L’incorporeo di José Tomás

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Ieri ho sentito al telefono Giorgio Montefoschi. Scrittore romano, Premio Strega nel 1994, autore di diciassette romanzi, con il diciottesimo in uscita dopo l’estate, Montefoschi ama e segue i tori fin da quando, nel 1987, assieme a Gianni Barcelloni, realizzò un documentario per la RAI intitolato Il pensiero e l’emozione, un viaggio fra tori e flamenco nell’Andalusia di fuoco di un’epoca ormai perduta. Era a Granada con sua moglie, Montefoschi, e un amico milanese, Alessandro Zalonis, avvocato di ascendenze greche, appassionato del rito tauromachico. Dopo la corrida di José Tomás non ci eravamo scambiati che parole di rito per dirci l’un l’altro che tentare una spiegazione era impossibile. Adesso, a quasi una settimana di distanza, come potevamo commentare questa corrida epocale? “Solo ora comincio a capire vagamente quel che ho visto” ha detto lui. Anche stavolta non avevamo argomenti se non quelle negazioni con cui i mistici si avvicinano all’assoluto. Eppure qualche tentativo dobbiamo pur farlo – ho pensato chiudendo la conversazione. E così eccomi qua.

La mia idea gira tutta attorno a un’immagine che mi ha colpito per l’esemplarità della sua forza ieratica durante la faena di tre dei quattro tori uccisi da JT sabato scorso. Un’immagine che è stata colta più volte dagi obiettivi dei fotografi presenti nel callejón della plaza ma che, come tutti sanno, non può da sola restituire la forza e la potenza evocativa del movimento nell’istante in cui esso si è compiuto fisicamente imprimendosi nella retina e nell’animo dei tredicimila fortunati sugli spalti della Monumental de Frascuelo e diventando così immagine mentale. Per questo non abbiamo scelto una di quelle fotografie a corredo di questo breve articolo benché l’immagine mentale possa in qualche modo essere ricostruita, nella sua fragilità, attraverso uno dei numerosi video catturati dagli smartphone presenti sugli spalti e che potete trovare in rete. Si tratta dell’estatuario di JT. Ovvero di quella figura con cui il torero, fermo come una statua chiama il toro a passare sotto alla muleta che egli tiene immobile di fronte al proprio bacino. È una delle figure tipiche del toreo verticale e austero, spettacolare nella sua sobrietà e nella sua manifestazione di sfida e dominio. Ma ogni estatuario fa storia a sé. Ogni torero ha il suo stile. E non solo. L’esecuzione della figura evidentemente può cambiare nell’arco del percorso compiuto da un medesimo torero. E questo è certamente il caso di JT che dell’estatuario ha fatto da molti anni un segno di riconoscimento preciso della sua arte.

Chi ha seguito la corrida di Granada – una corrida che a me è parsa per certi versi addirittura superiore all’encerrona di Nȋmes che tutti avevamo sempre considerato perfetta e conclusiva – sa che nella maggior parte dei casi in cui JT ha chiamato il toro a passare sotto alla muleta piantata nel suo bacino immobile, lo ha fatto senza guardarlo. Ma non alla maniera di Manolete, la cui foto sappiamo che unica si prende una breve scena fra i mille specchi che compongono la sala in cui JT nella sua casa di Estepona si allena nel toreo de salón. Non come il monstruo di Cordoba, che lanciava lo sguardo nel tendido ostentando la sua superiorità, il disprezzo, una specie di disinteresse nonché il dominio assoluto. Ma al contrario, osservando soltanto il panno, le proprie mani strette attorno all’asticella infilata nella flanella rossa della muleta, e forse la sabbia di albero che sotto il panno sta per ricevere la galoppata dell’animale. Un gesto di concentrazione su se stesso, sulla propria corporeità, sulla terra che accoglie questa corporeità, dunque. Non un gesto scagliato verso il cielo, con l’ambizione dell’incorporeo, e la tracotanza della vittoria su chiunque ci si opponga. E proprio per questo però capace di raggiungere davvero l’incorporeo.

Ecco forse la definitiva novità del JT quarantaquattrenne che abbiamo visto a Granada compiere un ulteriore passo sul suo cammino verso il mito e la leggenda. È solo in noi stessi che dobbiamo guardare per vedere fuori di noi. È solo nella terra e nel corpo che possiamo abitare se vogliamo volare oltre il corpo. È solo di questo mondo la dimensione in cui possiamo ambire alle vette dell’assoluto. L’assoluto è in noi e lo cogliamo se non guardiamo fuori di noi ma ci lasciamo prendere dalle vorticose profondità del nostro essere. Se ci caliamo nei territori oscuri e selvaggi della nostra umanità, della nostra corporeità, del nostro essere animali dotati di logos, sì, ma pur sempre animali. In fondo, quell’ estatuario di così potente concentrazione in se stesso non è che esemplare del modo in cui JT si è mosso sulla sabbia di Granada. Sempre più piantato nel suolo, sempre più compresso nella terra, sempre più fermo come se le sue gambe avessero radici che lo tengono avvinto alle profondità ctonie e proprio per questo lo lanciano, lo scaraventano nell’etere.

Fin dalla prima volta in cui vidi JT, la mia certezza fu quella di aver scoperto finalmente la figura che più assomigliava al Minotauro, ossia l’uomo che si fa animale mentre il toro che gli gira attorno si fa uomo al punto che uomo e animale, ciascuno dei due trasformato e calato sempre più nella realtà che si trova di fronte, si uniscono e quasi si fondono realizzando la figura del mito, il figlio di una donna, Pasifae, presa dal delirio animale dell’immortalità e un toro bianco, regalo e ricatto divino. Ma questa figura sublime a cui JT più di chiunque altro si è immolato, non ha mai smesso di evolversi. Credo che a Granada abbiamo assistito a un ulteriore decisivo passaggio. E forse era già proprio quell’estasi di cui scrissi subito dopo la corrida mentre rimandavo ogni commento su JT, a introdurci a quel che sto dicendo oggi, a una settimana di distanza dalla corrida sublime. Quella perdita del principium individuationis che Nietzsche spiegava come il carattere dell’esperienza estetica chiave della tragedia antica, si produce, vive, si esalta proprio nel Minotauro che è di fronte a noi, nell’uomo animale, nell’uomo che a furia di guardare nei recessi selvaggi delle sue oscurità dionisiache, si perde nell’animalità superiore a cui appartiene, facendo finalmente a meno del logos e lasciandosi portare dalle correnti dell’animale. È questa corporeità totalizzante che ci permette di perdere il nostro unico corpo che ci individua per dissolverci nel grande corpo che tutti contiene. Riuscendo dunque a sfiorare le vette dell’incorporeo. Quella straordinaria sensazione di leggerezza, volo iperuranio verso l’assoluto che, mentre gli anni passano, il torero da leggenda di nome José Tomás via via ci spinge a provare proprio mentre il suo corpo, invecchiando, si radica nei recessi della terra.

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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