7 de julio, di Chapu Apaolaza

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“Il primo e l’ultimo passo sono i più importanti. Il primo perché deve essere deciso, in avanti, verso il centro della strada, che è la spina dorsale dell’encierro. L’ultimo perché un passo in più o uno in meno nella traiettoria della mandria possono segnare la differenza tra pranzare con le polpette di Marcelo o fare merenda con caffelatte e biscotti secchi all’ospedale, nel migliore dei casi. In ogni modo nessuna corsa ha senso se non si conclude bene e per cavarsela indenni la cosa principale è scansarsi al momento giusto, senza ostacolare nessuno, senza aggrpparsi, dritto al muro, guardando dietro le spalle se sul marciapiede per caso galoppino sorprese dell’ultimo momento. In questo istante, fatto salvo che qualche toro debba ancora passare o che una parte del gruppo si sia staccata, l’encierro è concluso”.

Parola di Chapu Apaolaza, autore dello splendido 7 de julio uscito un paio d’anni fa per i tipi di Libros del K.O.: la feria di San Fermin inizia questa mattina alle 12 con il botto del chupinazo e riprendere in mano questo scorrevole ma denso libretto è insieme dovere e piacere. Navarro di nascita e sentimento, giornalista e cantastorie e strenuo difensore della fiesta, Chapu è oratore affascinante e scrittore intelligente: il suo sette di luglio è insieme appassionato atto d’amore per la corsa più famosa del mondo e rigoroso manuale, antologia di storie al limite dell’inverosimile e rivendicazione identitaria e culturale.

Le pagine scorrono veloci e il lettore si scopre goloso e incapace di interrompersi. L’attacco è travolgente: il racconto della prima volta a correre davanti ai tori è eccitante e pieno di nostalgico sentimento, il padre che lo sveglia all’alba con parole asciutte e sicure (“Svegliati Chapu, andiamo a correre l’encierro“), il silenzio di mistero e angoscia camminando verso Santo Domingo, il profumo dell’acqua di colonia aspersa nel bagno di casa che mantiene un legame prezioso con la parte razionale della vita, con la mamma rimasta là a patire, la paura che monta e travolge nervi e spirito e si prende tutto, quel caffé rimasto per metà nella tazzina per lo stomaco chiuso, gli occhi che sbirciano il padre tra il secondo e il terzo cantico e lo sorprendono a tremare, e poi quelle sue parole definitive e mai più dimenticate, “Calmo, calmooo. Adesso, piano. Andiamo. Più veloce, più veloce, più veloce!”.

7 de julio è un libro divertente e romantico, nervoso e orgoglioso. L’autore ci chiama con lui nel cuore della calle, i tori dietro e centinaia di figure umane accalcate attorno, e da lì ci racconta ogni cosa, la storia della corsa e le tecniche per vincere e sopravvivere, il morso assurdo della paura che da quella prima volta si è fatta inevitabile compagna di vita (“La paura dell’encierro arriva prima dell’encierro; sei mesi prima”), torna fino alla tauromachia minoica e ripercorre la sfida eterna e irrisolta dell’uomo alla bestia. Chapu da lì, da lì dentro, ci parla della festa più grande del mondo, dei suoi riti e dei suoi eccessi, rivive con noi gli encierros corsi e quelli mitici del passato, ci presenta i grandi corridori e anche gli stranieri che sono diventati più pamplonesi dei pamplonesi, confessa senza vergogna ogni cedimento allo spavento, omaggia le 16 vittime di 115 anni di corsa, 115 anni in cui 5500 tori hanno galoppato dalla cuesta all’arena. In due occasioni uno stesso toro ha ucciso due persone: Semillero di Antonio Urquijo, nel 1967, e Antoquio di Guardiola Fantoni, tredici anni dopo. Ma certo il vero tesoro del suo libro sono i mille aneddoti che si snocciolano inseguendosi, che si sovrappongono e intersecano, che insieme completano un mosaico di storie impensabili e vere e che solo, inevitabilmente solo, a Pamplona. Come quella di Robin O’ Connor.

Robin O’ Connor era un corridore di New York, esperto in vino prezioso e che batte da Christie’s bottiglie da centomila euro. Il 12 settembre del 1982 era riverso sul selciato di Sangüesa, dove era andato a correre davanti ai tori: sventrato dal corno aveva le interiora di fuori e tastava per terra provando a recuperare gli occhiali. Gli si fecero vicino due corridori famosi di Pamplona: Ardura, uno di questi, trovò gli occhiali e glieli infilò, e poi con un gesto meccanico raggruppò il suo intestino e glielo sistemò nei pantaloncini. Quando si rese conto di quello che gli era successo O’ Connor guardò proprio Ardura, con molta intensità, e gli disse che non voleva morire. “Robin, ragazzo mio, era meglio pensarci prima”: l’americano ricorderà che quelle parole lo tranquilizzarono molto. Sull’ambulanza O’ Connor entrò in stato di shock, all’ospedale di Pamplona lo aspettavano un’équipe di chirurghi e in ospedale un prete gli diede l’estrema unzione. Rimase sedato in prognosi riservata e dormì tre giorni. Riprese a camminare e corse all’Estafeta per altri ventiquattro anni. Dopo tutto quel toro colorado gli aveva salvato la vita: il volo 995 di Spantax da Madrid a Malaga a New York, che avrebbe dovuto riportarlo a casa se non fosse finito in ospedale, esplose a Malaga durante l’atterraggio, cinquanta morti. Quando finalmente riuscì a lasciare la Spagna e tornare verso Baltimora, il padre malato che O’ Connor stava andando a raggiungere morì mentre lui era in volo sull’oceano. “Fu un mese pazzo”, ricorda.

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Sul sito di Rtve è possibile seguire ogni mattina l’encierro in diretta, il collegamento inizia mezz’ora prima del petardo.

Questo il programma delle corse:

Sabato 7 luglio: Puerto de San Lorenzo
Domenica 8 luglio: José Escolar
Lunedì 9 luglio: Cebada Gago
Martedì 10 luglio: Fuente Ymbro
Mercoledì 11 luglio: Núñez del Cuvillo
Giovedì 12 luglio:Victoriano del Río
Venerdi’ 13 luglio: Jandilla
Sabato 14 luglio: Miura

 

 

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