Storia di un torero. L’incontro

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Foto di Simone Cargnoni

Il prossimo sabato, primo settembre, alle ore 18, a Zalamea la Real, Mario Diéguez prenderà l’alternativa. Il momento decisivo per ogni torero dopo una vita di sacrifici corona in questo caso una passione travolgente. Sebastiano Luca Insinga, documentarista italiano che da tre anni lavora sul mondo dei tori, ha conosciuto e seguito Mario Diéguez a lungo. Assieme al fotografo Simone Cargnoni (qui una galleria di fotografie espressamente dedicata al nostro sito) ha potuto partecipare di emozioni e dolori a volte apparentemente senza appello. Questa è la prima puntata della sua storia.

***

IL PRIMO INCONTRO

Di Mario Dieguez sapevo solo che era un novillero e che da lì a sette giorni avrebbe toreato a Las Ventas di Madrid, la plaza de toros più importante del mondo. Sono passati due anni dal nostro primo incontro, e finalmente l’1 Settembre, a Zalamea la Real, Mario prenderà l’alternativa.

 

È l’agosto del 2016. Il primo viaggio alla scoperta dei tori. La prima volta che incontro un torero.

Ci eravamo dati appuntamento a Coria del Rio al bar Guadalquivir. Lo stesso nome del fiume che scorreva oltre il viale. Il fiume che come una grande arteria attraversa l’intero corpo dell’Andalusia – dalla Sierra a Cordoba, a Siviglia, a Cadice, fino al mare.

Arrivo in anticipo. Il bar è completamente vuoto. Modernissimo, ma senza aria condizionata. Fa più caldo che fuori. Prendo una coca e mi siedo ad aspettare. Non sono ancora le sei e per strada non si vede nessuno.

Eres Lucas?”. Mario mi sorprende alle spalle. Mi giro. È la faccia che avevo visto nelle foto. Scura, seria, la pelle rasata, i capelli in ordine. Camicia grigia infilata nel pantalone bianco a sigaretta, mocassino. Gli occhi che anche mentre ti fissano guardano oltre. Sapevo che non sarebbe venuto da solo. Con lui c’era Manuel Corona, ex matador de toros. Lui di capelli ne ha pochi, tirati all’indietro dal gel. Camicia rossa a fiori, ampiamente sbottonata, ma che attorno alla vita fatica comunque a chiudersi. Fisico di chi ha lasciato l’attività da un pezzo.

Mario parla poco. Manuel mi circumnaviga e parla con distanza. Mi chiede molto direttamente se sono uno di quei giornalisti che fanno una bella faccia e poi buttano fango sui toreri e la gente che va a vedere i tori. Mentre mi guarda dall’alto in basso, gli spiego che non sono un giornalista: “Il mio mestiere è raccontare storie e le storie a volte arrivano, altre volte le devi andare a cercare”. Credo che questa fase pomposa e un po’ a effetto gli piacque. Prende il pacchetto di sigarette, me ne offre una, mentre Mario osserva e ascolta, ogni tanto sogghigna. Manuel si avvicina poggiando un gomito sul tavolo, dice di ascoltarlo bene perché vuole spiegarmi come stanno le cose. “Mario Dieguez è un torero di grande spirito, di grande eleganza, di grande valentia. Ci sono pochi toreri in circolazione come lui, ma è figlio di una famiglia umile, figlio di un pensionato, ex operario. E il mondo dei tori non è un bel mondo. Nel mundillo per diventare torero ci vogliono tanti soldi. O li hai, o qualcuno li deve mettere per te, ma poi se li riprende con gli interessi. Quindi o sei ricco, o sei figlio di una figura del toreo, oppure sei figlio di un ganadero, di un allevatore di tori. Nel primo caso hai le possibilità economiche, nel secondo hai il nome, nel terzo hai i tori. In ogni caso: hay que tener pasta!”, mi dice mentre strofina il pollice e l’indice sotto il mio mento.

Io non sapevo niente di loro e loro non sapevano niente di me. Manuel aveva preparato la scena, ma tutto ciò che diceva, col tempo, capii che non era un iperbole. Scoprii che erano vere anche le parole sulla classe e sul toreo di Mario. Ma anche per questo mi ci volle tempo e una lenta lunga educazione.

Finisco il bicchiere e Mario propone di andare. Dice di volermi mostrare qualcosa.

Usciamo fuori da Coria, passiamo per La Puebla del Rio – il paese di Morante, a cui Manuel nelle ultime fasi della carriere fece da banderillero – poi le case iniziano a diradarsi. Durante il tragitto mi colpiscono tre cose: un enorme complesso di case abbandonato nel mezzo del niente; una risaia che si estende per lunghi chilometri; la velocità folle con cui guida Mario che mi blocca e non mi permette di fare nessuna domanda. Forse anche quella era una prova da superare.

Entriamo in una strada sterrata mentre il sole sta già scendendo. Mario ferma la macchina in uno spiazzo di terra battuta, dove l’unica struttura presente è qualcosa a metà tra una baracca e un chiosco. Manuel dice che vuole fermarsi lì. Mario sorride, forse per la prima volta, e mi chiede se mi va di fare due passi.

Cicale, fenicotteri, pernici, l’erba alta nonostante Agosto. Il sole diventa sempre più basso e si riflette nella marisma – uno stagno d’acqua come ce ne sono altri lungo il Guadalquivir. Mi dice che lui spesso si allena lì oppure ci va quando ha bisogno di pensare e stare tranquillo. Gli piace stare fuori dal traffico, dal rumore, sentire la presenza degli animali, dell’acqua, del vento. Sorride, scherzando sull’enfasi con cui Manuel si presenta, ma seppur in un altro modo, pacato e profondo, mi dice le stesse cose. Dieci giorni fa lo hanno chiamato dopo che nessuno lo ha più contrattato dall’ultima novillada di un anno prima. È quindi da un anno che non si trova di fronte a un toro e tra sette giorni sarebbe entrato a Las Ventas a giocarsi la vita.

Per un novillero trovare un toro e potersi allenare significa sborsare mille, mille e duecento euro, praticamente uno stipendio intero. Un torero senza alle spalle nessuno che lo spinga deve sperare nell’amicizia, la benevolenza e la generosità di un ganadero. Perché spesso pagare non basta.

Mario mi spiega che non può permettersi costi del genere. Costi che dovrebbe sostenere un apoderado, un manager. Ma lui un manager non ce l’ha. Ne ha avuti, sempre con scarsi esiti. Perché non ha voluto sottostare a certi dettami e a certe condizioni. Per esempio toreare gratis, o addirittura pagare per toreare. “Se deve succedere deve succedere come dico io. Non voglio diventare putrido per diventare un Matador. Il toro merita un’anima pulita. Non posso provare vergogna quando mi trovo di fronte a lui. Al toro non si può mentire”, mi dice mentre guarda il sole che cala dietro l’orizzonte e gli aironi volano sulla marisma.

Qualcuno gli ha detto di iniziare a mettere le banderillas e di dare più spettacolo. Oppure di cambiare i membri della cuadrilla, le persone con cui ha coltivato il sogno di diventare Matador e che hanno condiviso con lui ogni lotta. Come Leonardo, il banderillero di fiducia, suo amico da sempre, che un pomeriggio lo convinse a toreare una vacca comprata da suo zio. Avevano sedici anni lui e dodici Mario. Quel giorno la febbre avrebbe preso Mario senza lasciarlo mai più e quando tornò a casa e disse a suo padre che voleve diventare torero, Carlos risvegliò il sogno che in lui si era spento. Anche lui aveva sognato di diventare matador, senza riuscirci, consegnando la vita a una fabbrica metallurgica che gli ha riempito i polmoni di un cancro mortale.  

Torniamo al chiosco, dove Manuel ci aspetta con in mano un vino tinto mischiato a gazzosa.

Durante il viaggio di ritorno fuori dai finestrini sfilano di nuovo gli specchi d’acqua smisurati delle risaie. “Sai cosa sono queste?”, mi chiede Manuel. Faccio segno di no. “Prima lungo tutto il Guadalquivir c’erano tori. Una ganaderia dopo l’altra. I tori avevano uno spazio sterminato dove vivere. Lentamente, una dopo l’altra, i ganaderos hanno abbattuto le bestie e venduto i campi. Adesso sono coltivazioni intensive. O peggio, spazio per le speculazioni edilizie. Se muore la corrida muore anche il toro bravo – il toro selvaggio. E se muore il toro bravo muore un intero ecosistema. Abbiamo preservato la specie per secoli e adesso vogliono farla scomparire”.

Mario mi riporta alla macchina parcheggiata fuori dal Guadalquivir. Ci salutiamo e mi dice: “Domani toreo de salon. Se ti va di venire… encantado! Ti scrivo per l’orario. Hasta luego!”.

 

(prima puntata – continua)

 

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