La festa infinita. Resurrección

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Foto M. Nucci

E arriva la domenica di Pasqua. All’alba parte l’ultima confraternita che celebra la Semana Santa. Poi inizia il giorno più sereno e vuoto. Cosa aspetta Sevilla nella sua festa infinita che chiude soltanto la sua prima settimana? Per ora, un’indicazione chiara arriva dai piedi degli uomini che hanno dominato silenziosi e anonimi. I loro talloni raccontano una storia. L’ennesima fra le infinite che si aprono nel trionfo della vita sulla morte. La vita di ciò che dura un attimo. A Sevilla d’altronde solo ciò che è effimero resta per sempre.

 

RESURRECCIÓN: I COSTALEROS DI ACHILLE

Battito d’ali, battito di mani, battito di piedi. Resurrección. Pasqua all’ennesima potenza. Nella mattina del giorno in cui Cristo risorge, il concentrato della Semana Santa si raccoglie nel momento in cui gli ultimi pasos, quelli della confraternita chiamata appunto La Resurrección, restano dentro alla loro chiesa, Santa Marina, a calle San Luis. Sotto alle finestre della casa in cui sono stato invitato a celebrare, in quest’alba di pioggia, è silenzio. Sono le sei di mattina. Dopo un sabato di sole splendente, tutto adesso sembra cupo. Con l’ora legale ripristinata, e il sole che qui ancora arriva tardi e cala tardissimo, tanto lontano è il confine andaluso dai fusi orari di Greenwich, sembra notte piena. Gli alberi di arancio su Calle Inocentes sono un distillato conturbante che il mito di Mirra non riuscirebbe a raccontare ma il resto è parole e semmai fotografie. Le fotografie che passano di mano in mano per raccontare albe di anni passati: il Cristo che resuscita dal sepolcro, davanti a un angelo stupefatto, il Cristo che si sarebbe mosso sotto a queste finestre, se la pioggia non glielo avesse impedito. Allora, immagino. Immagino il paso che si muove spinto da grandi ondate come se veramente stesse per salire in cielo, come se i fiati della banda che suona volessero spingerlo in una rincorsa tutta terrena verso il cielo che fra poco dovrebbe aprirsi. Ancora una volta centinaia e centinaia di persone aspettano per le vie. Li vedo, qui sotto, verso calle Feria, verso l’Alameda de Hercules, ovunque. Pioggia, non pioggia, notte, giorno, pomeriggio, alba. Non è bastato nulla a fermare le folle che piangono una lenta resurrezione, una continua, progressiva rinascita. E mentre sogno il Cristo che passa sotto il terrazzo su cui ci affacciamo, mi pare inevitabile pensare che fra poco sarà l’ora di una torrija e di un caffè eppoi di un letto prima di prepararsi al pranzo celebrativo, il pranzo finale, il delirio del pranzo davvero di festa. Le immagini corrono più veloci della realtà. Si confondono la via uggiosa e quel che sarebbe stato. Sento i battiti d’ali di uno stormo di uccelli che volano via sulla grande piazza di San Blas e il battito di mani di un gruppo di ragazzi che vorrebbero lanciare una saeta, una saeta trionfale di resurrezione flamenca, un canto allegro e folle, e invece scandiscono solo il ritmo, il ritmo incomprensibile a chiunque non sia flamenco di nascita.

E allora ecco il vero ritmo. Quello più vicino alla terra. Il battito dei piedi. Nei piedi è tutto. E non è più sogno. Perché sono stati i piedi a scandire, in tutti questi giorni, il cammino di resurrezione. I piedi appena visibili sotto gli enormi palchi portati in giro per Sevilla, quei piedi chiusi in scarpette bianche o blu o nere, scarpette da ginnastica sottili, anonime, senza marca. I piedi che avanzano a ritmo, movimento di papera, movimento sui talloni innanzitutto. I piedi di chi è il vero artista, artefice, artigiano della resurrezione mondana che si celebra nella Semana Santa: i piedi dei costaleros. Se non avete mai visto un costalero, provvedete. Non c’è altra resurrezione in questo mondo. E certo, si deve scendere in Andalusia, magari qui a Sevilla, durante questi unici sette giorni ogni trecentosessantacinque, ma è qui che vedrete l’essenza allo stato puro dell’uomo a cui si riferisce Achille quando risponde a Odisseo che lo incontra nell’Ade. Siamo nell’Oltretomba dove Achille è finito dopo che una freccia infingarda scoccata da un mezzo uomo, incapace di coraggio, abile solo nella seduzione e nel ballo, lo ha ferito, a tradimento, nell’unico spazio dove poteva essere colpito: il tallone.

La scena è celebre ma a tal punto centrale nella storia dell’Occidente che paradossalmente si tenta di rimuoverla. Achille è morto. Giovanissimo. Bellissimo. Invincibile. Forse è stato lui stesso a preferire la morte e la gloria immortale piuttosto che una lunga vita di mediocrità e di oblio. Così almeno tutti ricordano la storia. Ma è un ricordo parziale. Perché è vero che Achille, a sua madre Teti che lo ha sempre accompagnato nelle decisioni, ha più volte detto di desiderare la gloria immortale, ma non è vero che abbia detto di volere per questo la morte. E del resto chi non vorrebbe la gloria immortale? Anche Ettore è morto per quella, per un destino di fama tra gli aedi che ne avrebbero cantato le gesta, vincendo per lui l’inevitabile fine che colpisce gli uomini. Tutti vogliono la gloria eterna. Nessuno vuole la morte. Eppure una cosa di Achille è certa e diversa da tutte le altre parole degli eroi portati via dalla Chera nei miti fondativi della nostra storia. Achille, nell’Odissea, mentre appare morto al protagonista che scende nell’Ade per farsi aiutare a trovare la via di Itaca, ha parole sdegnose: “Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. / Vorrei esser bifolco, servire un padrone, / un diseredato, uno che non avesse ricchezza, / piuttosto che dominare su tutte l’ombre consunte” (Od. XI, 488-91). Meglio essere un uomo da nulla, insomma, uno che lavora come manovale, servo di un padrone di poco valore, senza molte ricchezze. Meglio servire un poveretto, piuttosto che essere il Signore del nulla, dell’Ade, del buio che domina nell’Oltretomba, dove si è ombre consunte, prive di corpo, incapaci di abbracci, di corse, di corporee sfide, folli istinti, amori, godimenti, errori, odori, fiori, donne, uomini, cuori, terra, sudore, lacrime, ma vita, sì, vita, solo vita. Risorgere. Tornare corpo. Questo vuole Achille. I suoi talloni umani, i suoi piedi veloci. E non c’è modo migliore per capirlo oggi che venire qui nel sud di Spagna a osservare i piedi dei costaleros, perché è in essi e nel loro lavoro che sta tutta la resurrezione a cui ambisce Achille.

Li potete vedere facilmente, del resto. Solo a loro è data la possibilità di passeggiare ridendo anche tra le file di processioni più silenziose e serie. Solo loro possono fumare, bere, abbracciarsi e ridere, sudati, paonazzi, vigorosi e affaticati ma pieni di un orgoglio sconfinato, mentre i pasos attraversano la città. Perché senza di loro i pasos non si muoverebbero e senza di loro i Cristi non rivivrebbero, le Vergini non trionferebbero e la resurrezione stessa, in una parola, sarebbe impossibile. Li vedete facilmente perché le squadre di costaleros che portano in giro i pasos delle confraternite sivigliane si danno il cambio spesso, tanto è lo sforzo fisico con cui devono fare i conti. Così, dovunque vi troviate, dopo poche ore in giro per Sevilla, avrete certamente la possibilità di incontrare questi sguardi sanguigni e beati, fieri della più grande fierezza consentita in questi giorni. Si tratta di sguardi che si possono soltanto intravedere e che tuttavia riconoscerete immediatamente perché sono gli unici sguardi pieni di un’umiltà apparentemente superba. Ciò di cui parlo ha una spiegazione tecnica che non si deve ignorare. Il fatto è che, per portare in giro i pasos, il costalero è costretto a indossare una specie di turbante che per metà gli copre gli occhi. E’ un sistema antico. Il panno rivoltato sulla nuca in una sorta di spessa onda deve aiutare le spalle dell’uomo nello sforzo a cui saranno costrette. Sulla fronte esso deve scendere il più possibile per evitare che si sfili quando il peso di centinaia di chili si scontrerà con la tensione muscolare dei colli taurini. Così potrete vederli, quando, per riprendere forza, abbandonano le loro posizioni al buio dei pasos, dove sono nascosti a tutti fuorché per i piedi. Li vedrete in giro con i loro strani turbanti, mentre l’altra squadra li ha sostituiti nel ventre del paso. Vi appariranno come figure di un altro mondo: gli occhi semi bendati che li costringono a una posizione della testa innaturale: molto alta, quasi all’indietro, una posizione in parte sfrontata che all’ingenuo può apparire sintomo di vanagloria e arroganza ma che in effetti non nasconde altro che l’umiltà del lavoro meno appariscente.

Andate a Sevilla o ovunque si portano in giro gli altari che celebrano la resurrezione in questa Spagna profonda, solo per vedere i piedi dei costaleros, i loro turbanti e i loro sguardi. Troverete Achille. So benissimo che qualcuno potrà leggere in questo commento una sorta di volo della sovrainterpretazione ma vi assicuro: questa è soltanto realtà. E in fondo per capirlo basterebbe scartare l’opzione privilegiata e considerare con attenzione il ruolo del cosiddetto capataz. Ossia, chi in genere viene esaltato come il vero e unico artefice del movimento dei pasos: l’uomo che guida il movimento, conduce, dà gli ordini alle squadre di costaleros che lavorano al buio. È il capataz colui che indica la strada e muove i piedi: avanti, indietro, di lato, a destra, a sinistra, di poco, di slancio. È il capataz a battere sul fronte dell’altare segnando con tre rintocchi la partenza o la sosta. Lui, il vero responsabile, l’eroe, il capo tra i capi, l’uomo che guida il cammino dell’altare all’uscita dalla chiesa o nei pertugi più insoliti della città, in svolte apparentemente impossibili o sotto archi che costringono a sforzi inumani. Eccolo, il capataz, verso le cui labbra i signori della televisione allungano microfoni per coglierne i sospiri, le indicazioni, le grida di motivazione, le spinte per rincuorare i suoi uomini, le sue truppe. Eccolo, per ore e ore a guidare i suoi costaleros lungo un percorso che ha studiato a menadito, cogliendone le difficoltà più appassionanti, perché è noto a tutti qui che ciò che suscita passione sono le difficoltà. L’Arco del Postigo, per esempio, uno dei punti più classici dove l’arte del capataz viene esibita al suo massimo grado. Le strettoie su Placentines, uno dei vicoli celebri dopo l’uscita dalla Cattedrale. Mille potrebbero essere i luoghi da indicare agli spettatori che cercano di vedere gli altari nel loro cammino di rinascita, perché i loro numerosi percorsi finiscono per intrecciarsi e cercare proprio questo: la difficoltà, l’ostacolo, ciò che crea immonda fatica, immane sforzo, al punto di mostrare tutta la vita che l’altare possiede. Ora, gli angoli dove l’altare è costretto a manifestarsi vivo si trovano soltanto fuori dalla strada che tutti quanti i pasos, ritualmente, devono percorrere: il saluto all’angolo della Campana, calle Sierpes, l’entrata e l’uscita dalla Cattedrale. Migliaia di spettatori stipati lungo questa via di trionfo su seggiole, seggiolette, palchi, posti pagati, riservati, passati di generazione in generazione. Ma il vero spettacolo è altrove, nelle svolte impressionanti delle stradine, degli archi e di repentine curve a gomito dove non c’è un centimetro da perdere. E in tutto questo sale la grande fama del capataz.

Ma l’eroe che rivendica la vita e che ambisce a rinascere non è Agamennone, è Achille. Non è il capataz, sono i costaleros. Non il capo tra i capi, ma tutti i capi, tutte le truppe e l’uomo esemplare, il guerriero esemplare di queste truppe, ossia quello che è il vero artefice della resurrezione, l’unica resurrezione in vita. E infatti l’opera del costalero-Achille, del pié veloce dal tallone mortale, il piede che scandisce la vitalità della marcia, quell’opera oggi è in mostra soprattutto all’uscita dei pasos dalle loro chiese e anche, ma paradossalmente al contrario, quando i pasos rientrano, tornando a casa dopo ore e ore di marcia. L’uscita è un parto, infatti. Un travaglio che porta alla nascita, che dà luce all’altare, ribalta Cristo o la Vergine nella dimensione della vita. Ne ho visto uno molto significativo, di questi parti. E’ stato nella plaza Montesión, davanti alla cappella omonima, giovedì scorso. Il primo altare raccontava Cristo che riceve l’angelo nell’orto di Getsemani, i suoi discepoli addormentati sotto un grande ulivo e l’angelo che scendeva dal cielo, davanti a Cristo in ginocchio, l’angelo con le sue ali altissime, quanto bastava a impedire l’uscita dell’altare. Erano due anni che non faceva capolino dalla chiesa per via della pioggia e le ali dell’angelo quasi colpivano la sommità dell’ingresso. Allora il capataz ha gridato, i costaleros hanno bloccato il peso sui loro talloni di vita e di morte, hanno cominciato a abbassarsi, sempre più, fin quasi a inginocchiarsi, minuti e minuti di travaglio, prima che l’altare finalmente uscisse nel sole, scintillante, vivo, carnale, e il boato saliva da tutt’intorno, i calici schizzavano vino, i bicchieri di birra spillata dalla Vizcaina tintinnavano in brindisi e la banda suonava una marcia di redenzione. L’apoteosi di una rinascita. Cristo finalmente di carne, finalmente al sole per le vie della città.

Tutto il contrario dunque del ritorno a casa. Un ritorno al feto, un cammino di morte che avviene quasi sempre di notte. Le gigantesche candele accese o spente da folate improvvise di vento, la cera che cola sui candelabri, i volti piangenti delle Vergini che piangono l’amarezza della mortalità. Qualcosa che difficilmente i riti di oggi ci concedono di vivere. Il più bel ritorno, il più triste e commovente dei ritorni, l’ho vissuto con la Vergine de la Soledad, ieri notte, sabato, quasi a mezzanotte. Era un cammino che pareva lugubre e disperato. I costaleros spingevano l’altare su Vergara, abbandonando San Luis per entrare nel giardino di aranci che si apre di fronte alla chiesa di Santa Isabel. Non è quella la dimora della Vergine amata dalla confraternita de Los Servitas. Quel che si stava celebrando era solo un saluto. E così le porte si sono aperte e la Vergine si è inchinata, letteralmente, era lei a inchinarsi, erano i costaleros che facevano sì che s’inchinasse, erano loro e la loro Vergine a inchinarsi. Si è inchinata di fronte al Cristo in croce, morto, lì nella chiesa. Poi in un canto morente e luttuoso, passo dopo passo, l’altare si è allontanato, ha girato accanto alla fontana che tintinnava acqua nella notte. I ceri accesi, un canto straziante, il buio, il silenzio, la tristezza degli astanti. La Vergine ha voltato l’angolo e ha strascicato i suoi passi lungo gli ultimi metri di calle Siete Dolores de Nuestra Señora. Poi si è fermata. Non ne voleva sapere. Non voleva avanzare. Non aveva alcuna voglia di rientrare. Ma doveva. Perché così vanno le cose su questo mondo. Così dev’essere. Il paso si è girato sull’ingresso stretto, ha esitato, ha accennato una retromarcia e si è ritratto. Ma la legge della vita e della morte è inesorabile. La Vergine ha preso una specie di rincorsa come se fosse costretta a fugare i suoi stessi dubbi. In pochi secondi era scomparsa. Era di nuovo nella sua Chiesa, nel sepolcro dove dove è celebrata nella sua immobilità di morte. Oscurità, candele accese, incenso. Niente più azahares. Di qui alla prossima Pasqua altri trecentocinquanta giorni almeno senza sole. Niente più carne, niente più bar, niente più brandy, niente più almendras.

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Le puntate precedenti:

1. Vigilia. Un venerdì qualsiasi nel nostro mondo

2. Domingo de Ramos. El sol es el mejor torero

3. Martedì Santo. Il cuore dei Misteri

4. Venerdì Santo. Madrugá

Le puntate seguenti:

6. Corrida di Pasqua. Reincarnazione

7. Trasformazione. Il nazareno di Chaves Nogales

8. Verso la Feria. Il dominio sul mondo

9. Preferia. Mistero flamenco

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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