Sognando Granada

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Alessandro Zalonis è uno di quegli italiani che seguono José Tomás e che sono riusciti a vederlo nella corrida già storica di Granada. Questo è il suo racconto.

di Alessandro Zalonis


Vuelve ho letto e allora ho chiamato Giorgio. Sarà a Granada il 22 giugno, andiamo ? Andiamo.
Granada per ferire e Siviglia per morire o il contrario? Non lo ricordo mai: credo che García Lorca abbia scritto il contrario ma non mi deve aver mai convinto e quindi l’ho modificato a mio piacere.
Perché Granada ? Per l’Alhambra? Per ripercorrere le orme, le orme fisiche di Lorca? Per cenare al Mirador de Morayma? Perché Granada e l’Andalusia è dove non può mancare JT, in qualunque altro posto della Spagna non avrebbe senso, chi lo potrebbe capire?


L’Andalusia e’ Andalusia quando rispetta i canoni: caldo estenuante e perverso che ti fa indugiare a letto, dopo, magari accaldato e sudato. Per il bianco dei paesi, per le piazze stravolte, per gli abiti delle donne, i chaleco o le americanas degli uomini. E noi passeggiamo, noncuranti della temperatura, Giorgio indossa un cappello e ha un’aria che mi fa pensare al console di Sotto al vulcano, parliamo di niente.

Non è la prima volta che seguiamo e rincorriamo JT: Badajoz  allucinata e lontana, Jerez con drammatica pioggia. E chi si può dimenticare di Medina Sidonia? Nebbia e pioggia e freddo a maggio, da non credere. Come è da non credere la pazienza nei miei riguardi di quel giorno .
Si aspetta le ore 19 e intanto perdiamo tempo. Giorgio ha scoperto una taverna che diverrà nostro rifugio. Jamon, tortilla, vermouth, sotto una enorme testa di toro e foto di Manolete. Non abbiamo visto Manolete in una Plaza ma le foto le conosciamo bene: gli sguardi, il più bello uomo brutto, Lupe Sino e la lingerie nera che dava scandalo, la madre, che madre, l’aria sprezzante e indifferente. La sua morte, quella foto vista e rivista, portato via sofferente e con una smorfia drammatica.


Riandiamo per l’ennesima volta a vedere la casa di García Lorca. Tutto accadde qui, quando vennero e lo malmenarono davanti a tutti i parenti, lui che si nascondeva sotto il letto pieno di paura: e allora lo vediamo quel letto, così piccolo, una sola piazza.  E poi il tradimento della sorella minore che quando tornarono perché non lo trovavano confessò  dove si era rifugiato. Disse che temeva che avrebbero potuto prendersela con gli anziani genitori. Chissà che rimorsi. E le persone percorrono le vie di García Lorca, guardano la casa, vanno al Chikito e non sanno, non sanno nulla.


Siviglia per ferire e Granada per morire.
Ciò che ricerchiamo in Spagna, non esiste, non più. È qualcosa che vive nelle nostre menti, in ciò che sappiamo della Spagna antica, una Spagna, troppo sofisticata per come è adesso. Gli uomini con la brillantina nei capelli, le donne con décolleté sontuosi, eleganti e antichi non li vediamo a Granada, a volte a Siviglia alle corride. E torniamo in albergo, per prepararci. Ci vediamo giù alle 18, taxi non si trovano mai, impossibile . Ed ecco il genio: un tassista ci suggerisce di prendere un autobus che ferma proprio nei pressi della Plaza de Toros e allora saliamo sul bus, indifferenti.
Ci sono 38 gradi, così deve essere.


Arriviamo, migliaia di aficionados aspettano fuori, nessuno entra. Dove sono gli amici? Eccoli, ci vengono in soccorso con tinto de verano che beviamo ingordi. Entriamo,  tendido 9, tutti seduti stretti non c’è aria, manca aria. Accanto fumano sigari, sigari lunghissimi che si vendono solo nelle Plazas de Toros. Alle 19, iniziano i pasodobles e lo vediamo entrare. Gelido, senza fronzoli, altero, non sorride a nessuno, preso solo da se’ stesso. Che colore ha scelto per il traje? Blu lucente. Bene.


Perché c’è solo lui? Perché nessuno altro neanche gli si avvicina ? Perché ogni sua corrida e’ un evento? Perché il suo stile non è per i fotografi né per la tv che infatti non ammette? È  assolutamente scarno, secco, nessuna concessione. Occorre mistero, ieraticità, posizioni che generano uno stato d’animo che è catarsi, eccitazione di massa. Non mi interessa comprenderlo. So solo che è li’. Siamo noi a non esserci. 

I pasodobles si susseguono durante la faena. Noi vediamo il capote e la muleta danzare e un animale nero che le rincorre mentre JT lo porta più vicino a sé, sempre più vicino e siamo noi a non esserci. È un’ orgia scandita da brividi, pañuelos bianchi, voci che urlano torero torero.
JT uccide i tori con un colpo solo, sempre lo stesso, piega la gamba sinistra e poi uccide. Uccide anche noi con il toro. Usciamo stremati dall’orgia. Arriviamo al ristorante dove non ci rendiamo neanche conto di cosa mangiamo.

È finita. Aspettiamo la prossima. Quando nessuno lo sa. Io so solo che aspetto di leggere Vuelve.

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