Polaroid di Siviglia, di Davide Spiridione

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(ph) Davide Spiridione

Non ho idea di chi sia Davide Spiridione: ci ha inviato una mail ieri, l’ho aperta e ho passato una giornata intera sulle immagini e sulle parole che vi ho trovato, e ho deciso immediatamente che tutto ciò meritava di essere conosciuto. La sua storia di appassionato non è granché originale: Morte nel pomeriggio letto una volta e poi divorato altre ancora, la curiosità che si fa necessità, una prima e tumultuosa esperienza all’arena, e poi il desiderio incontrollabile di tornare a vedere i tori. Quest’anno a Siviglia, per una combinazione fortunata di biglietti aerei, prezzi di volo e hotel, programma della feria. Fino a qua niente di particolarmente eccitante, occorre riconoscerlo. C’è qualcosa di delizioso però nelle immagini e nelle parole che trovate qua sotto, qualcosa che ha a che fare con il romanticismo delle spedizioni di esploratori d’altri tempi e con il lirismo candido di chi per le prime volte si immerge in quell’orgia di passioni e eccessi e vita e morte che è la festa di Siviglia. C’è che Davide Spiridione, fotografo di formazione accademica e fotografo per professione, stanco delle giornate e nottate passate al buio di un ufficetto per editare, photoshoppare, blendiffare, e insomma cosare le proprie foto scattate in digitale ha deciso di ritrarre la feria de Abril con una Polaroid. Sì, una Polaroid, quell’aggeggino che sta alla fotografia come l’ukulele sta alla musica, quella macchinetta che negli anni settanta aveva riempito di cartucce vuote e immagini fuori fuoco le famiglie di operai e le casate di imprenditori, quell’affarino che oggi si accende solo per immortalare gli amici ubriachi ad una festa o il gattino accomodato sul sofà. Si sa, la tauromachia è espressione artistica e umana che di più qualunque altra si presta alla sua rappresentazione, e la fotografia si è dedicata con grandi autori e grandi opere a congelare su carta, per quanto possibile, la perfezione austera di una veronica o la potenza oscura di un toro. Ma non mi ricordo, in tanti anni di afición , un reportage fotografico in Polaroid, fatto di scatti unici, senza alcuna possibile deriva perfezionista, fatto all’arena e stampato all’arena. Vero. Trovate le fotografie di Davide Spiridione qua sotto, sfogliatele. Ma il punto è che c’è dell’altro: in una sorta di artigianale dossier che tutte le raccoglie e che Davide ci ha voluto offrire, le foto sono tutte accompagnate da una breve didascalia. Succede che quelle brevi note dedichino alle immagini imperfette e uniche del reportage parole leggere e innocenti, informate del senso di poesia fanciullesco e spontaneo che è lo stesso con cui ogni aficionado ha guardato al mistero e alla meraviglia dei tori le prime volte, regalando loro un completamento perfetto e romantico. Le didascalie sono tutte qua, sarà facile associare ognuna di loro alla fotografia per la quale è stata pensata.

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POLAROID DI SIVIGLIA DEL MAGGIO 2019, di Davide Spiridione

Triana. / Cerveria La Grande, Triana. Un posto carino dove non mi sono mai fermato. Ogni volta che ci passavo davanti avevo appena bevuto o sarei andato a bere da un’altra parte. / Ancora Triana, il quartiere di Gitanillo de Triana, ferito a morte nel 1931 a Madrid dal toro Fandanguero. / Plaza De España. / La Plaza de Toros de la Real Maestranza de Caballería de Sevilla. / L’interno della plaza, proprio accanto alla porta di legno dove due uomini in abiti eleganti hanno bussato tre volte e sono stati accolti calorosamente da un gentiluomo dall’aria ubriaca. / Un bell’esemplare di toro da combattimento nel museo taurino della Maestranza. Il toro è impagliato e forse si tratta di un toro indultato, forse di un Miura o di una sua versione moderna. Non ricordo esattamente. Ero lievemente intontito per via delle coppette di birra che mi sono state fatte bere a pranzo. / Un altro animale impagliato nel museo della Maestranza. Uno dei visitatori si era messo di fronte al toro per misurare più e più volte con la mano a che altezza gli sarebbe arrivata la punta delle corna. Gli sarebbe arrivata alla gola. Quando mi sono accorto della sfocatura faceva troppo caldo per tornare indietro e scattare di nuovo. Nel momento in cui ho lasciato la sala il visitatore stava ancora misurando sé stesso e il toro. / Qui invece il toro è vivo e vegeto ed è il più grande che io abbia mai visto, è alto ed entra nell’arena con sicurezza. La temperatura è di circa 33 gradi e di quando in quando arrivano lievi folate di un vento africano. / Il primo toro di David Fandila, meglio noto come El Fandi. Prima di accettare l’invito al combattimento, per qualche secondo l’animale è rimasto immobile all’uscita del toril e dal mio posto si sarebbe vista solo l’estremità ricurva delle corna oltre il cancello. Poi ha fatto il suo ingresso nell’arena, un ingresso lento e di una dignità unica. La scena è durata pochi istanti e se non l’avessi fotografata me ne sarei dimenticato. Non conosco il nome del toro, ma rispetto agli altri aveva una muscolatura più accentuata ed era simile a qualcosa che era stato creato apposta per uccidere piuttosto che per consentire ad alcuni di farci bella figura con una cappa. / La lidia. Il vecchio alla mia sinistra mi ha prestato la brochure di una marca di birra e mi ha mostrato come applicarla al cavo d’acciaio che ho di fronte usando una graffetta per ovviare al problema del vento, in modo da potermi chinare sui gomiti e vedere la corrida con gli occhi al riparo dal sole. È tutto molto bello ma anche molto lontano, dato che gran parte dell’azione è all’ombra, dall’altra parte dell’arena. Fa tutto il caldo che si può immaginare e anche di più, e la terra dell’arena assume una doratura incandescente simile alla panatura di una cotoletta. / López Simón ha inferto il colpo di spada e si sta a vedere se il toro muore o se c’è bisogno di usare il descabello. Se ricordo bene qui si è dovuto usarlo. L’uomo corpulento appoggiato alla barrera sorseggia birra da una lattina tenuta al fresco nell’apposito buco e versa acqua con regolarità sulla lamina di metallo dove ha le mani per controllarne la temperatura e potervisi appoggiare. / López Simón viene acclamato dagli spettatori e fa il giro dell’arena mentre dagli spalti arrivano cappelli, fiori e altri oggetti che gli uomini della sua cuadrilla raccolgono in modo che lui possa lanciarli indietro ai rispettivi proprietari. La luce diretta del sole rende vano il mio tentativo di fotografare Simón nella sua interezza, dunque ne restano la cappa, parte dei pantaloni, i calzini e un frammento di scarpa. / La suerte de varas. Tutto è orchestrato in modo che i tori carichino il cavallo situato in ombra, dalla parte opposta, e questo non lo avevo considerato, insieme a molte altre cose. Perciò ogni volta che i picadores entrano nell’arena è inutile sperare che il toro attacchi il cavallo che ho di fronte; il toro attacca sempre il cavallo più lontano. Si sente il tonfo della mole del toro contro il fianco del cavallo e il suono caratteristico dato dal cozzare delle corna con la staffa protettiva in metallo. Quando invece i cavalli non sono nell’arena, dal corridoio a sinistra arriva un inestinguibile scalpitio di zoccoli. Comunque sia, anche se spesso sono fischiati, i picadores indossano costumi straordinari, compreso il copricapo simile a quello di un pontefice in vacanza, pesano almeno dieci chili in più del matador e il loro intervento assomiglia ad una spedizione punitiva nei confronti del toro, che ha la sola ma imperdonabile colpa di essere toro. / El Fandi mentre piazza le banderillas. I due uomini in basso sono coloro che lavorano alle punte delle picche, ribattendole o sostituendole. Ogni tanto si voltano a sbirciare cosa succede nell’arena, ma per quasi tutto il tempo lavorano alle picche a martellate. / El Fandi s’inchina dopo aver ucciso il toro con la spada. La lama non è penetrata per intero, ma il tumulto della folla ti ha comunque riempito le orecchie perché in meno di dieci secondi l’animale è crollato sul fianco con le zampe rigide, già morto prima di toccare terra. / Il Presidente ha concesso al Fandi il taglio dell’orecchio del toro, e il Fandi fa il giro dell’arena ringraziando la folla per l’acclamazione ricevuta. Per qualche motivo scatto proprio mentre El Fandi impugna qualcosa che gli è stato lanciato e che si frappone tra la sua faccia e la macchina. Il banderillero ride e si china a raccogliere un cappello. / Mi accorgo dell’inconveniente e scatto di nuovo senza avere il tempo di estrarre la pellicola appena impressa che finisce a terra. El Fandi è passato. Non sarebbe nemmeno così terribile se non fosse per l’inquietante personaggio vestito di bianco che si è appena palesato. / La mattina dopo la corrida c’è ancora del tempo prima di dover preparare la valigia, così si può prendere l’autobus e andare al cimitero di San Fernando. Questa è la tomba di Manuel García Cuesta, noto con il soprannome di El Espartero e ucciso nel 1894 a Madrid da un toro Miura quando aveva ventinove anni. / La tomba di Juan Belmonte. / Il complesso monumentale dove riposa José Gómez Ortega, che era noto come Joselito, ucciso a venticinque anni dal toro Bailador per una cornata nel ventre il 16 maggio 1920. Accanto a Joselito è sepolto suo fratello Rafael, detto El Gallo. / La lapide di Joselito. Dopo averla fotografata, la signora di guardia al cimitero mi è venuta incontro dicendo che non si potevano fare foto né riprendere i nomi dei defunti, e mi ha mostrato il divieto di introdurre fotocamere. Io le ho indicato la tasca della camicia dove le polaroid si stavano sviluppando e le ho detto in italiano che avevo solo quelle. Lei ha fatto finta di non avermi visto e me ne sono potuto andare. / L’ultima foto che avrei dovuto scattare al Fandi. La corrida era finita e i matadores stavano lasciando l’arena uno per volta seguiti dalla cuadrilla. La porta dalla quale stavano uscendo era alla mia sinistra ed era molto vicina, per cui avrei avuto un’ultima possibilità. Nel momento in cui ho scattato mi sono accorto che la macchina si era inceppata e il suo sistema era convinto che non ci fossero più pellicole, mentre invece ne rimaneva una. Non ho nemmeno provato a piegarmi verso lo zaino pieno di cartucce. Sono rimasto a guardare El Fandi che camminava verso l’uscita nel clamore generale sentendomi come uno che è stato appena derubato. Perciò non esiste la polaroid del Fandi che saluta gli spettatori con il braccio, che sorride umilmente e che se ne va con la sua faccia da persona perbene. Uscito dalla Maestranza mi sono incamminato lungo il Guadalquivir, poi mi sono fermato per disfarmi delle cartucce che avevo usato e che quindi erano vuote. Alla fine ho estratto la cartuccia che era nella macchina, quella che l’aveva fatta inceppare, e al suo interno c’era una polaroid tutta marrone per il fatto che le sacche dei reagenti erano ancora intatte. Sovrappensiero e con un vago senso di sconfitta per aver fotografato male El Fandi, ho schiacciato le sacche tra le dita per vedere cosa sarebbe successo. È successo questo.

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