Quel pomeriggio a Siviglia

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Andare ai tori a Siviglia è un’esperienza particolare, che coinvolge tutti i sensi. La piazza, incredibilmente incastrata tra le case, le strade, il fiume, i ristoranti e i bar, dove gli appassionati, a migliaia, si accalcano a bere e mangiare prima della corrida. Uomini e donne ben vestiti, a volte anche troppo (con 35 gradi all’ombra, si può accettare un elegante doppio petto blu scuro, ma per me è incomprensibile un completo di fustagno nero), parlano e assaporano il momento di entrare nella plaza de toros, la Real Maestranza. E se, come questo venerdì, è in programma una combinazione di quelle buone,ossia un “cartel” di toreri importanti, di “figure”, che affronteranno tori altrettanto quotati, dello storico allevamento di Jandilla (quello che qui chiamano un cartelazo, un cartello della Madonna, per capirsi), allora percepisci più attesa, più tensione, più speranza di vedere qualcosa di bello, se non di straordinario. Questa speranza si verifica spesso nelle grandi ferie, e spesso risulta deludente, perché le variabili sono tante, troppe. Il detto “grande aspettativa, grande delusione”, “mucha expectación, mucha decepción”, che così fa anche rima, è spesso azzeccato.

Questo pomeriggio abbiamo due grandi, grandissimi toreri. Josè Antonio Morante Camacho, “Morante de la Puebla”, immenso torero nato in un paesino di qui vicino, la Puebla del Rio, quindi sivigliano in purezza, anche per il modo di toreare, geniale, imprevedibile, classico e nostalgico, perché negli anni, il “genio de la Puebla”, ha recuperato alcuni passaggi, suertes, con la cappa e con il panno, che erano stati dimenticati. Passaggi dei grandi toreri sivigliani del secolo scorso, come Joselito e Belmonte, si dice a lungo da lui studiati con le sgranate immagini delle cineprese e delle fotografie di quegli anni.

Il secondo torero è un giovane ma già affermato peruviano, Andrés Roca Rey, astro nascente di questi anni, in grado di unire passaggi di sublime eleganza a movimenti così rischiosi e spericolati da far sussultare il pubblico in momenti che sembrano secoli.

Il terzo e ultimo torero, il più giovane, Pablo Aguado, anche lui di Siviglia. E qui mi fermo. Non l’ho mai visto, leggo che l’anno scorso ha combattuto in Spagna e Francia solo sei corride, pochissime, se si pensa che le figure ne fanno trenta, quaranta o anche sessanta all’anno. Facile pensare a una vittima sacrificale, stritolata dalla forza e dal carisma degli altri due compagni di battaglia. Anche se il combattimento dei tre toreri con l’animale non è mai una gara a chi prende più trofei: la tauromachia non è uno sport.

Cosa si prova quando si percepisce che siamo presenti ad un evento straordinario, quando si intuisce che i tre uomini sono in giornata di grazia, quando i tori sono tori “bravi”, perché combattono fino al compimento del loro destino, che è quello ineluttabile di morire nell’arena?

A tutti quelli che, come me, hanno avuto la fortuna di assistere a una corrida memorabile, restano dentro solo immagini fuggevoli, qualche fotografia e quei selfie mentali che ti calano come una entità incorporea in quell’attimo fuggente che resta impresso a vita nella mente e davanti agli occhi.

L’inizio di Roca Rey a Porta Gayola, quel gesto assurdo e inutile, perché dopo pochi attimi se ne sono dimenticati tutti, di accogliere in ginocchio il toro appena uscito dai recinti della piazza. È un atto di pura follia, perché l’animale entra di corsa, passando dal buio totale alla luce abbacinante del pomeriggio andaluso, e l’unica cosa che vede è un piccolo uomo inginocchiato davanti a sé, e lo carica in un attimo, soffiando come una locomotiva, nel silenzio assoluto della piazza. Il torero compie il miracolo, facendosi passare il corno a pochi centimetri dal volto, solo con il giro della cappa intorno al proprio corpo. Pubblico in piedi, un respiro di sollievo, si dà spazio alla bellezza e al pericolo.

È la volta di Pablo Aguado. Il tempo è sospeso. I movimenti sono lenti ed eleganti, perfettamente calibrati alla carica del toro. È impeccabile la collocazione rispetto all’animale. Il dominio è assoluto. Il trionfo è di legge. Siviglia non crede ai propri occhi.  Il giovane è già leggenda. Tutta la Maestranza in piedi che grida “torero, torero”. Il massimo tributo, più dei fazzoletti bianchi sventolati con veemenza, più della banda che suona la musica, più del Presidente che, senza esitazione, proclama immediatamente che il torero ha diritto al trionfo.

Adesso, Morante. Uomo strano, bizzoso, imprevedibile. Se il toro non gli piace, e nessuno può capire cosa può o non può piacere in una bestia di quasi 600 chili con due corna enormi che ti carica a testa bassa e che cerca solo di ucciderti, se il toro non è buono, secondo lui, dicevo, lo combatte poco o punto, quasi svogliato, quasi irridente, non nei confronti dell’animale, e nemmeno del pubblico, ovviamente. Nei confronti di se stesso, forse, incurante dei fischi della gente. Ma non è questo il caso. Guardo con il mio binocolo, come sempre quando Morante inizia il suo gioco. Sorride. E’ deciso. Il toro è di suo gusto. I passaggi con la cappa sono estasianti, avvolgenti, di una lentezza sospesa, il toro carica e quasi si ferma nel tessuto, durano un attimo ma sembrano minuti interi. Nella veronica, lui, è il migliore, per giudizio unanime, ed uno dei migliori di tutti i tempi. E’ il discendente di Belmonte per trasmissione genetica, impossibile ma certamente possibile se si parla di tauromachia. Lui è il Rafael De Paula degli anni duemila, il gitano pazzo che toreava senza sapere niente di tori. Con il panno rosso, inizia ginocchia a terra, non glielo avevo mai visto fare. Si rialza, e inizia il ballo soave con la bestia. Il toro è sempre più suo, l’animale si avvolge intorno alla sua figura, Morante ci insegna cos’è “l’arte” scritta nel vento e nella sabbia insieme a un animale selvaggio. Ecco, alla fine, i magnifici passi “di adorno”, di sapore antico, preludio all’atto finale, quello della stoccata, della spada, che entra perfetta, fino all’elsa. In genere il toro, ferito a morte, quasi vergognandosi della sconfitta, cerca rifugio lontano dal clamore della gente, e va ad appoggiarsi alla barriera di legno che delimita l’arena quasi a  nascondersi. A volte, però, accade una specie di miracolo. A volte anche l’animale morente mostra il suo orgoglio, e rimane in piedi, in mezzo alla piazza, raccogliendo le ultime forze, cercando di respirare una volta di più, un soffio ancora. Si dice che così il toro “muore da bravo”. E questo Morante lo capisce subito, naturalmente, e allontanando tutti i suoi, si avvicina al muso dell’animale, lo accarezza, e con un candido fazzoletto deterge gli occhi del toro, come asciugandone le lacrime. Egli rende così onore al suo nemico, come facevano Curro Cuchares nell’ottocento ed ancora Joselito nel secolo scorso. I tori bravi muoiono piangendo. Le lacrime degli eroi.

Non è finita. Manca ancora l’ultimo toro di Pablo Aguado. Lui è già trionfante, la sua vittoria è già conquistata. Si è già guadagnato la Porta Grande. Ma a Siviglia hanno due porte. Siviglia è diversa. Se trionfi con due tori, infatti, invece che con uno, hai diritto a passare, portato a spalla, sotto la Porta del Principe, quella maestosa apertura che ti porta dritto sul Guadalquivir, eppoi su Triana, la patria dei grandi toreri gitani. E Pablo Aguado non è sazio. L’occasione è ghiotta. Il suo toro è buono, ed egli lo accoglie con la cappa elegante e maestoso. Il toro accetta il gioco, rapidamente affronta il cavallo, e non si sottrae all’impatto contro la muraglia equina, contro la pesante protezione che lo ricopre, e contro la lancia appuntita, la vara, piantata sul collo. Il toro è bravo, e resta con la testa ben piantata nel costato protetto del cavallo. Un po’ troppo, se si stanca, se la forza enorme del collo gli si ritorce contro potrebbe piegarlo troppo, e non essere più in grado di combattere. Succede, se l’animale è generoso. Occorre portarlo via da lì. In genere ci pensa un subalterno, il  peon de brega, con il sapiente sventolio della cappa, così la bestia si distrae, e scivola via dal cavallo. Si chiama quite. A far questo, però, oggi, ci pensa Morante. Non spetterebbe a lui. Fino a poco meno di cento anni fa, quando cioè il cavallo era nudo, e veniva letteralmente incornato e rovesciato a terra, e il picador cadeva con esso e si ritrovava spesso alla mercé del toro infuriato, il matador aveva il compito di distrarre l’animale e portarlo via. Lo faceva ovviamente con la cappa, anche con passaggi non privi di grazia e bellezza. E ora Morante si accolla questo compito, e non lo fa per il cavallo, che non corre alcun rischio né per il picador, ben saldo in sella. Né lo fa per sé, non ne ha bisogno. Lo fa per la Maestranza, per Siviglia e per la Tauromachia, con la T maiuscola. Egli non porta via il toro con un semplice sventolare della cappa, con un qualcosa di già visto. La fa eseguendo il quite del bu. Un passaggio antico anche questo, ripreso saltuariamente solo da qualche grandissimo torero moderno, ma di fatto visibile solo nei filmati di inizio secolo. Consiste nell’avvolgersi completamente nella cappa e portare via il toro girando su se stessi, come un Batman ante litteram. Come un fantasma, che ti fa paura, che ti fa “bu”. E così, in un attimo, la Maestranza perde tutti suoi colori e torna in bianco e nero. Per pochi eterni secondi, Siviglia ritorna all’Età dell’Oro.

Il pubblico applaude in piedi, grida e urla il proprio godimento, poi si acquieta un attimo,  ma non è ancora sazio di toreria. E’ il momento in cui devono essere messe le banderiglie. Atto necessario e delicato, non scevro da pericolo, che il pubblico sivigliano è perfettamente in grado di apprezzare, perché è un gesto che deve coniugare bellezza estetica e geometria, agilità e potere. È il turno di Ivan García, biondo torero madrileno che fu anche matador di tori difficili e cattivi, di allevamenti non sempre graditi alle figure, come i portoghesi Palha, o i grigi animali della linea Buendia. Pochi contratti per Ivan, difficile sopravvivere con quattro o cinque corride all’anno. Lui non è stato fortunato, e non ha forse avuto occasioni propizie, anche se magari se lo meritava. Però non è riuscito a staccarsi dal mondo dei tori, e allora ha svestito l’oro, che adorna l’abbigliamento del matador, e si è vestito d’argento. Si è fatto banderillero. Sopraffino. Nonostante la piazza possa essere già stanca o appagata, pianta due paia di banderiglie praticamente perfette. Il pubblico esplode ancora e lo obbliga a salutare, a capo scoperto. Un onore grande, per chi ha dovuto lottare nei bassifondi del piccolo mondo della tauromachia.

Siamo alla fine. La storia ci dice che Pablo Aguado entrerà di diritto nell’Olimpo dei grandi toreri. La sue esecuzione è sublime, il pubblico è estasiato. La Porta del principe è aperta. Le luci della Real Maestranza sono accese, e fanno brillare ancora di più l’oro del vestito del torero, mentre la luce del sole al tramonto tinge d’argento la acque del fiume. Inizia la lunga notte della Feria, a Siviglia, con un nuovo torero di cui parlare. Buona fortuna, matador. 

2 COMMENTI

  1. Scusa la pignoleria Marco (non me ne volere), ma per uscire dalla Puerta del Príncipe della Maestranza non è sufficiente trionfare con entrambi i tori del proprio lote, così come sembra spiegare il tuo articolo; occorre tagliare almeno tre orecchie (due non sono sufficienti anche se di tori distinti) –> https://www.elmundo.es/elmundo/2006/04/04/toros/1144146383.html In questa “cronistoria” trovi la conferma –> https://sevilla.abc.es/cultura/toros/20130404/sevi-puertas-principe-cifras-201304032056.html

  2. Non volevo essere troppo didascalico, perché risulta antipatico. Bisogna tagliare 3 orecchie, quindi va da sé, che avendone il toro solo due, devi perlomeno tagliarne 2 più una. Non hai letto con attenzione, io dico che devi trionfare con entrambi i tori, il che, se vuoi, è sbagliato anche questo, perché una orecchia non è un trionfo, in realtà. Ma io in certi tecnicismi non entro mai perché mi annoiano e detesto considerare le orecchie alla stregua dei goals. Morante ha aperto la porta del Principe una sola volta, non ha mai trionfato a Madrid, né ha mai indultato un toro, ma rimane, SECONDO ME, il più grande dei contemporanei. Per dire. Grazie per aver letto il mio scritto. A presto, w los toros!!!

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