La festa infinita. Madrugá

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Foto M. Nucci

Nella notte del venerdì santo, Sevilla tocca l’apice della sua gloria. Attesa per tutto l’anno, questa settimana di fede religiosa e laica, celebrando la morte di Cristo, va incontro finalmente all’esaltazione di chi non può morire. Perché qui si festeggia la vita. Solo la vita. La vita nella sua esplosiva pienezza. Si scopre allora che è la sensualità uno dei cardini principali di questa festa che non finisce a Pasqua ma continua per un intero mese. Come in nessun’altra città occidentale. Per glorificare, giorno per giorno, ogni attimo, ogni istante. Ogni fuggevole momento destinato alla sua immediata fine. Il trionfo di chi è destinato a vivere in un soffio: gli effimeri, ossia gli uomini. A Sevilla, del resto, solo ciò che è effimero resta per sempre.

 

VENERDÍ SANTO: AZAHAR ALL’ALBA

Eppoi il profumo vero, il profumo supremo di questa prima settimana di follia, lo potrete scoprire solo venerdì, all’alba. Un po’ prima dell’alba, anzi. Ma per chi vive qui, per chi considera la Semana Santa come la settimana per eccellenza, l’alba comincia molto prima che arrivi il sole. Alba, madrugada, anzi madruga’, come si dice a Sevilla, è la notte, la lunga notte che comincia il primo minuto dopo la mezzanotte che apre il venerdì santo. Cristo muore. E nel giorno supremo della morte, e solo in questo giorno, sfilano, anche di mattina, i pasos più antichi in città, quelli delle confraternite più famose. A mezzanotte la Macarena (che tornerà a casa quattrodici ore più tardi), la più celebrata, la più festosa e chiassosa e potente di tutte le hermandades. Un’ora più tardi El Gran Poder, l’esatto opposto della Macarena, con la sua antichità e la sua serietà e il suo completo, assoluto, rigorosissimo silenzio. Poi, all’una e cinque minuti, El Silencio, la confraternita più antica in assoluto (fondata nel 1340). Alle due e dieci, Esperanza de Triana, festosissima e artistica. Alle due e trenta, Los Gitanos, povera, potente, esilarante di ricchezza musicale e torera e dunque, come dice il suo nome, assolutamente gitana. Infine, alle tre e cinquanta, El Calvario.

Quest’ultimo nome resta impresso come uno stigma sulle strade della città che per i turisti diventano inesorabili trappole di un’immensa carovana di festa e di celebrazione e di tumulto. Ma è in questa notte che potrete veramente cercare il profumo. E’ vero che ogni giorno si potrebbe cogliere e che del resto ciascun paso se ne porta appresso uno, scelto con accuratezza, coltivato con studio da generazioni di esperti, pur di combattere la potenza funeraria dell’incenso e della cera. Gladioli, garofani, gigli, rose, fiori silvestri. Si sbaglierebbe a pensare che le decorazioni floreali abbiano un’importanza soltanto estetica. Certo, i maestri della composizione sono pronti a dare l’anima. E così vi troverete di fronte a fiori inanellati, incrociati, incoronati come mai. Scoprirete ghirlande che sembrano fatte di cera e sono petali. Penserete che punte affilate di bianco o rosso che scendono come fosse neve immobile nell’aria siano il prodotto di qualche arte plastica che ha a che fare con la plastica e invece è il punto culminante di un lavorio manuale da certosini su veri e propri fiori. Eppure non è soltanto allo stordimento visivo che dovrete fermarvi, perché quel che importa qui è il profumo. Dei tempi andati, si raccontano aneddoti indimenticabili su stagioni in cui la fioritura ritardava e i sivigliani ricorrevano ai maestri olandesi per ritrovarsi delusi, quasi traditi, con bellissimi fiori in mano quasi privi di odore. Perché è l’odore del fiore che deve avvolgere il paso per esaltare l’unica possibile risurrezione.

Ma non è ancora quello il vero odore. Giovedì mi era parso di poterlo stabilire con certezza, quando, dopo aver scartato la cera fusa e l’incenso, con la loro potenza di morte, avevo immaginato che il trionfo di vita fosse affidato al sapore raccolto nel dolce simbolo di questa settimana di festa: la torrija, pane imbevuto di latte, vino e miele. In effetti, non mi ero accorto che di torrija sono piene le strade di Sevilla, che ogni pasticceria è perennemente aperta e che l’odore di questo dolce cambia l’orizzonte degli odori culinari della città, accoppiandosi con il fritto che sommerge ogni cosa come è abituale in qualsiasi feria di Spagna. Forse era la torrija e la sua magia di vino e miele a dominare le notti sante e pagane. Ma poi stamattina all’alba ho cambiato definitivamente opinione. Tutto è successo alle sei e mezza in plaza Gavidia, quando è apparsa la lunga processione del Gran Poder. Il cielo cominciava a schiarirsi. Le voci si abbassavano sempre di più mentre i fratelli coperti di nero nei loro cappelli a cono sfilavano tetri con le loro lunghe candele in mano e quando l’antichissimo Cristo intagliato a inizio Seicento ha iniziato a camminare su Calle Cardenal Espinola – perché cammina, quel Cristo che va alla morte portando la croce sulle spalle, cammina davvero, come se scivolasse trascinando i piedi sulla sabbia – nessuno più ha fiatato, il silenzio più cupo e profondo è sceso sulle strade e si sentivano solo gli uccelli cinguettare e i suoni delle altre confraternite in processione echeggiare lontani. È stato allora, mentre una donna compariva sul balcone per cantare una saeta triste, dolorosa, piena di sofferenza tragica, e, tra la folla, si tratteneva persino la tosse e solo qualche cellulare, disprezzato, suonava. È stato allora, nell’umidità della notte quasi finita, nell’umidità che esalta i profumi vivi, vivi davvero, è stato in quel momento che ho respirato tutto il profumo della natura dischiusa ovunque in città, la natura che si risveglia, che proprio adesso si risveglia, ossia gli aranci e il loro fiore, l’azahar che domina Sevilla, sensuale e pieno di lascivia, come se si portasse appresso sapori di un altro tempo e un altro mondo, come se gli arabi fossero ancora qui.

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Le puntate precedenti:

1. Vigilia. Un venerdì qualsiasi nel nostro mondo

2. Domingo de Ramos. El sol es el mejor torero

3. Martedì Santo. Il cuore dei Misteri

Le puntate seguenti:

5. Pasqua. I costaleros di Achille

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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