I tori secondo Di Brizzi

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Abbiamo già detto del meraviglioso pezzo che Ottavio Di Brizzi ha scritto per Il Foglio. Quello di cui non abbiamo parlato è stata la discussione che ne è seguita. Poiché in Italia si parla di tori solo con estrema superficialità, il primo a rispondere e confermare la norma (con il disprezzo che ormai lo caratterizza) è stato Vittorio Feltri su Libero. La polemica, qua e là riportata (per una volta con gusto da chi generalmente detesta le prese di posizione di Feltri) ha spinto anche Camillo Langone a dedicare una delle sue Preghiere all’argomento. “Finché c’è corrida c’è speranza” era l’esordio della rubrica. Un unicum per la stampa italiana su cui fregarsi le mani. Ma quel che importa è leggere il pezzo che ha spinto a discutere, litigare, e forse ragionare. Eccolo a voi.

di Ottavio Di Brizzi

E ultimo venne il toro

1. Primo terzo. Cosa c’è dietro un nome

“Si è oltrepassato il limite, è successo qualcosa di inqualificabile: in una città che crede nell’integrazione e nell’uguaglianza tra donne e uomini non è assolutamente accettabile che la corrida venga usata per dispiegare una ideologia contraria ai diritti umani”.

Tempi difficili per la tauromachia. Non bastavano la pandemia, la cancellazione di tutti i festejos popolari, l’assedio costante degli animalisti, la tenaglia della speculazione politica che da anni ha in ostaggio il mondo del toreo (che sia di destra o di sinistra è colossale sciocchezza) e si contende gli stracci del traje de luces, un tempo divisa ricamata di fili di luce e ori, ora di fango e latta arrugginita.

Da molto tempo, lungo e lento come i due inverni pandemici, le speranze di ripresa degli allevatori e impresari, grandi figure e semplici aspiranti, erano posti nelle riaperture di settembre, quando alcune grandi ferias cancellate e rimandate – Siviglia e Madrid in primo luogo- finalmente si sarebbero svolte invece che in primavera in autunno in forma ridotta, con capienze limitate e rigoroso distanziamento.

Non bastavano le sette piaghe, in attesa delle cavallette, ora toccava pure la questione dei nomi.

In pieno ferragosto la sindaca della capitale asturiana Gijón, Ana González, con un discorso poco inclusivo -neanche di un minimo senso del ridicolo-, annunciava la chiusura definitiva dell’arena della città a corride e festejos. Cancellando in 24 ore 133 anni di tradizione. “Si chiude qui e per sempre la feria taurina della città”, proclamava, perché in futuro l’arena verrà concessa solo per eventi di “cultura positiva”.

Cos’era mai successo di così grave?

In una delle rare aperture dopo il lungo inverno pandemico, nella corrida grande della domenica, con toreri di richiamo– la figura della stagione Morante de la Puebla, El Juli e Daniel Luque-, ben due dei sei tori avevano nomi del tutto impropri. Si chiamavano Nigeriano e Feminista, nientemeno.

Nella stessa occasione c’erano tori dal nome Chino, Coronel, Cantador, Ilógico, addirittura Bondadoso, ma evidentemente questi erano meno politicamente scorretti. Dunque il problema non era vedere i due tori aizzati nel primo terzo dalle picche dei picadores, eccitati nel secondo dalle banderillas, sfidati e domati nel terzo di muleta, la faena con il mantello rosso (che i tori non distinguono dal giallo o dal nero, essendo il movimento del torero a spingerli a caricare, non il colore; precisazione forse inopportuna, ma…) fino alla suerte finale.

No, il turbamento che la città inclusiva e emancipata non poteva più sopportare era la scorrettezza del loro nome. Poco consono alle regole della urbanità moderna, della sterilizzazione e sanificazione della lingua. Una battaglia di civiltà, insomma.

Salvo la sindaca nessuno nella plaza si era meravigliato, e neanche notato la cosa. Il giorno dopo, la decisione. Superato lo stupore e la costernazione dell’intero mondo taurino, nell’imbarazzo generale una sfilata di allevatori e semplici cittadini hanno provato a discutere, ricordando l’ovvio. Ovvero che i nomi non si inventano al mattino della corrida, ma hanno lunghe tradizioni, che i tori i nomi li ricevono dalla madre, da e per molte  generazioni in un rigoroso sistema matrilineare. Esattamente come i cavalli purosangue da corsa, e a differenza dei meno fortunati, anonimi fratelli destinati al macello e alla catena alimentare dei nostri menu quotidiani, hanno linee genealogiche profondissime, alcune rimontano (ironia delle cose) a più di 200 anni fa. E ciò è peraltro uno degli aspetti più affascinanti della storia della casta dei tori da combattimento spagnoli, los toros de lidia, unici per bellezza, sovranità, forza, ferocia. 

Alla sindaca si è dovuto spiegare che gli animali in questione avevano quei nomi da oltre cinquanta anni, erano figli di un lotto di capi acquistati a Domecq nel lontano 1986, e che in quel lotto c’erano già delle madri di nome Africana, da cui Nigeriano, così come tante altre Andaluza, Sevillana, Catalana o Bilbaína… E ovviamente Feminista, che ha peraltro dato vita negli ultimi 30 anni a una linea di figli considerata d’eccellenza.

Certo, la genealogia non è un destino, ma c’è un limite al ridicolo. E meno male che quella domenica non c’erano tori dai nomi storici come Gordito o Español…

L’aneddoto sfiora il grottesco, liquidabile come ennesimo episodio di intolleranza basata su banale insipienza, ma per arrivare all’attenzione pubblica la tauromachia negli ultimi anni è spesso oggetto di censura e scherno modernissimi, in nome di una sensibilità animalista che nasconde talvolta cattiva coscienza ambientalista, talaltra più di un filo di ignoranza.

Tocca ora aggiungere anche la vague di isteria nominalistica, a colpi di mantra e ordinanze pubbliche, in nome della lingua inclusiva (todes caballeres…) e della difesa dal turbamento del cittadino.

Non si sa come andrà a finire, sebbene la direzione sembri chiara. La città liberata dai riti ancestrali del barbaro nemico si sommerà a tante altre in cui è già in corso una lenta rimozione dello spettacolo sadico e crudele, ora pure xenofobo e machista.

In fondo è solo uno dei tanti fianchi che un rito sociale come la tauromachia ha scoperti in relazione ai cambiamenti nelle sensibilità prevalenti, spesso urbane e lontane dalle dinamiche e culture rurali, basate su assunzioni morali almeno discutibili (rispettabili, ma ben poco rispettose o tolleranti). Soprattutto nelle piccole fiere delle vanità social, in cui la violenza (dei due fronti, in verità) è desolante spettacolo di narcisismi da operetta.

I nomi sono importanti. Basterebbe considerare che il primo dato rilevante di una corrida è sempre quello relativo all’allevamento che propone i tori: la prima informazione riguarda infatti la casta, la famiglia, le caratteristiche fisiche e comportamentali di un toro. Si dice una corrida “di” Miura (no, non è una Lamborghini, né il mite sei anni cresciuto a Caorle, di proprietà della Regione veneto, padre di più di cinquemila vacche frisone, ma un encaste leggendario nato nel 1842, di formidabile velocitá, fierezza e ferocia), di Victorino Martín, di Jandilla, di Prieto del la Cal o Torrestrella etc, “con” il torero tale o talaltro.

Si dice che si va “a los toros”, si va a vedere i tori. Anche i toreri, ma è l’animale il sovrano dell’arena, l’animale quasi sacro che si va a celebrare, contemplare, amare.

Amore paradossale, certo, che ha come esito immedicabile la morte, ma è un po’ una sciocchezza quella di considerare la corrida semplicemente come un rituale sadico: in uno scambio tra filosofi, a Michel Onfray che lo pensa, Fernando Savater risponde che se così fosse i macelli comunali sarebbero pieni di spettatori, senza neanche pagare il biglietto.

Ci sono poche cose più noiose e sterili di una discussione tra taurofili e taurofobi, non c’è luogo in comune che non sia collezione di luoghi comuni.

È un mondo pieno di contraddizioni, in conflitto con un tempo e una lingua non facilmente esportabili, ancorato a una tradizione e a dei riti non negoziabili, globali. Un mondo peraltro non solo ispano, considerando il fatto che la scena del sudovest francese è tra le più vitali e popolari d’Europa.

Ma è anche uno spazio di resistenza un po’ eretico e quasi sovversivo, poco conciliante con le teorie dei zelanti guardiani della virtù (unica), un rituale molto radicato, con persistenza di immagini mitiche molto presenti. Un luogo -nel discorso pubblico- in cui si sta scomodi come sui gradoni di pietra degli anfiteatri, fuori equilibrio, ma su cui val la pena riflettere, o almeno provare a saperne un po’ di più prima di liquidare la questione come retaggio ancestrale che non ha più nulla da dire al cittadino contemporaneo.

E la rimozione durante la pandemia – formidabile laboratorio che permette di analizzare fenomeni a velocità esponenziale quando a velocità incrementale si richiederebbero anni-, consente di ipotizzare per la prima volta uno scenario futuro che preveda davvero la cancellazione della corrida.

È forse utile ricordare che se non fosse per l’economia e cultura della tauromachia il toro da combattimento non esisterebbe, sarebbe estinto come migliaia di esseri perdenti nella gara della selezione “naturale”: il figlio del primitivo Bos taurus ibericus è il prodotto di una complessa selezione genetica, estetica e simbolica, un prodotto dunque integralmente culturale.

Prima del grande incidente i 1000 ganaderos e allevatori spagnoli servivano circa 20.000 ferias, feste patronali e non, di cui 1.800 corride. Si calcola un apporto alle arche statali del comparto delle manifestazioni taurine pari a 140 milioni di euro, un fatturato sui 4.000 milioni (un quarto lo generava solo la Feria di San Isidro di Madrid a maggio, la più importante della stagione).

Nel 2020 solo l’1% del bestiame allevato negli anni è stato venduto per festejos di piccoli paesi, nell’anno nero l’impatto economico segna un crollo del 95% .

Che si traduce in decine di ganaderías in rovina, fortissima riduzione del parco bestiame, il lavoro di almeno quattro anni nella cura di animali da combattimento vanificato, migliaia di capi avviati alla macellazione a prezzo di saldo (un euro al chilo, dunque 500 euro a capo, quando ognuno di quelli destinati alle plazas hanno costi tra i 5.000 e 10.000 euro). La stima ottimistica attuale prevede che, sui 10.000 capi in età e condizioni per la lidia, solo un terzo troveranno la via dell’arena.

A proposito di difesa della diversità medioambientale, le imprese di allevamento di toros bravos sono di fatto anche guardiane e custodi della dehesa, l’immensa e rarefatta distesa di campi spopolati delle campagne del centro della penisola iberica. Non è difficile immaginare scenari futuri per quei pascoli finora sottratti alla speculazione edilizia.

Ma una tradizione centenaria non è un destino. Dal 2007 al 2019 si registra una riduzione del 60% di eventi taurini, simmetrico al calo degli spettatori.

Secondo uno studio commissionato dal Ministero di Cultura, a un indiscutibile indebolimento strutturale del settore corrisponde una passione per la tauromachia che riguarderebbe oggi un quarto della popolazione spagnola, undici milioni di persone: un 28,5% di cittadini spagnoli di ogni età mostra un interesse medio o alto per la corrida, e un milione e mezzo di questi si considerano “muy aficionados”. Il ritratto del frequentatore tipo è sia maschile che femminile, di buon livello educativo e sui 40 anni di media, ma si evidenzia una espulsione graduale dalle plazas degli spettatori con minore potere d’acquisto. In sostanza, l’interesse e la passione sarebbero ancora alti e diffusi, ma c’è sempre meno pubblico per costi crescenti a fronte della riduzione progressiva di feste popolari e accessibili. La regionalizzazione della afición, la persistenza in aree rurali a distanza dai grandi centri urbani, è un altro effetto: la passione resiste  in Estremadura e Andalusia, Navarra e La Rioja, Aragona e Castilla, la regione di Madrid, mentre Galizia e isole, nonché ovviamente la Catalogna (dove non si celebrano corride da anni), mostrano poco interesse.

In fondo lo studio descrive la situazione creatasi nella Spagna vuota (come nello splendido atlante sentimentale di Sergio del Molino, da Sellerio), il cuore desolato della penisola iberica: spopolamento, perdita delle risorse per organizzare eventi popolari, progressiva perdita di un patrimonio culturale, senso delle comunità e coesione (o era inclusione?), dissoluzione di un “elemento vertebrador y generador de capital social”. Lo studio si chiude poi sulle forme di difesa del “Patrimonio Cultural Inmaterial”, ma vallo a spiegare alla sindaca.

2. Secondo terzo.  Sol y sombra

“Com’è difficile raccontare la corrida”: fa bene in un recente articolo sul Venerdì di Repubblica Marco Cicala a celebrare l’evento della pubblicazione di due libri italiani sulla tauromachia, rilevando allo stesso tempo la scarsità nel nostro paese di strumenti di comprensione o informazione sul tema, senza dover ricorrere ai soliti Papa Hem, Chaves Nogales, Bergamín. Nel farlo sottolinea la complessità di trasporre non solo una lingua a tratti enigmatica, ma anche evitare gli spagnolismi da cartolina, la goffaggine degli stereotipi, il romanticume.

Il gesto temerario è quello dell’editore Settecolori che riporta in libreria un testo introvabile di Max David, Volapié, del 1954 (Ed. Librarie Italiane, ripreso da Bietti nel 1969), con l’appassionata introduzione di Matteo Nucci sull’”Arte della fuga dall’anestesia dei nostri tempi”. Per una fortunata coincidenza, di Nucci – aficionado máximo italiano e curatore del blog Uomini e tori-, viene anche meritoriamente ripubblicato da Ponte alle grazie l’esuberante e vitale saggio in forma di romanzo in forma di memoir, Il toro non sbaglia mai, a dieci anni dalla prima edizione.

Mutuando scherzosamente una formula vichiana (e bloomiana, dal Canone occidentale),  si può pensare che nella storia della tauromachia a una stagione Teocratica delle origini – quella della formalizzazione settecentesca della corrida moderna- succeda una Età Aristocratica: Sangre y arena è del 1908, i mitici toreri della prima metà del Novecento, gli anni Venti della rivalità tra Belmonte e Joselito, la generazione del ‘27, il Sánchez Mejías di Lorca, il Manolete della fine della guerra civile, la stagione del duello tra Dominguín e Ordóñez fino a tutto il decennio dei Cinquanta.

Segue una Età Democratica, dei Curro Romero e Paco Camino, la scarsa ortodossia de El Cordobés e altri guerrilleros fino alla fine del secolo passato, all’avvento di José Tomás, nato nel 1975. Forse oggi siamo in piena Età Caotica.

Il libro di David è una macchina del tempo nei territori di una età dorata del toreo, in cui le strade non erano lastricate d’oro, anzi, non erano lastricate affatto. Un viaggio in forma di memoir in forma di piccola storia abbreviata della tauromachia portatile, nonché manuale di bon ton (“Lasciate gli olé agli spagnoli, i soli che sappiano usarli”, “Non esistono tori biondi o grigi, vi sono 77 vocaboli diversi per definire il mantello dei tori, e 9 per i vari tipi di tori neri: negro berrendo, negro azabeche, negro mulato…”, “Non usate mai e poi mai la parola toreador. C’è un solo toreador, quello della Carmen”, “Non andate alla corrida con le scarpe sporche”)

Ha la incantevole precisione e disincantata malinconia dei baedeker sulle isole immaginarie, sui continenti sommersi. Ma per il lettore italiano è anche un utile abbecedario, un prezioso vocabolario di base che fornisce delle coordinate di senso, una cornice grazie alla quale orientarsi nel labirinto di una cultura così prossima eppure così radicalmente altra.

David era nato a Cervia nel 1908, brillante firma della stampa fascista, inviato dalla Gazzetta del Popolo a seguire la guerra civile, licenziato in tronco con l’avvento delle leggi razziali ma presto riassunto (sulla biografia del “gentleman e caballero di Romagna”, puntuale la postfazione di Stenio Solinas), era stato a lungo uno di quella razza di  inviati – per venti anni tra le firme di punta del Corriere della Sera – con il gusto per la crudezza del reale, con il desiderio di quei cercatori curiosi e privi di risposte confezionate che provavano ad andare all’essenza di ciò che è latente, a portare in superficie e in racconto ciò che alcuni chiamano verità delle cose. Senza troppa enfasi, senza la solennità dei moderni, con un velo di ironia, di leggerezza e distanza, senza asserzioni roboanti, senza spacciare giudizi.

“Caro David, ti invidio. Avrei volute saperle io tante cose” sembra gli avesse scritto Hemingway, che aveva letto solo le trecento pagine delle circa mille che negli anni David aveva accumulato.

In una prima fase scettico (in una “Spagna che grondava sangue da ogni parte” provava repulsione per quel rito ancestrale), poi perdutamente innamorato degli aspetti sacrali, del mistero e delle sfide razionali della tauromachia, David si getta sulle strade di una stagione turbolenta, intessuta di mille forme di luce e ombra, di conflitti epocali.

In un ottovolante di capitoli brevi, immagini e idee senza didascalia incorporata, quella di David è una sfida al lettore con una muleta dai mille colori, con continue evoluzioni non lineari e movimento a spirale, in cui i motivi tornano continuamente, a un livello e con una amplificazione sempre diversa.

Tra interpretazioni oggi un po’ caduche (al fondo della questione ci sarebbe la congenita mancanza di rassegnazione degli spagnoli -anche ai presunti voleri della natura-, da Cervantes a Unamuno) e riflessioni senza tempo sull’essenza del tragico, unica chiave di accesso al mistero: “La corrida è una tragedia in costume di luci”, “è il sipario della notte che cala sul palcoscenico della tragedia. Le corride terminano all’imbrunire, quando l’occidente si tinge dello stesso rosso pallido dell’aurora, di un rosso sangue martire”. Così poco a che vedere con l’idea di spettacolo su cui ci si divide oggi: “la corrida non fa mai ridere, mai”.

Alcune considerazioni vanno fra le parentesi del tempo (“nessun atto dello spirito, nessun’arte rappresenta un popolo con tanta perfezione quanto la corrida rappresenta gli spagnoli”, “per uno spagnolo le idee non invecchiano mai, non si consumano”). Ma è la centralità del rapporto con la morte nella cultura spagnola che lo interessa, che ci interessa ancora, che gli fa concludere non senza ottimismo: “Nessuno dunque riuscirà mai ad abolire le corride”.

Sfilano in modo rapsodico storie di toreri illustri e di peones dimenticati, ognuno legato a un movimento, una figura o invenzione formale che lo inscrive in una storia orale fatta di effimero, di gesti leggendari o sognati, in un impossibile racconto di forme dell’invisibile. In realtà molte di queste figure sono descritte con precisione, per un apprendistato domestico di toreo da salone: non provate però a eseguire in tinello il Volapié, inventato alla fine del Settecento dal sivigliano Costillares e all’epoca la suerte finale più diffusa, “nella fase culminante, che si suole chiamare “riunione”, per un attimo presenterete alle corna del toro non più il fianco ma il petto”.

Tra fuga perenne e filosofia del presente si seguono le orme di Dominguín sulla Gran Vía madrilena e del meno ammirato Cordobés, si narrano le gesta di Mazzantini, figlio di un ingegnere italiano alla corte di Amedeo di Savoia, ci si immerge nel vitalismo ebbro delle processioni in paesini dimenticati dal Signore, nel cuore andaluso in cui “le chitarre singhiozzano”, Ronda, Córdoba, la Siviglia del borgo di Triana dell’immortale rivoluzionario Belmonte o San Bernardo dell’angelo biondo Vázquez, si insegue il cante jondo dei gitani (“l’anima della corrida, lamentosa e elegiaca, parla in andaluso”), storie sospese tra malinconia e eccitazione, dolore misto a felicità, musica incredibilmente silenziosa (la musica callada del toreo di Bergamín).

Il ritmo euforico, il tratteggio dei tipi umani e vividezza delle immagini, i tentativi di comprensione del proprio amore per quella complessità, non possono lasciare i lettori indifferenti. C’è qualcosa che pulsa, di lontano e spettrale, eppure persistente, presente.

In alcune pagine felici sembra di calarsi in una geometria sospesa eppure agita, sorta di educazione olfattiva in cui gli odori di colonia pungente e fresca, lavanda e zagare, rosmarino e limone, acidità del tabacco fermentato de sigari sfusi e poveri delle Canarie, di legno e granito, frutta secca, vini ossidati, segatura, sangue, ricreano un mondo perduto, e senza tempo. Nonostante i continui tentativi di rimozione di quella immagine di finitezza, cruda ed essenziale, nel cerchio dell’arena lo spettro torna, e resiste.

3. Terzo terzo. Un toro è un toro è un toro

Com’è difficile parlare di corrida. Una lingua difficile, quella della tauromachia, con immagini che non si esauriscono in significazione (ben altre sono le ferite dell’arena, ma non l’onta del significato). Una lingua che si muove in superficie e senza profondità, una danza silenziosa tra uomo e toro che è catena di significanti che portano solo ad altri significanti, in cui l’errore dello sguardo transitivo dell’interpretazione è spesso proprio innescata da una rozza identificazione (in una psicologia da orecchianti, in cui quell’evento sospeso e poi reale, del labile e mutevole confine tra umano e animale, maschile e femminile, immaginario e reale si dissolve, svilito in ottuse formulette da zarzuela)

Ma “la verità è là fuori” (come negli X Files zizechiani). E ci guarda, ci riguarda. Credo la corrida ci riguardi ancora, e ponga questioni radicali, cruciali, crude.

Si può però riprovare a vederla ancora con lo sguardo di Max David. Tra rappresentazione e presentazione, un rituale che non insegna né significa nulla, che ha al cuore (affinità con cruore, in una improbabile etimologia) la realtà della morte reale, che lascia pochi margini alle parole di circostanza sull’arte -e sulla sua parte maledetta, essenziale, la parte sacrificale-, sulla bellezza, secondo il poeta inizio del tremendo.

Nel regime della crudezza della visione, dunque, non della visione crudele.

Quante questioni pone la corrida all’uomo contemporaneo, se solo le domande fossero quelle giuste.

Superato il rapporto tra vedere e sapere, vedere e potere, oggi una sorta di globale (naturalmente inclusiva) fotogenia rende difficile una visione che sia oggettiva, raw, semmai si auspica sia otticamente corretta, teleobiettiva.

In tutto ciò la tauromachia è un angolo cieco, un punto opaco nei discorsi possibili sulla geometria delle passioni, sul rapporto tra corpo e maschera, memoria e desiderio, in qualche modo, tra animalismo e animismo (si sa che i toreri parlano al toro durante la faena: come già in Desnos, non è il cinema a essere muto, semmai lo spettatore a essere sordo).

I nomi e le parole contano. A ogni ingresso nell’arena un cartello traduce l’evento universale e circolare in un fatto singolare e individuale, con il nome del toro, la famiglia, il peso, l’età. Poi l’irruzione della luce dal buio del toril, dal manto oscuro e forza cieca, forma di stupore come la luce dell’alba, entra nella plaza la fiera, non ciò che la natura è per noi, ma l’essere che si manifesta nel tempo. I fantasmi hanno la pelle dura, luce che proietta ombre e resiste alla luce della ragione, perché hanno un corpo, sospesi tra le immagini e la morte, mentre gli spettri emergono dalla memoria e si manifestano nel dominio del visibile.

La morte qui è reale, incarnata, non è un camuffamento come quello dei revenants degli schermi dai quali guardiamo il mondo e ci specchiamo.

Ogni volta la scultura mobile irrompe dal toril sulla scena del mondo (che non ha senso se non agita da spettatori: la plaza non è uno spazio, ma un luogo), l’apre e improvvisamente la dota di direzioni, sensi e significati, di contrapposizioni via via più labili e reversibili. Instaura con il torero un rapporto che non è di semplice antitesi, semmai di sovrapposizione, per dieci minuti di dialogo muto, studio e attesa, scambio simbolico. Alla fine l’animale cede, la dualità si ricompone, torna e scompare nel buio da dove era arrivato.

Nella notte nera non tutte le vacche sono nere. La cancellazione delle differenze (riduzione di tutto a convenzione socioculturale) e la normalizzazione – naturalmente in nome della modernità, concetto feticcio e reversibile come pochi-, rimuovono talvolta solo la cruda realtà della morte.

La tauromachia non è uno spettacolo né una tecnica, non insegna nulla, semmai ripete, amplifica, chiarisce una trama d’esperienza, interroga l’illusione di poter vincere il tempo, la relazione tra uomo e natura, l’irrazionale e la forza e la forma, il sacrificio di ciò che è organico per il mantenimento degli organismi, l’ineluttabile.

Pone questioni che si possono facilmente rimuovere, liquidare come arcaiche, basta una ordinanza illuminata. Ma chiunque sia stato almeno una volta di una arena, sa che quel bagliore accecante illumina alcune questioni centrali e vitali, come una immagine latente e persistente in forma di interrogazione, che la luce e l’ombra di quei piccoli templi ricordano un contrasto e un conflitto, rivelano qualcosa che ci riguarda ancora.

Se teoria viene da  vedere (curiose assonanze, theoreo, io vedo), noi vediamo attraverso concetti. Se rispettabili sono tutte le ragioni di chi non vede nella corrida altro che un massacro, una danza macabra senza senso, è difficile accettare l’interdizione, la proibizione per evitare il nostro turbamento, la cancellazione come forma di rimozione.

Anche perché svela contraddizioni nell’avere sempre meno familiarità con la natura (“qualsiasi cosa sia l’insieme di circostanze fortuite che chiamiamo in questo modo”, così il filosofo basco Savater in uno dei pochi testi sulla corrida come questione morale in italiano, Tauroetica, da Laterza), a fronte di una sua crescente idealizzazione.

E misura anche la distanza e la solitudine di quella Spagna profonda, così lontana dalla civiltà dei divani e dei sofà, dell’occhiochenonvedecuorechenonduole, della catena alimentare senza sangue, senza corpi, dei cibi in confezione sottovuoto naturalmente compostabile.

Come se i nostri adorati animali domestici non fossero il frutto di una selezione e allevamento orientato dalla volontà umana (ma comprendo che ci sia chi pensa che i cani scodinzolino naturalmente al padrone o ci siano gatti che desiderano, naturalmente, essere evirati).

Ancora Savater ricorda come “Senza capricci dei padroni i cani sarebbero solo lupi”, e 

nota sconsolato che “Ratti, tarme, scarafaggi, pulci hanno così pochi avvocati difensori”.

L’essenza di un  toro de lidia viene dalla sua fierezza, la bravura, non è una fiera carnivora, non ha bisogno di uccidere per alimentarsi. Combatte per vincere o distruggere, la sua dimensione vitale, usa le sue armi per attaccare o difendersi, non sa di dover morire e non conosce il suo destino, l’uomo che lo sfida sì (il trionfo sulla plaza coglie solo chi è e sa di essere mortale).

Uno sguardo sulla morte, in quanto enigma, non spettacolo su cui convenire o includere buoni e cattivi. Senza soluzioni semplici, in forma di tragedia che, con buona pace dei duopoli pro/contro, è cosa ben diversa dal melodramma o dalla commedia.

Nessuno sa se la tauromachia abbia un tempo a venire, intanto si gioca un pezzo di futuro in questo autunno caldo. Salvo nuove cancellazioni, o le cavallette.

Le grandi arene spagnole sono ancora vuote: cancellate le ferias di Valencia, Vitoria, San Sebastián, Bilbao, Pamplona, Siviglia, il silenzio delle cattedrali in forma di anfiteatro è impressionante, e il timore che possa ancora durare a lungo, in alcuni casi per sempre, è fondato.

Las Ventas di Madrid -la plaza de toros più importante del mondo- e la Real Maestranza di Siviglia non riaprivano da due anni, e quando finalmente il 18 settembre, a las seis de la tarde, nella capitale andalusa si è inaugurata la Feria di San Miguel e il 25 in quella spagnola una sorta di San Isidro minore che è la Feria de Otoño, la pasqua di resurrezione si è celebrata per la prima volta con la caduta delle foglie autunnali.

Nomi importanti, quelli dei tori di Victoriano del Río, Jandilla, Santiago Domecq, Victorino Martín, Fonte Ymbro, Garcigrande, Miura… E sfilata di toreri delle grandi occasioni, tutti insieme Roca Rey, El Fandi, José Mª Manzanares, Juan Ortega, Manuel Perera, Diego Urdiales, Daniel Luque, El Juli, Miguel Ángel Perera…

A proposito della corrida in tv un torero degli anni ottanta, Rafael de Paula, diceva che “lo Spirito Santo non appare in televisione”. Quasi mai.

Ma a chiudere il festival della riapertura di Siviglia, il primo ottobre, Morante de la Puebla e il quarto toro di Juan Pedro Domecq sono stati come una apparizione stregonesca, tellurica, creature da un tempo remoto e ritrovato.

Il sivigliano -barocco, eccessivo a tratti, puro e modernista in altri, per una volta profeta in patria- ha realizzato una faena memorabile, straordinariamente intensa ed emotiva, con veronicas (non il velo della santa del Calvario, ma la cappa aperta con due mani che oscilla e danza, invita alla carica e quando il toro assale, si fa girare come per magia intorno alla vita, e con essa il toro, che viene a trovarsi di nuovo di fronte, pronto per una nuova carica) ipnotiche, profonde, lunghissime.

Gli spettatori si abbracciavano sui gradoni senza conoscersi, in una cerimonia di abbandono dei sensi, contemplazione mistica, delirio messianico. I giornali e siti taurini hanno gridato al miracolo, “Morante en trance, Sevilla enloquece”, “Juntó el cielo con la tierra, más que cultura del pueblo, religión”, “Miles de almas clamaban hosannas al cielo señoritos y salarios mínimos, labradores y altos ejecutivos” etc.

Forse il sollievo e l’eccitazione più che celebrare una apparizione celebravano un ritorno. E forse la questione è ancora aperta, la tauromachia è tornata, per restare.

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