Sogno e illusione

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I toreri raramente sanno parlare dell’arte a cui hanno consegnato se stessi. Corpo e anima letteralmente consacrati a un ruolo unico, talmente complesso che gli stessi aficionados ne colgono soltanto alcuni aspetti, e spesso si limitano a vederne l’impegno primario, quello esclusivamente atletico, sottovalutando invece il ruolo cerimoniale, ossia quello di chi è parte di un rito in cui la morte deve essere somministrata, ma al tempo stesso deve essere messa a rischio. Riflettere su tutto questo apre spazi filosoficamente vertiginosi, che sfuggono a chi dedica l’intera sua esistenza alla critica e al commento, figuriamoci a chi è coinvolto in prima persona nel rito e quotidianamente fa i conti con la morte. Pochissimi i toreri capaci di riflessioni adeguate sul proprio ruolo. È un dato di fatto che conosciamo bene. Tanto che quei rari casi non ci sfuggono e li portiamo con noi, ovunque si vada.

A ogni torero tuttavia capita prima o poi di usare una parola decisiva per raccontare la propria dedizione. Spesso si tratta di un riflesso condizionato, di un’abitudine, quasi una moda. Ma poco importa. La parola ilusión risuona con la brillantezza del termine apparentemente semplice e in effetti pieno della ricchezza tipica di tutte le grandi contraddizioni umane. Quando un torero dice ilusión infatti lo fa quasi sempre per raccontare lo stato di grazia, il sogno, la speranza piena di luce che lo accompagna nel consegnarsi a una vita dedicata alla morte. Sembra dunque che il lato oscuro della parola venga messo da parte e che la sconfitta, la delusione, il crollo, siano invece impossibili. Ma la potenza del termine sta proprio lì, nel sogno che può restare tale, nella vita che è vita solo in quanto si muore, nella grazia che si può conquistare soltanto quando si è disposti al fallimento. Non si tratta infatti di illusione nel senso italiano del termine. L’ ilusión non contiene il fraintendimento e la sconfitta che riempiono di morte la parola a cui noi siamo abituati, usandola come contrario di delusione, ma implicando sostanzialmente già la delusione. Ci si illude, qui da noi, quando non si è capito con chi o cosa si ha a che fare. Che siano amici o situazioni. E l’illusione non viene mai ripagata. In spagnolo le cose stanno in maniera diversa. Illudersi è decisivo per sognare, per dare tutto e per realizzare il sogno, visto che l’ilusión è essa stessa sogno e abbandono. Niente di più esatto dunque per raccontare il ruolo di chi vive per morire.

Ma se queste vi sembrano elucubrazioni prive di significato, ecco che due buoni esempi di toreri vengono a mostrarci chiaramente cosa sia la sacra ilusión taurina. Lo mostrano senza dire nulla, benché siano anche casualmente due toreri molto capaci di parlare del loro ruolo e proprio per questo sono abituati a rispettare chi un modo chi nell’altro una specie di religioso silenzio. Due toreri maturi i cui nomi già figurano nella storia della tauromachia, comunque vadano le cose. Due figure, insomma, per dirla usando il termine noto ai taurini, che si sono confermate attraverso i decenni e probabilmente lasceranno nel giro di pochi anni, restando comunque pilastri dell’epoca in cui hanno vestito le sacre luci taurine. Sto parlando di Julián López Escobar detto El Juli e José Tomás.

Inutile ripercorrere carriere tanto lunghe e piene di passaggi cruciali che si sono incrociate per tre decadi. Toreri criticati e idolatrati, quarant’anni l’uno e quarantasei l’altro, calcano ancora la sabbia di albero delle plazas de toros in tempi tanto duri per la tauromachia. Hanno cominciato quando il torero suscitava un generale rispetto e continuano in tempi in cui ha preso piede un generale disprezzo. Sono dunque esempi viventi di ilusión. Eppure, proprio in questo inizio di stagione così decisivo per le sorti della festa, essi hanno mostrato i due aspetti opposti dell’ilusión. Con una forza tale da suscitare emozioni contrastanti su cui è necessario fare una riflessione.

Poche immagini infatti possono raccontare meglio il termine delle lacrime che El Juli ha versato dietro a un burladerodella plaza di Las Ventas durante una delle sue migliori corride di sempre. C’è chi ha raccontato perfettamente il suo lavoro con un toro molto complicato, la sua magistrale capacità di comprenderne il carattere, di assecondarlo per fare ciò che solo i grandi toreri sanno fare, ossia coglierne il mistero. Una sconcertante lezione di umiltà e sapienza premiata dalla bellezza del toro difficile che si fa opera d’arte e che avrebbe portato il torero sulle vette assolute se la conclusione del lavoro fosse stata la morte perfetta dell’animale. È impossibile dire cosa capiti a un matador nel momento della verità, quando quella verità è a un passo e invece sfuma nella menzogna della vita. Fatto sta che Juli, tanto abituato a uccidere animali anche in maniere poco ortodosse (per lui è stato coniato il termine julipié, ossia un volapié in cui l’uomo non si getta verticalmente verso il toro incrociando come da manuale, ma aggira in maniera odissaca l’ostacolo), ha perso il trionfo con la spada. Ha aspettato con il dolore nel petto che l’animale morisse dopo il suo terzo tentativo. Ha ascoltato l’ovazione della plaza scossa dalla sua lezione e dal suo fallimento. Ha attraversato l’arena per ringraziare il presidente secondo cerimoniale, poi, si è chinato dietro al burladero e è scoppiato in lacrime. Eccolo l’uomo che trent’anni fa era un bambino prodigio e che ancora coltiva la più profonda ilusión torera.

E José Tomás invece? Qui il discorso è più delicato. Negli ultimi anni infatti l’ammirazione per il torero ha assunto dimensioni del tutto squilibrate sul fronte dell’idolatria. Hanno contribuito vari fattori. Innanzitutto, momenti di perfezione artistica sublime come quelli di Nimes nel 2012 e Granada nel 2019. Poi le rarissime apparizioni. Il silenzio monacale nonostante appunto il torero abbia mostrato una capacità di raccontare assolutamente fuori dal comune (le parole in onore del suo compagno El Fundi restano uno dei momenti altissimi a raccontare amicizia, fedeltà, rispetto, nel mondo dei tori). La lotta contro le televisioni nell’esaltazione dell’effimero che dà senso alla corrida. La sfida intransigente nell’entrare in terreni sconosciuti confrontandosi con l’animale. E in generale un atteggiamento umano nell’essere profondamente e completamente torero che è davvero unico e su cui si possono spendere infinite parole perché realmente José Tomás sta rispettando quella sua confessione alla madre prima di ritornare nell’arena nel 2007. “Una vita senza tori non è degna di essere vissuta”. Ossia sostanzialmente l’unica certezza di Socrate espressa nell’Apologia: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”.


E qui sta l’ilusión di questo torero da leggenda. O meglio l’ilusióche sembra essergli improvvisamente mancata nel suo ritorno alle corride dopo la pandemia. Perché appunto i tori sono ricerca, sono sfida costante all’animale e alla morte, ma soprattutto a se stessi e ai propri limiti. E quella ricerca oggi sembra essere stata messa da parte. Molte le questioni su cui si sta dibattendo. Innanzitutto, JT pare aver confezionato una nuova forma di corrida a suo uso personale: quattro tori in solitario. Ora, la forma codificata da sempre è quella dei sei tori per tre toreri, sei tori per due nel cosiddetto mano a mano, o sei tori per uno, quella che ultimamente viene chiamata encerrona. La scommessa dell’encerrona è grande e pericolosa, come ci hanno mostrato casi recenti. E certo non è replicabile all’infinito. Ma sembra che JT non voglia più confrontarsi con altri toreri e neppure però affrontare costantemente sei tori. A Granada la formula era stata quella della corrida mista: quattro per JT e due per un rejoneador. Nel ritorno di Jaén invece quattro tori in solitario. Così sarà anche a Alicante. Oltre a rivoluzionare la forma classica della corrida e a non accettare il confronto, JT ovviamente evita così anche il sorteggio che, nel limite del possibile ai nostri tempi, affianca al torero animali scelti appunto dalla sorte. A Jaén questo non ha portato molta fortuna al torero. Che a corrida conclusa ha chiesto all’impresa di non diffondere neppure brevi filmati a uso dei siti taurini, portando al limite estremo la sua battaglia contro la riproduzione dell’opera d’arte.

Chi come me ha amato e ama l’arte di questo straordinario matador non smette di sperare che la sua ilusión torera si manifesti ancora nella forma della ricerca tipicamente socratica. In una plaza di prima categoria, magari proprio accanto al torero con cui incrociò la sua strada tante volte e che si è nascosto dietro un burladero per piangere come l’Odisseo alla corte dei Feaci.

Rivedere José Tomás nella sua sfida alle leggi del tempo e dello spazio. Un’emozione unica. In cui il sogno della vita è la più gloriosa illusione che possa coltivare quell’essere che i poeti arcaici chiamavano effimero: il mortale dotato di parola.

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Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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