Napoli, novembre 1657

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Napoli, Largo di Palazzo.

Una giornata di festa straordinaria: inizia il cerimoniale per la nascita del terzo figlio del re Filippo IV. Largo di Palazzo è allestito secondo il costume della fiesta realizzata nella Plaza Mayor ispanica con tribune e apparati effimeri riccamente addobbati di velluti e coccarde. Il Popolo aspetta impaziente l’ingresso dei tori: è abituato allo spettacolo, ne gode da anni. Entra il primo toro, piuttosto spaventato dalla moltitudine di gente, avvezzo finora a girovagare libero per i boschi: sembra non avere il coraggio di incontrare il Cavaliere, pertanto viene ucciso poco dopo dai Cacciatori. Il popolo esulta. Viene fatto entrare il secondo toro. Si tratta del toro che sfiderà Don Emanuele Carafa, un torero di nobile lignaggio, stimatissimo dal Vicerè Garcia de Avellaneda y Haro. Ecco la narrazione di prima mano dell’evento tratta dal ragguaglio ufficiale scritto da Andrea Cirino:

«Uscì un altro temerario Toro assai forte, e furibondo, torva la fronte havea, e le orecchie altiere, e spargendo polvere in alto, flagellavasi cò la coda, per eccitare più fiero orgoglio. […] Contro a questo corse la turba dè Cacciatori, e assaltandolo da varie parti, esperimentarono tutti, che il valore di un solo è bastante contro timorosi assalitori. Comparve del volgo una turba accinta a combattere, e formando una siepe di palio, o canne, pareva volesse imprigionare, ed insieme trafiggere il Toro, quando l’indomita Bestia di Colco, fumando con fuoco di sdegno, fattosi incontro alla gente, che mancante d’industria, senza valore aspettava, e tremava, subito senza atterrarla se la vidde a piede prostrata su’ l campo, supplicar la vita.[…] Stavasene tra tanto Don Emanuele, aspettando il Toro, il quale furiosamente correndo, ora urtava con uno, ora atterrava un altro, e tutto furibondo, co’ muggiti, sfidava al paragone delle forze anco gli Hercoli.[…] Don Emanuele però senza correre aspettava il Toro, poco curando del suo pazzo furore; e questo divenuto frenetico, per troppo sdegno, contro tutti del campo, urtò, ferì, formando più circoli, e parendoli viltà combattere con gente vile, chinò il capo, e designando un colpo horribilissimo, qual animato cannone, si fece indietro, e poi velocissimo corse ad incontrare l’inimico, nobile suo campione; la polvere, che destava il piede, il fumo delle narici, ed il fuoco vibbrato da gli occhi, tramezzati dal tuono dè muggiti, formava una horrenda tempesta, mossa contro un sol cavaliero, il quale provvisto di cavallo non usato a simile combattimento, mostrava al parere di ogni uno, gravemente pericolare. Ansiosa dunque la gente mirava, e temeva, e come nò usata a giochi sanguinolenti, dubitàdo nell’incontro del Toro, incontrasse il cavaliero la morte, senza respiro attonita sospirava le vicine sventure: quando ecco Don Emanuele vedendo venire il Toro, volse veloce dar la volta, e schernire con il giro la gran Bestia, ma si avvidde nell’istesso tempo, che il cavallo adombrato da tanto horrore, s’impaurisce, batte e ribatte l’istessa orma e non si move; e spronato al fine si diede a dietro, facendosi bersaglio inevitabile al Toro, il quale urtandolo lo ferì, e squarciogli gran parte del ventre. Allora il Toro insuperbito, e fatto maggiormente feroce poiché urtando il cavallo, vidde tinto di nemico sangue il campo, per coprire di porpora il teatro, in cui trionfato havea del più generoso animale. Quindi naturalmente inferocendosi il Toro alla vista del colore rosso, e del sangue, divenne una furia, e si accinse al rincontro: per il che impegnato già il cavaliero fin d’allora, che il Toro lo toccò, quasi chiamandolo a duello, e sfidandolo al paragone delle forze: pose mano alla spada, ed accoppiando la forza con l’arte, come se armato fosse di fulmine, lo percosse sopra il collo, ed in un subito se lo fece cadere ai piedi».

A. Cirino, “Gioco di Tori conforme l’uso di Spagna”, in Feste celebrate a Napoli per la nascita del serenissimo Prencipe di Spagna, Napoli, C. Faggioli, 1658, pp. 102-109.

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