Vincere la morte

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“Il vecchio sognava i leoni”

Si chiude così l’ultimo libro pubblicato in vita da Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, opera di perfezione sconcertante con cui lo scrittore che mai aveva vinto un premio conquistò prima il Pulitzer eppoi il Nobel. 

“Il vecchio sognava i leoni”. Una frase decisiva se vogliamo capire il lavoro di un autore che fin dalle prove giovanili esplorò il rapporto dell’essere umano con la natura di cui è parte, e dunque il rapporto con la dimensione animale che lo accomuna a tutti gli esseri mortali immersi a loro volta nella natura. Un lavoro complesso, tortuoso, pieno di svolte e cadute, ma sempre coerente per quattro decenni, dagli esordi di Parigi, fino alla morte a Ketchum nel 1961.

È questo il tema principale di Sognava i leoni, un libro con cui ho cercato di scavare nell’opera dello scrittore per superare quei luoghi comuni che negli anni hanno finito per oscurarla. Sappiamo tutti quanto il mito del cacciatore, del pescatore, del cronista di guerra e così via, abbia dominato le copertine fino a un decennio fa, prima che l’imperante correttezza rendesse quell’immagine inaccettabile. Un mito ambiguo e controproducente, quello che Hemingway stesso colpevolmente alimentò, perché faceva vendere, sì, e tuttavia non lasciava brillare il serio lavoro dello scrittore, impegnato in un corpo a corpo con la morte, costantemente vinta attraverso la scrittura. 

Eppure subito, dall’inizio della sua ricerca, Hemingway lo aveva capito con estrema chiarezza: solo scrivendo gli era possibile curarsi, solo lavorando sulla parola che racconta la vita e la morte gli era possibile affrontare la finitezza che caratterizza tutti noi, animali mortali.

E fu per questo che nessuna dimensione gli apparve più necessaria e paradigmatica di quella che trovò nel mondo dei tori. Luogo dove studiare la morte, come gli disse Gertrude Stein consigliandogli Pamplona. Ma soprattutto luogo dove studiare il rapporto fra l’essere umano e l’animale non dotato di parola, di cui il dio toro è esemplare. Quindi il rapporto fra l’essere umano e la natura. E infine il rapporto dello scrittore con la sua arte. Perché l’arte del torero è esempio perfetto per chi voglia comprendere ciò che insegue quello scrittore in lotta con la morte come Hemingway fu. 

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Ecco uno dei passi in cui ho cercato di cogliere il fondo di questo sublime sforzo che continua a fare di Hemingway, come lo definì Francis Scott Fitzgerald, uno “scrittore infettivo”, ossia uno scrittore che se lo leggi finisci per imitarlo – anche inconsapevolmente.

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Il vero torero sfida il toro che ha dentro di sé. Così l’artista. Leggere Morte nel pomeriggio è un’esperienza ogni volta travolgente per chi davvero vuole sfidare i propri demoni creando e cercando l’eterno nel gesto. Non c’è allora migliore prova dell’ultimo capitolo. Il famoso capitolo XX. Un capolavoro assoluto che io giudico la perla di Hemingway dopo la fine spirituale di Parigi. Un pezzo a sé stante con cui lo scrittore riuscì infine a chiudere un libro che non avrebbe voluto chiudere mai e che contiene alcune fra le immagini più indimenticabili, messe in pagina con un’arte sconvolgente. 

Se ho bisogno di sentirmi meglio e commuovermi e piangere di fronte alla Spagna dei nostri sogni, ogni volta apro questo capitolo. Perché mi ricorda tutto quel che cerco di fare come uomo e come scrittore. Per questo parlerò più volte dello stile, dei tempi verbali e del tempo dell’esistenza e dell’eternità che Hemingway cerca di agguantare in queste pagine. Per ora, invece, non dirò nient’altro, se non che è solo in quel capitolo, è davvero soltanto lì che possiamo capire definitivamente quanto la tauromachia possa costituire un modello assoluto e una forza di potenza inaudita per comprendere noi stessi e il nostro presente, a qualunque tempo questo presente appartenga. Perché il presente c’è solo nell’assenza, nel passato perduto e nel futuro da sognare. E questo presente imprendibile, effimero ma eterno, sta tutto in quella fantastica immagine di sole spagnolo che è l’essenza della corrida. Come ricorda Hemingway, “gli spagnoli dicono: ‘El sol es el mejor toreroIl sole è il miglior torero, e senza il sole manca il miglior torero. È come un uomo senza l’ombra”. 

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Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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