Matti della corrida

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Bruno Caruso, I pazzi del manicomio di Palermo, Disegno a china acquerellata, 1955.

Bruno Caruso (Palermo 1927 – Roma 2018), artista eclettico, colto, inclassificabile, nel 1969 pubblica per le Edizioni Colonna Infame il volume Manicomio, un ciclo di opere ispirate alle sue visite nella Real Casa dei Matti di Palermo. Nel 1975 Franco Basaglia scrive la prefazione a un suo secondo libro, dedicato alla forte esperienza, e dice tra altre cose che la follia è «[l’] unica possibilità di espressione per chi si trova internato in un luogo dove la norma è essere folli». C’è da chiedersi se la corrida dei pazzi disegnata da Caruso sia una libera invenzione o una scena realmente vista. Resta il fatto che la denuncia politica e civile consegnata al ciclo usa la tauromachia per enfatizzare la follia. Follia al quadrato, dunque, quella di uno spettacolo giudicato insensato messo in scena da menti malate? Un gioco dei ruoli tra non-uomini e non-animali, vissuto da individui che hanno perso nella prigionia la propria identità di specie? Un sistema di specchi in cui l’umano e il non umano si citano, dunque, o in cui il dentro e il fuori del manicomio registrano lo stesso identico scarto violento tra il dentro e il fuori dell’arena? L’immagine che proponiamo qui ha il potere di amplificare le domande, non di traghettare risposte. La corrida, nel suo essere codificata, cristallizzata, decisa, è esattamente il suo contrario: un luogo mentale dell’eccezione.

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Río per César Rincón, Sebastián Castella, Miguel Ángel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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