Elogio dell’impotenza

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Madrid ai primi di giugno è dolce. Arriva il caldo, ma le notti sono fresche, all’alba quasi fredde, e al mattino l’aria frizzante dell’altopiano concede a chi è abituato a svegliarsi presto il sogno di percorrere le strade vuote, attraversate soltanto dall’odore di sapone che qualche custode o negoziante sparge sui marciapiede in sacre operazioni di pulizia. Nei bar, uomini si affaccendano preparando orde di tazzine e tritando il pomodoro per le tostadas dorate, mentre il sole inizia a salire obliquo con la sua potenza calligrafica e i quotidiani si affastellano nelle ringhiere delle edicole replicando immagini del dolore che sconvolge il mondo. Gli amanti dei tori sanno che la celebrazione laica della morte che tutto porta via raggiunge in questi giorni picchi di oscura verità. Il “toro toro” sbarca nella plaza di Las Ventas e la vita che esaltiamo attraverso l’animale più antico riesce in qualche modo a combattere il male assoluto che solo gli umani, fra gli animali mortali, riescono a spargere attorno a sé infliggendolo a se stessi.

Ci sono stagioni buone e meno buone, si sa. Ma come diceva Pepe Bergamín, ogni tarde, anche la più noiosa o respingente, è un tesoro pieno di verità da scoprire. Le mie verità le ho trovate ieri sera, mentre la calura soffocante calava all’improvviso, respinta da una nuvolaglia spessa, e la Corrida della Prensa iniziava a prendere le sembianze delle più classiche delusioni che seguono le grandi attese. L’applauso del pubblico che riempiva ogni spazio aveva accolto festoso la presenza di Filippo VI. I due toreri pieni di ilusión avevano attraversato la pista seguiti dal sobresaliente e dalle cuadrillas. Le porte di accesso erano state chiuse e il primo toro aveva già dato l’impressione di quel che sarebbe accaduto. Lo raccontano bene gli esperti nelle cronache taurine di oggi e non cercherò di dire quel che non mi spetta. Come sempre, lo spiega esemplarmente Antonio Lorca in un articolo dal titolo che dice già tutto: Impotencia torera.

Eppure, l’impotenza è proprio ciò che si addice all’umano, ciò che in effetti lo distingue dal regno animale di cui è parte. L’impotenza. E infatti è nell’oscura durezza di questa impotenza che io ieri ho trovato le perle che ricompensano tutta la mia passione per la celebrazione tauromachica, non per i simboli che ognuno può cercare nell’infinito magma dei suoi significati, bensì nel racconto dell’uomo, l’uomo alle prese con il proprio mistero e dunque innanzitutto la propria impotenza.

La perla ha iniziato a scintillare con il secondo di Paco Ureňa, un toro nero nato a gennaio del 2019, 539 chili e un nome esotico, Japonés. Ho amato pochi toreri a Madrid come Ureňa. Il suo desiderio di farcela mi ha sempre commosso. Quella malinconica ricerca dell’ispirazione. La tremante e serena accettazione del destino che appare attraverso le corna dell’animale. Una sorta di chiusura in se stesso, nelle debolezze che si fanno forza, e lo sdegno verso le squallide faccende del mondo che pure affliggono questo nobile torero come sanno tutti quelli che hanno seguito negli anni l’ingiusto comportamento del mundillo nei suoi confronti. Più che la ferita con cui perse un occhio, resta per me perfetta a raccontare questo uomo gentile e pieno di una misteriosa tenacia la sera da brividi di nove anni fa a Las Ventas, quando mi parve che anche il tendido tremasse. 

Ieri, dopo un primo toro per lui impossibile (mi veniva in mente Amadeo Riva, avrebbe detto: “doblones, ci vogliono doblones! Perché questi toreri non ne son capaci?”), con il più nobile e disposto a umiliare Japonés, Ureňa è riuscito a legare passi di grande profondità fino a una stoccata da manuale: fulminante. Che fosse giusto concedergli un premio o meno non mi interessa (la richiesta maggioritaria lo imporrebbe, ma lo era, maggioritaria?). Ero felice a vederlo passare sotto gli spalti per il suo giro d’onore. Ma soprattutto avevo negli occhi la rabbia che gli era uscita di dosso dopo aver legato i primi passi in movimenti che avevano lasciato immaginare il trionfo. Quanto bisogno di riscatto. Quanto desiderio di trovare e diventare ciò che si è. Andare sempre oltre, crescere nel dolore. Proprio come il toro. Ma superare il toro. Nell’impotenza.

Nelle pagine che io più amo di Bergamín, il toro viene spiegato sullo sfondo dei comportamenti umani. Una delle riflessioni famose riguarda il pericolo che si nasconde nelle corna del toro manso. Proprio come è più pericoloso e imprevedibile l’uomo pavido, così il peggior manso può ingannare e uccidere. Lo stesso tipo di ragionamento vale al contrario. Come il toro che infine esalta il proprio mistero mostrandolo in quella qualità di andar sempre crescendo che può valergli il massimo rispetto se non la salvezza, così è per l’uomo, qualunque sia il suo successo mondano. 

A inizio giugno. Tornare a Madrid. Ritrovare il toro che ci dà la misura delle vicende effimere in cui ci dibattiamo per realizzare le nostre aspirazioni. Ritrovare un torero come Paco Ureňa. Confrontarsi con l’impotenza umana. Che è cosa buona e giusta quando ogni giorno quel che vediamo in giro è invece il Male Assoluto generato dalla potenza nella sua forma più deteriore e suicida: l’onnipotenza.

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Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

3 COMMENTI

  1. Ciao Matteo,
    bello, come tutti i tuoi articoli, questo sull’impotenza che ti ha ispirato Paco.
    Anche a me le faenas di Urena mi hanno lasciato prima una sensazione di sofferenza e di inadeguatezza
    subito dopo sostituita dalla percezione del riscatto dell’uomo prima del torero.
    E sono contento per lui (e per me che un po’ soffrivo vedendolo così angosciato).
    Saluti cordiali.
    Amadeo

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