Sbuffo animale

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(ph) Ronda

Quegli occhi che ti fissano, sicuri e arroganti che si portano dentro millenni di bravura, la presunzione del più forte, due occhi che sono un abisso e là in fondo ci leggi l’idea della morte.
Il corpo lucido e liscio, nero striato di rame, elegante e funereo.
Sbuffo animale.
I muscoli tesi, pronti, esplosivi.
Quel soffio dalle narici, un vento che porta non aria ma l’evoluzione intera della specie, quel soffio che spazzerebbe ogni cosa, alberi uomini e il mondo intero, e che ora solca la terra, la disegna, la scava.

Sbuffo animale, magnetica presenza.
Ormoni, sangue, carne.
Caldo.

Questo è un toro, a un metro da te.

Questo è stato un toro di Tardieu, una mattina di fine estate, con il sole giallo maturo e l’aria frizzante a sveglire i campi e i roveti.
I cavalli bianchi liberi al galoppo, le fronde mosse dal vento, e i gesti curati di quegli uomini, i gesti di sempre, i gesti di secoli.
Quelle facce solcate dalla fatica e dagli anni, quelle facce che parlano senza bisogno di parlare, quei visi che raccontano devozione, sacrificio, sincerità.
I tori là in fondo, eleganti e nobili.
I tori quando sono nel campo hanno un portamento signorile, le figure regali in un affresco bucolico che loro caricano di importanza, pathos, regalità.

Poi quel toro.
Recuperato a cavallo, guidato dai buoi, infine chiuso nella cella.
Un’ora di lavoro, noi ad osservare da lontano ammirati, i due cavalieri a sudare, gridare, scartare, condurre.
Perfetti.
Alla fine, quel corpo nero nella cella.
Esplode la rabbia.

Noi sopra, a dividerci da quel vulcano pronto ad eruttare solo qualche asse, qualche tubo, qualche spanna di vuoto.
Ecco, se non hai mai visto un toro da solo, se non hai mai visto quegli occhi che cavalcano il ricordo di combattimenti eterni e lontani, due diamanti neri incastonati in un gioiello di muscoli e bravura, quegli occhi che sono fuoco e acciaio.
Quegli occhi, semplicemente, selvaggi.
Se non hai mai visto tutto questo non sai cos’è, un toro.
Non sai cos’è, la corrida.

Paura, brividi, palpitazioni, i muscoli di pietra e il respiro isterico e i nervi tirati, questo sei tu quando a mezza gamba da te c’è un toro che ti fissa, e basta una scintilla che gli infiammi la chimica e i geni perché ti sia addosso, lo sai, lo senti, è lì e ti guarda.
Un tuo impercettibile e involontario movimento e il toro si volta, un fulmine, si mette in posizione, accenna a un paio di passi di carica, non ti perde di vista.
Sei suo.

Quegli occhi.

Quegli occhi incredibili, che nessuna parola li può raccontare, quegli occhi che provi a vedere dove finiscono ma non ce la fai, profondi come un abisso, neri e profondi come un cratere che raggiunge il centro del mondo, e là in fondo sai che c’è tutto, c’è la verità, il mistero, la bravura, la morte.
Quegli occhi, da paura.

Quel respiro,che non è affanno, che non è di paura ma è il suo contrario, quel soffio che fende l’aria elettrica, che paralizza i nervi, sbuffo animale che tutto riempie e di tutto si fa padrone, e porta afrore, adrenalina, ormoni, caldo incandescente come la lava e gelido come la morte.

Un mattino di fine estate, il sole giallo della Provenza, nel verde della campagna.
Un toro.

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Luigi Ronda
Luigi Ronda (Piacenza, 1973) è cooperatore, oltre che aficionado. Ad Arles pioveva e César Rincon infilò la spada in Pitillito di Cortés. Cominciò così, nel 2005.

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