Eterno chupinazo

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La festa sta esplodendo come ogni anno. Così raccontava il chupinazo Ernest Hemingway che nel 1926 rese la festa di San Fermin nota al mondo. Il brano celebre nella traduzione – riveduta – di Giuseppe Trevisani.

A mezzogiorno di domenica 6 luglio la fiesta esplose. Non c’è altro modo di descrivere la cosa. Gente era arrivata dalla campagna tutti i giorni ma una volta nella città veniva assimilata e non ci si accorgeva più di loro. La piazza era tranquilla nel sole caldo come tutti gli altri giorni. Davanti alle osteriestavano i contadini, bevevano e si preparavano per la fiesta. Erano appena arrivati dall’altopiano e dalle colline ed era necessario che gradualmente si abituassero a innalzare i loro valori. Non potevano subito mettersi a pagare i prezzi dei caffè. Impiegavano il valore del loro denaro nelle osterie. Ancora il denaro aveva un valore definito, ore di lavoro sudate o staia di grano venduto. Più tardi nella fiesta nulla sarebbe più importato quanto pagassero o che cosa comprassero.

(…)

“Cosa state bevendo voi?” chiesi a Bill e Robert.

“Sherry” Cohn disse.

“Jerez” io dissi al cameriere.

Prima che il cameriere portasse lo sherry, si levò nella piazza il razzo che annunciava l’inizio della fiesta. Scoppiò e formò una grigia nuvola di fumo in alto, sopra il Teatro Gayarre, dalla parte opposta della plaza. La nuvola di fumo rimase sospesa in cielo come uno shrapnel appena esploso e, mentre lo guardavo, un altro razzo si levò, lasciandosi dietro un rivolo di fumo nella chiara luce del sole. Vidi il lampo accecante quando esplose, e subito dopo un’altra nuvoletta di fumo. Quando scoppiò il secondo razzo, sotto i portici deserti sino a un minuto prima la calca era tale che il cameriere, tenendo la bottiglia sollevata sopra la testa, faticò a raggiungere il nostro tavolo. Gente entrava nella piazza da tutte le parti e dal fondo della strada udimmo avvicinarsi le zampogne, i pifferi e i tamburi. Suonavano il riau riau, i flauti in tono acuto e i tamburi basso, e dietro venivano uomini e ragazzi ballando. Quando i suonatori si fermarono, tutti si accovacciarono in mezzo alla piazza e quando pifferi e flauti ripresero a fischiare e i tamburi a rullare gravi e sordi, tutti allora balzarono su a danzare. Soltanto si potevano vedere teste e spalle di ballerini andar su e giù in mezzo alla folla”


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