Be’, pazienza – Polaroid da Alicante

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(ph) Davide Spiridione

Nell’edizione italiana del suo magnifico e schietto reportage Les Oreilles et la Queue, da noi pubblicata con il titolo di Toro (a suo tempo da Longanesi & C. e recentemente riproposta da Iduna), Jean Cau affida alla Nota che introduce il diario la sua presa di posizione poltica rispetto alla vicenda taurina: chi ha avuto l’occasione di leggere quelle riflessioni di preambolo sa che quelle poche ma dense pagine, ricche di riflessioni intelligenti e veraci, fissano alcune verità con piglio deciso e propongono la cifra dell’opera che poi seguirà loro. E si inizia così, senza paura: “Molti pericoli minacciano l’uomo di lettere che s’azzardi a parlar di toros e ne elencherò alcuni: 1) Lirismo e letteratura. Vale a dire, il costume di luce, sangue, tragedia, morte e così via.”

Pare che Davide Spiridione, che già avevamo conosciuto per quella sua inconsueta fotocronaca della Feria de Abril, abbia fatto tesoro della lezione dello scrittore francese: il racconto dei suoi giorni alla feria di Alicante è quanto di più stupendamente antiretorico mi sia capitato di leggere sui tori, un (divertito) schiaffo in faccia a farci riprendere, finalmente, dai tanti racconti così uguali sull’orgia della fiesta e sulla danza di morte e bla bla bla. La Polaroid sempre nello zaino, sono ancora una volta immagini oltremodo sature o imperfette nel fuoco e in ogni caso, anch’esse, orgogliosamente antiretoriche, ad accompagnare la cronaca.

* * * * *

BE’, PAZIENZA – di Davide Spiridione

Sono arrivato dopo cena. In città non avevo visto nessuno a parte tre donne che ciondolavano in un viale col mento sul petto. Sul mare era molto buio e ho pensato che per cinque giorni non sarebbe successo niente.
Sono sceso dal taxi un po’ prima perché la strada era bloccata da un pupazzo della feria alto sei metri. Avevano ricreato in una specie di gomma le fattezze degli uomini del vicinato con ricchezza di particolari – sguardi da
allocchi, guance azzurre appena rasate, labbra pendule scintillanti. Passandoci dietro ho trovato il mio alloggio.
Con la prenotazione di Airbnb cancellata due giorni prima e col budget snellito di molto per via delle corride, avevo ripiegato su una stanza a 16 € per notte. La stanza non era quella della foto. Si soffocava per il caldo, in più mi ero convinto che la padrona di casa volesse sloggiarmi per il semplice fatto che quando usava il cesso non tirava mai l’acqua.

Un pomeriggio che tornavo dal mare ho trovato la porta della stanza aperta e dentro c’era un omone in slippino nero e occhiali da vista. Ero disgustato e non ho chiesto perché stesse montando un pannello di bambù dietro il letto, non avrebbe capito, parlava russo e basta, il sudicio. Ho preferito che finisse il lavoro e ho fatto la doccia mentre la padrona di casa – cinquant’anni, russa, obesa – mi correva dietro a occhi sbarrati cercando di tradurre le sue scuse in italiano con il cellulare. Poi è andata in cucina e ne è uscita con un intruglio ai peperoni che mi ha lasciato sul comodino in segno di pace. La stanza non aveva serratura.


Il pomeriggio della corrida del venerdì, la prima che ho visto ad Alicante, ero al tavolo di un bar con dei vecchi sconosciuti. «Aguado non c’è» ha detto uno di loro. «È in ospedale, incornato. Non c’è nemmeno Román.»
«’Sti cazzi di Román,» ha detto un altro. «È una sega.» Ero dispiaciuto che non ci fosse Aguado. Due mesi dopo ho preso i biglietti per vederlo a Malaga ma si è fatto fottere anche lì. Questi vecchi mi hanno detto che al posto di Román e Aguado erano stati scritturati altri due matadores, Ginés Marín e David de Miranda. Marín era la bella copia di Román, mentre de Miranda era un ragazzetto un po’ timido che rischiava di farsi staccare la testa quasi sempre. Aveva una sola routine ed era ben contento di ripeterla in ogni occasione. La terza volta che l’ho visto, le sue robe sono andate in pezzi davanti ai miei occhi, un suicidio mancato.

Durante lo spettacolo, i due grassoni brufolosi seduti alle mie spalle si sono convinti, con l’aiuto di svariati whisky Redbull, che Marín fosse il tanto discusso Román e che de Miranda fosse Marín. Per loro questo nuovo Román era enorme. Non si spiegavano come avesse fatto a guarire così in fretta dalla cornata, e il miracolo di quella degenza li esaltava.
«¡ENORME ROMÁN!» gridavano. E giù a bere. A discapito dell’ottima faena col primo animale – durante la quale una giornalista aveva allungato un microfono e lo aveva intervistato – De Miranda non è riuscito a uccidere il secondo toro, malgrado due stoccate e svariati tentativi di rompergli le vertebre, sulle quali si accaniva con la forza che avrebbe messo nell’infilzare una braciola. Il toro barcollava; OK, era rimbecillito a morte,
ma vivo quanto basta per stare sulle zampe. Un attimo prima De Miranda era acclamato a gran voce (la folla intonava: «To-re-ro»), mentre adesso era un totale inetto, un impostore: l’aveva fatta fuori dal vaso e aveva fatto incazzare tutti. Fischi, insulti, cuscini lanciati in aria in segno di protesta; cuscini lanciati a frisbee col deliberato intento di colpirlo in faccia, proprio sul sopracciglio da centro estetico; aficionados indignati che varcavano le uscite con buste del supermercato piene di panini e stronzate. Alla fine De Miranda si è messo la muleta sotto l’ascella e se n’è andato, col toro ancora vivo.

Erano scesi il blu e il giallo spagnoli della notte di Alicante, la folla si riversava in strada, si accalcava alla fermata del bus per tornare a casa. Io dovevo camminare solo un po’ lungo la salita. Poco oltre un uomo aveva ricavato una casa dal ventre di una costruzione disastrata. Era immerso nel buio di questa spelonca e fumava su una sedia. Non aveva corrente. I bagliori del traffico rischiaravano qua e là pezzetti della sua miseria. Per questo l’ho visto.


C’era un problema col biglietto della seconda corrida, perciò mi hanno rimborsato e offerto un sedile al sole. È quasi bastato a far sì che non ci andassi. Non pensavo che sarei durato molto in quelle condizioni. Ero tutto ustionato da due giorni. Ad Alicante non si affittano biciclette, motorini o monopattini. Ognuno deve farcela con le proprie gambe, oppure che
vada a farsi fottere, stipato nel bus a sudare insieme agli altri. Andavo a piedi, era meglio. Più camminavo e più la pelle delle cosce mi si assottigliava. In prossimità delle ginocchia si stava adagiando sulle vene come un lenzuolo. Alla fine mi sono deciso per l’andare. La mattina della
corrida sono entrato in un negozio e ho comprato due boccette di sali minerali. L’etichetta prometteva bene, con la solita foto del ciclista anoressico che sfreccia a novanta all’ora.
«Lei è un ciclista?» ha chiesto la commerciante.
«Per ora no.»
Sono uscito in strada, ho aperto una delle due boccette e l’ho scolata. Avrei tenuto l’altra per l’arena. All’inizio mi sono sentito davvero bene ma subito dopo sono tornato a casa per i crampi che mi friggevano nelle braccia, nelle natiche e nelle gambe. L’impressione era che il sangue fosse acqua gasata. Una volta in camera, mi sono disteso finché la frizzantezza non è svanita; poi ho letto le indicazioni sulla boccetta: Assumere metà del contenuto prima di svolgere attività fisica INTENSA, e metà dopo aver terminato.
Qualcuno ha bussato alla porta. Ero in mutande. Non ho fatto in tempo a dire «Un secondo» che la testa della padrona di casa faceva già capolino.
Mi ha guardato. L’ho guardata. Ci siamo guardati. Dal collo alle caviglie illustravo un buon principio d’insolazione. Mi ha fatto cenno di aspettare, poi si è allontanata. Non mi sono mosso. È tornata con un tubo di schiuma e me l’ha spruzzata addosso senza preavviso, come fossi una roba in fiamme.
Me l’ha spalmata qua e là sulla schiena come a dire «continua tu», mi ha sorriso e se n’è andata. E come continuavo? Prova tu a spalmarti qualcosa sulla schiena. Ma soprattutto, che cazzo voleva quando ha bussato?
Ho comprato un grosso cappello e sono entrato nell’arena; avevo abbottonato tutta la camicia, compresi i polsini, per evitare lo sguardo impietoso del sole. Raggiunto il sedile, ho preso posto.
Sotto il mio piede c’era un covo di formiche ma non potevo farci niente. Lo spazio tra uno spettatore e l’altro semplicemente non c’era: non potevo spostarmi un po’ più in là, nemmeno con la gamba. L’arena si riempiva di
gente, il clamore aumentava e il buco nel cemento rigurgitava sempre più formiche. Porca puttana, erano enormi. Le scrollavo dalla scarpa stando attento a non tirar calci alle schiene di quelli seduti sotto di me. Se li
avessi colpiti si sarebbero accorti che gli lanciavo formiche addosso da mezz’ora. Ad ogni modo, le trombe hanno suonato e i matadores sono entrati. Salutato il presidente, ognuno è andato per i fatti suoi.
Roca Rey si dava da fare col berretto, lo toglieva dalla testa e lo rimetteva; lo toglieva di nuovo, lo sbatteva sullo steccato e lo indossava con cura dopo aver buttato all’indietro i capelli; nonostante l’abbia tolto e piantato
un’altra volta, non era come lo voleva lui, quindi l’ha tolto ancora mentre guardava il cancello da cui sarebbe uscito l’animale, ma intanto era meglio pensare al cappello. Dalla piccionaia un balordo ha urlato «¡Efímero!»
mentre Roca si lanciava nella stoccata. Il colpo non è andato a segno.
L’arena intera ha protestato e preteso di conoscere il volto di questo campione d’ebbrezza, ma l’asino ha preferito restare nell’ombra. Roca ha dato la stoccata e il toro è morto con dei muggiti che viaggiavano nell’aria
come amplificati da un microfono. Nel callejón sedeva una figura pasciuta e capelluta nota col nome di Morante de la Puebla. Piuttosto che seguire il
combattimento, alcuni preferivano accattivarsi il sorriso del Morante – del «Maestro», come lo acclamavano. Altri lo canzonavano con lodi smisurate. Ma perché sgolarsi? In consueta posa da piacione, sorrideva già, il Maestro, di una smorfia di sua fattura a metà tra l’enigma e la beffa.
L’ho visto lavorare il giorno dopo, e poi a Malaga. Stesso copione. Ha cominciato con un toro liscio e grasso, lo ha giocato male, lo ha ucciso male e si è allontanato come se fosse soltanto sfiga. Per la seconda bestia si è sbattuto un po’ di più.
Tralasciamo quelle due piroette, stronzate stile Golden Era della corrida…Nella stoccata c’era qualcosa, forse i frammenti del mistero della sua smorfia. La ciccia sui fianchi, le basette, la cicatrice sulla fronte. Non lo so per certo, anche perché avevo accanto un pazzoide che si produceva in continui sbracciamenti nella pretesa di essere ripreso dalle telecamere: pollice su, pollice giù, standing ovation e via dicendo.
Con Morante c’erano El Juli e Paco Ureña. Juli, ahimè, è stato una gran rottura, 15 minuti dissolti in uno sbadiglio. Lui stesso non ha fatto nulla tranne sfinire il toro che alla fine sarebbe morto per una scorreggia, o di noia, ma qui si vede il grande torero: se non sbaglia la stoccata, il lavoro
non è completo. Alcuni gli hanno urlato di sbrigarsi, di darsi una
mossa.
«UCCIDILO!»
E lui niente, ancora che si metteva in posa, ancora che tendeva quella stupida muleta fingendo di aizzare la salma del toro. Alla fine il toro gliel’ha strappata di mano… Il grande Juli?
Paco Ureña aveva un modo strano di non guardare il toro, il suo toro, che entrava nell’arena per la prima volta. Dietro lo steccato, in una bolla di silenzio, guardava a terra, le mani enormi che sbucavano dal costume
immacolato. Poco prima dell’uccisione penso di averlo accecato col flash, che è piuttosto forte, nell’unico occhio da cui vede.
“Oh merda…” ho pensato. Poi però la stoccata è stata come un colpo di pistola e ho tirato un sospiro di sollievo. Era tutt’uno col rito, tremava, sudava, teneva gli occhisbarrati, le guance gli si erano ritirate fino a scavare la faccia nel teschio. Il toro era morto. La spada è stata tolta dal toro ed è successo qualcos’altro, non me ne fregava più niente, come a tutti, del resto. Ero già fuori in cerca di un bar. Ne ho trovato uno vuoto. Sono entrato in bagno, mi sono sciacquato la faccia. Qualcuno stava cagando, gli spuntavano le scarpe da sotto la porta. Sono andato a sedermi, ho ordinato da bere e ho messo sul tavolo le polaroid appena scattate. Il cameriere le ha
viste e ha detto:
«Ehi, che foto!».
«Già.»
«¿Eres torero?»
«Scusa?»
«Fai il torero?»
Mi sono messo a ridere. «No… Sono un ciclista.»
«Sei famoso?»
«Più o meno.»
«E cioè? Come ti chiami?»
Gli ho detto un nome a caso.
«Mai sentito.»
«Beh, pazienza.»
«Certo, amico.» Si è allontanato.
Ho finito di bere, ho pagato e ho camminato fino a casa. La proprietaria era via per qualche giorno, aveva lasciato un biglietto. Sono entrato in cucina per la prima volta. Nachos, salsa al formaggio, lattine di birra. Ho ripulito il barattolo di salsa con i nachos bevendo Coca rancida, poi birra.
In casa quella sera c’eravamo solo io e una coppia che dormiva in salotto. Non facevano niente. Non ridevano, non scopavano, non gridavano, non sbattevano le porte. Ogni tanto lui ciabattava lungo il corridoio per andare a pisciare, tutto barba e mutande. Penso di non averlo mai nemmeno salutato.

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