromachia vivesse ancora. 

Tutti noi che amiamo i tori dobbiamo ringraziare il dio del Toro, che ci ha concesso di godere di un torero così unico ed inimitabile. Il confronto con un altro mito, quel José Tomàs che invece non si è preso la tauromachia sulle spalle come avrebbe potuto, sfruttando l’alone di leggenda che lo circonda per due sole esibizioni costruite a sua immagine e somiglianza, fa capire di cosa stiamo parlando.

Quindi tutto bene? Certamente no, perché questo mondo è complicato, cattivo, ingiusto. Ma è sempre stato così, e tutti noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo. O avremmo dovuto farlo. E invece…come se niente fosse successo, con ineffabile pervicacia, il mondo cosiddetto “torista” ha tirato ancora fuori la solita solfa di “denuncia” sulla reale scomparsa del toro. I toreri combatterebbero tori comodi, il vero (?) toro si vede sempre meno, ecc ecc. Un refrain vieto e ripetitivo, sentito e risentito da decenni, da molto tempo prima che io stesso vedessi la mia prima corrida. Incredibilmente, sembra che questa piccola parte degli appassionati non si sia minimamente accorta del terremoto da cui la tauromachia tutta si è miracolosamente salvata. Sembra il risveglio da un sogno senza sogni, come se realmente non si fosse rischiato di veder scomparire intere razze di tori, e perlappunto proprio quelle incensate dai puristi del toro bravo, perché va da sé che gli allevamenti più “commerciali”, i preferiti dalle figure, hanno subito meno danno dalle restrizioni pandemiche. 

E la parte “più seria e rigorosa” del mondo del toro, nemmeno in questa situazione, nemmeno dopo che Morante, e in parte anche gli altri, hanno affrontato i Miura, i Veragua, gli Albaserrada, i Patasblancas, rinuncia alla polemica fine a se stessa. Nel mio ormai lontano passato di goliardo universitario si diceva “le polemiche sono il sale delle feriae matricularum”. Nel mio presente taurino, invece, il famoso detto “non c’è torero senza il toro”, per certi versi assimilabile, viene pedissequamente ripreso partendo da presupposti che nemmeno il più accanito denigratore della corrida saprebbe così sapientemente utilizzare in quel processo autodistruttivo che accompagna, chissà da quando, la passione per i tori. 

2 COMMENTI

  1. Caro Marco,
    forse non sono stato chiaro nel mio pezzo del 22 novembre ma ti confermo che non voglio la distruzione del Toreo ma, come tanti altri aficionados vecchi e giovani, la sua salvezza..
    Come goccia che scava nella roccia, la giusta richiesta dell’”afición “ alle figuras di allargare il ventaglio degli encastes oltre il solito Domecq sembra, finalmente, arrivare alle orecchie dei taurini.
    Dopo 20 anni Pages, l’organizzazione che gestisce la torerissima Maestranza di Siviglia, includerà nel 2023
    un encaste Santa Coloma e a San Isidro Andrés Roca Rey molto probabilmente affronterà tori dell’encaste “commerciale” Domecq (“Victoriano del Río”) ma anche Santa Coloma (“La Quinta”) e Atanasio Fernández (“Puerto de San Lorenzo”).
    Il “Juli” ha recentemente dichiarato che, nella prossima temporada, chiederà tori di “La Quinta”…
    Vedremo cosa toreará nel 2023 l’esimio Morante de la Puebla e quale sarà la decisione di Manzanares..
    Tu sai benissimo che le attuali figuras sono capaci di lidiare sia tori “nobili” che gli “aggressivi”, i “mansos” che gli “encastados”( ovviamente preferiscono quelli più “comodi”, “più a modo”).
    Sarei oltre modo felice di partecipare nel 2023 al trionfo storico di uno dei nostri grandi “maestri” in una corrida di tori “encastados”, aggressivi, una di quelle faenas che si ricordano tutta la vita e sarei ancora più felice
    se la vediamo insieme!

    Amadeo Riva

  2. Caro Amedeo, innanzitutto voglio chiarire che la mia non era una critica al tuo scritto, anche perché non mi permetterei mai. Sono rimasto stupito, però, dalla immutabilità del pensiero degli appassionati. Ingenuamente, pensavo che dopo lo tsunami del Covid, si facesse un punto zero, si tirasse un bel sospiro di sollievo, e si ripartisse, anche considerando che in questi anni, diversi nuovi toreri sono apparsi sulla scena, con grandi possibilità, ed altri sono tornati in grande spolvero. Il toro, per contro, è sopravvissuto, è forte, e, a mio avviso, tutto meno che addomesticato. Quello che invece suscita il tuo bello scritto, tipo un commento sul “baratro della festa”, o altri disastrosi pensieri, mi pare veramente fuori luogo. Infine, Morante. Abbi pazienza, ma come si fa a non rendersi conto di quello che ha fatto? Lo capiremo solo quando avrà preso una cornata (perché prima o poi la prende) oppure quando si sarà ritirato, e fra 50 anni ci ricorderemo di questi suoi ultimi anni? Scusa ancora, ma io questo momento non lo voglio sprecare con forzose elucubrazioni. E lo dico da studioso di caste, provenienze e linee di sangue taurino. Con affetto ed immutata stima. Marco

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