Afición

0
498

Sono un aficionado a los toros. 

Aficionado. Un aggettivo di cui, se è collegato ai tori, nessuna lingua riesce a esprimere fino in fondo tutta la pregnanza e il significato profondo, neanche la lingua spagnola, che ha coniato il termine. Leggiamo infatti nel Diccionario de la lengua española della Real Academia Espaňola alla voce aficionado:

1.adj. Que tiene afición o gusto por alguna actividad o por un espectáculo al que asiste con frecuencia. Apl. a pers., u. t. c. s. Aficionado a la lectura, al teatro.

2. adj. Que cultiva o practica, sin ser profesional, un arte, oficio, ciencia, deporte, etc., come nell’espressione de afición, que ejerce una actividad en la que no es profesional. Es músico de afición.

L’aggettivo è entrato, come sappiamo, a pieno titolo anche nella lingua italiana. Il Vocabolario Treccani definisce l’aficionado come un “sostenitore, tifoso: è un aficionado di quel gruppo musicale; ogni squadra ha i suoi aficionados; anche, più genericam., frequentatore assiduo (equivalente del fr. habitué).

Ma è veramente questo l’aficionado a los toros? È questo ciò che intendiamo quando noi taurini pronunciamo la parola, quasi sacra, afición? Siamo semplicemente degli appassionati, dei tifosi, degli habitué delle corride o, in alcuni casi, dei dilettanti (afictionados practicos in spagnolo) che si mettono davanti a vacas o becerros a improvvisare qualche muletazo

No, non è questo il senso della nostra ossessione, del nostro amore, del fuoco che ci arde dentro quando pensiamo ai tori. Ogni aficionado, nel profondo del suo intimo, ricorda perfettamente dove e quando è nata la sua vocazione, non si tratta semplicemente di una passione, ma di qualcosa di più intenso. Nel mio caso fu a Nîmes, città taurina per eccellenza. I tori vi corrono in un antico anfiteatro romano, e vi sono cresciuti due grandi toreri del passato, i fratelli, El Nimeño I e El Nimeño II, Christian Montcouquiol, suicidatosi dopo esser diventato paraplegico a causa di una cornata di un Miura. Sì, prima di diventare un aficionado avevo letto infinite volte The sun also rises di Hemingway, le lacrime agli occhi e la mente che volava verso quel sogno… I tori, il vino, la fiesta brava, una donna incredibile e irraggiungibile, le storie di amicizia virile. Sento da sempre il richiamo del sole che fa brillare il traje de luces dei toreri, del coraggio degli uomini, dell’istinto bestiale dei tori, degli olé della folla, ma fino al 2016 non avevo mai approfondito fino in fondo la magia di quello che è, sostanzialmente, un mistero per iniziati. Fu nell’estate del 2016, in un bar di Nîmes, che l’afición si impadronì di me. Era un bar di quartiere dove un gruppo di locali guardava la corrida in TV, bevendo birra e fumando. E fu in quel momento che sentii il bisogno impellente di capirne di più, di sapere perché quelle persone stavano assorte e silenziose davanti ad una TV a guardare uno spettacolo che, in fondo, mi sembrava noioso. Che cosa mi successe?

Questa domanda non è ridicola né di maniera, se è vero che molti scrittori e critici taurini si sono arrovellati su “cosa sia l’afición” o sul “perché andiamo ai tori”. 

Prendiamo il testo Afición (J. Bocquet Libraire-Editeur, 1980) scritto dal critico taurino Jean-Pierre Darracq. Si apre proprio con questa, cruciale, domanda: cosa è l’afición? ”È innanzitutto una parola spagnola intraducibile in francese – risponde Darracq – e pertanto non sostituibile. Letteralmente significa gusto, inclinazione per qualcosa. Si può provare afición per l’opera, per la pesca alla trota, la caccia alla beccaccia, l’ippica o il bridge. Anche per la corrida de toros. Ma questa idea di gusto, propensione, inclinazione prende un’accezione più forte nel momento in cui si applica alla fiesta brava. Diventa facilmente e per sempre una passione; implica la conoscenza di un contesto difficile da esplorare, che ci si presenta all’inizio in modo confuso la prima volta che assistiamo ad una corrida. Non vorrei scoraggiarvi, ma date per certo che ci vogliono anni di osservazione e di studio per divenire un aficionado completo, poiché l’aficionado è colui che possiede l’afición”. E ancora: bisogna quindi concludere che l’aficionado possiede la fede del carbonaro? “Quasi. Del resto Jean Cau l’ha spiegato: amare i tori significa, ogni pomeriggio, verso le cinque, credere a Babbo Natale e recarsi ad un appuntamento con lui”. 

Fede, dunque, non semplice passione o gusto per qualcosa. 

Ma più avanti Darracq introduce altri elementi che ci conducono più in profondità nel concetto di afición: “credo – afferma – che esistano dei luoghi privilegiati in cui l’ afición è presente nell’aria che si respira, in cui essa fa parte della natura delle cose per la semplice ragione che è sempre esistita a causa della presenza immemorabile del toro nel paesaggio, come nella Bassa Andalusia, in Castilla, in Navarra, a Salamanca o anche in Camargue o in alcune regioni dell’America Latina o del Messico. Dove vive il toro, l’afición va da sé”. 

Fede, qualcosa che si respira nell’aria…E poi? 

Perché andiamo ai tori? Perché siamo aficionados? “Da dove viene questa difficoltà nell’identificare formalmente una risposta chiara e semplice a queste domande? Di quale male soffriamo, tutti noi quanti siamo, per non poter essere esaustivi?” (Marc Delon, Pourquoi ils vont voir des corridas, Atlantica, 2013)

Ripenso allora al divampare della mia afición … Sentii come una fulminazione, una chiamata alle armi, un bisogno impellente di conoscere. Si nasce aficionado? “No – risponde Darracq – lo si diventa, ed è probabilmente il motivo per cui il vero aficionado non guarirà mai dalla sua benedetta malattia”.

L’ afición è forse, quindi, una malattia? Se risaliamo all’origine latina del termine, questa sfumatura emerge con chiarezza: afición deriva dal latino affectio, “sentimento, passione, inclinazione, affetto, amore”, sostantivo verbale del verbo afficio (-is, -feci, fectŭm, –ĕre), che però al passivo ricorre anche in espressioni come tantis pedum doloribus affici, ut…(Cicerone), morbo gravi et mortifero affectum esse (Cicerone), morbo affectum esse (Terenzio) o nel ciceroniano affectus graviter (gravemente malato). Del resto una traccia evidente di questa accezione del verbo afficio è rimasta in un’espressione italiana come “essere affetto da…”, a cui segue generalmente il nome di una malattia.

Ecco, il concetto di malattia mi sembra quello che più riesce a descrivere l’afición. Una malattia che ci ha colpito perché il virus che la trasmette circolava nell’aria di un bar di Siviglia o era nascosto tra le pagine di un libro, i cui sintomi non si attenuano neanche se una pandemia ci ha costretto a stare lontani dall’oggetto della nostra ossessione, i tori, se la società globalizzata e la politica ci attaccano come dei delinquenti o, al minimo, come gli anacronistici testimoni di un mondo che sta morendo, se i tori sono sempre meno encastados e i matador delle star alla perenne ricerca del facile trionfo. Una malattia benedetta da cui non si guarisce e dalla quale non vogliamo guarire.

Bibliografia

Marc Delon, Pourquoi ils vont voir des corridas (Atlantica, 2013)

Jean-Pierre Darracq, Afición (J. Bocquet Libraire-Editeur, 1980)

Jean Cau, Les Oreilles et la Queue, Gallimard, 1990

Diccionario de la lengua española della Real Academia Espaňola (https://dle.rae.es/)

Vocabolario Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/)

Karl Ernst Georges – Ferruccio Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, Rosenberg & Sellier, 1984

Luigi Castiglioni – Scevola Mariotti, IL vocabolario della lingua latina, Loescher, 1987

SCRIVI UN COMMENTO