Pianto per Roman Jimenez

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(ph) Luigi Ronda

Questo è un racconto di fantasia, senza alcun riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti. Il bollettino medico del torero è invece preso dal parte facultativo di José Tomás, il giorno di Aguascalientes.


* * * * *

 

PIANTO PER ROMAN JIMENEZ

 

  1. LA DONNA ALLA TAQUILLA

Cosa volete che vi dica, era un giorno come un altro: ogni volta che muore un torero è un giorno come un altro. Certo che me lo ricordo bene, come si può dimenticare. Era un bravo ragazzo, tanta passione, magari un po’ sbruffone ma in fondo un caro figlio. Mi ricordo che ero di turno al botteghino del sole, ero felice perché lì si sta bene: quando vendi l’ombra hai a che fare con gente, come dire, un po’ noiosa, abituata a farsi servire, sempre di fretta e chissà cos’hanno mai da fare il giorno di corrida, sempre tutti così seriosi. Io non dico mai niente perché il lavoro è lavoro, per carità, però…

Beh insomma, allo sportello del sole è meglio, la gente è felice e semplice, viene a fare festa, ci sono i ragazzi e i nonni, li vedo che nelle loro sacche gonfie hanno panini e bottiglie, è fino un piacere lavorare, ti sorridono. Pfff, mi ricordo quella volta che venne un ragazzetto, avrà avuto sette o otto anni, niente, non aveva soldi abbastanza ma voleva a tutti i costi entrare a vedere i tori. Non arrivava nemmeno tutto allo sportello, lo vedevo solo fino agli occhi, faceva tenerezza. Beh niente, gli ho passato di straforo un biglietto omaggio e si è fatto la corrida in contrabarrera de sol, dovevate vedere la sua espressione quando gliel’ho dato, una pasqua! Caro ragazzo, all’uscita è venuto a ringraziarmi ma sapete io ero già andata, stacchiamo prima, e però mi ha lasciato in regalo un sacchettino di pipas, chissà, magari le avrà fregate alla bancarella visto che girava senza nemmeno una moneta, le ha lasciate qua al custode. Devo avercele ancora qua da qualche parte, non le ho mica aperte, a me non piacciono e poi mi ricordano mio nonno che riempiva di gusci tutta la cucina e mi toccava a me scopare per terra, sempre a me.

Dai ma questo non c’entra, no? Quel giorno c’era davvero tanta gente e va bene lo si poteva immaginare, era l’alternativa di Roman che è nato proprio a pochi chilometri da qua, caro ragazzo, dicevano che i tori erano buoni e il padrino era Antonio Torres, insomma come dicono gli appassionati era un cartelazo, al botteghino del sole ho dovuto davvero sudare, tanta gente, felice, era un giorno di festa, una coda da qui a là.

Certo che me lo ricordo, pace all’anima sua, povero figlio, che pena.

No, non ho mica visto niente, niente. Meglio così, non me lo sarei perdonata. Beh, noi da regolamento dobbiamo rimanere sul posto fino alla morte del terzo toro, la taquilla deve essere aperta per i ritardatari, e ce n’è sempre sapete. Siamo proprio qui sotto all’arena, io di corride non ne ho viste tante, magari nemmeno dieci, ma potrei raccontarle tutte quelle che ho venduto, e sono centinaia, uh hai voglia altro che cento, non le ho viste ma le ho sentite tutte e vissute tutte da quaggiù: ogni suono delle trombe, ogni olé, ogni silenzio, tutto mi aiuta a capire cosa sta succedendo là dentro.  Ecco, sentito? Questo è un pinchazo, sì sì un pinchazo, e se non ci credete chiedete agli aficionados che usciranno tra un’oretta o andate a leggere la cronaca domani sul giornale. Se ho sentito un pinchazo, è che c’è stato un pinchazo.

Comunque… sì ecco di quel giorno certo mi ricordo la musica della sfilata e poi l’inizio, i primi entusiasmi del pubblico e mi sono detta bravo ragazzo, con la cappa ci sai fare, fatti valere che siamo con te; poi quel suono metallico che annuncia l’ingresso del picador, il brusio solito e i soliti fischi, e poi di nuovo per due volte gli olè.

Ecco, poi più niente che avessi già mai udito.

I vetri del botteghino hanno tremato, improvvisamente, tutto è esploso che mi son fin detta madre mia il terremoto, un urlo feroce, non tante urla ma no, è stato un solo raro grido, come se l’arena avesse avuto una voce sua che non fosse la somma di tutti i canti del coro ma proprio una voce unica e sua, un urlo orribile e poi stridulo, uno strazio.

E poi quel silenzio assurdo, mi è venuto un brivido di freddo con quel silenzio, beh adesso la faccio lunga ma sarà durato in tutto pochi secondi.

Mi ricordo che prima ho guardato l’orologio che ho al polso, quello che mi aveva regalato la mia povera mamma, non so nemmeno perché e anche se ci ho pensato infinite volte non mi ricordo l’ora che segnavano le lancette. Cinque e un quarto o giù di lì ma l’orario preciso non lo so più. Chissà perché, è come se quel pezzo di memoria non si fosse mai registrato nella mia testa. E subito dopo mi sono girata alla mia destra, dove sta seduta Carmen che quel giorno vendeva i biglietti misti di sole e ombra, era immobile, gli occhi rivolti alla strada, e ha detto solo una cosa, è morto.

Povero ragazzo, pace all’anima sua.

 

  1. IL MEDICO

E cosa dovevo correre a fare? Spiegatemelo voi, cosa dovevo correre a fare?

Che noia, sul serio che noia, non passa giornata in cui qualcuno in reparto o fermandomi per strada o dal barbiere o al ristorante non me lo rimproveri con uno sguardo severo e indignato o magari sibilandomi qualche carineria sulla reputazione di mia madre, ma io non me ne curo, figuriamoci. Non c’era bisogno di correre.

L’avete visto anche voi o no, cristo, o no? Il corno ha trapanato la carne, ha sfasciato le fibre e ha quando ha trovato la femorale ha fatto esplodere il geyser. Punto. Jimenez tra pista e infermeria ha perso cinque litri di sangue, cinque litri signori, vi bastano?

No, gli uomini avrebbero potuto anche silurarsi più veloci di un centometrista, avrebbero potuto infilarci dentro il pugno intero mica solo il pollice, avrebbero potuto stingere a monte della ferita con un cavo di acciaio, ma nulla sarebbe servito.

Ecco, leggete con i vostri occhi: “Herida en la cara interior del tercio superior del muslo izquierdo, de unos 20 centímetros y varias trayectorias, que interesaron piel, tejido celular subcutáneo y masa muscular, seccionando la arteria femoral profunda, lacerando la arteria femoral superficial y lacerando la vena femoral. Shock hipovolémico gravísimo que acabò con su vida.”

Vi basta?

Perché ero così lontano dalla sala operatoria? Uff…: il toro tirava verso la staccionata, come anche i bambini avevano capito, e aveva rifugio in quella zona d’ombra sotto la presidenza. Sono andato a sistemarmi laggiù, per vedere meglio e da vicino: non ero l’unico ad aver previsto la cornata, non raccontiamoci bugie. Ho attraversato il contropista con quella lentezza che è parsa sfrontata e colpevole perché avevo bisogno di guardare ancora e attento quanto succedeva oltre le assi, perché di quel toro non mi sono fidato già dal primo zoccolo che ha messo sulla sabbia, e avevo una paura fottuta che avrebbe potuto fare altri disastri. Mi preparavo a quelli, Jimenez non ha avuto bisogno di me fin da subito.

Chiedete a Rafael Sanchez, il peone, mi pare di capire che proprio perché non ho corso e ho guardato qualche gratitudine per me la conservi ancora.

No, non ne voglio a nessuno, non tutti possono capire: io so di aver agito come occorreva, punto. All’arena sono un medico chirurgo, non uno spettatore qualunque.

Se mi sono pentito di essere alla plaza quel giorno?

No.

Cosas de toros.

 

  1. IL DIRETTORE D’ORCHESTRA

Rafa fuma. Una sigaretta dopo l’altra. Ma si è mai visto un trombettista che ci dà dentro come una ciminiera? O ti chiami Chet Baker o dal tabacchino ci vai solo per comprare il sale grosso, dico io. Rafa fuma, è brutto e suona male. Così questa volta gli ho parlato chiaro, ma chiaro sul serio e senza giri di parole, afferrandogli il bavero della giacca e scuotendolo anche. Già perché Roman, pace all’anima sua, mi aveva recapitato una richiesta precisa nel caso le cose si fossero messe per il verso giusto: caro ragazzo, mi fece tanta tenerezza quel giorno in cui lo scorsi sulla porta di casa.

Signor direttore, sono venuto a chiederle una cortesia.

Dimmi, Manito.

Alla mia prima faena voglio far suonare la musica, e vorrei toreare ascoltando Nerva.

Che scelta scontata pensai versandogli il caffè, d’altronde non si può certo chiedere a un ragazzetto di provincia di apprezzare l’altera eleganza di Suspiros de Espana o il crescendo tumuoltuoso di Calle Sierpes. Ma niente al mondo è solo brutto o solo male, e anche Nerva ha una sua ragione sufficiente: nasconde nella pancia un momento topico e unico, quel solo di tromba che si cela come una perla rara nel mezzo di una scrittura ordinaria e insapore, un assolo che ha accompagnato le migliori faenas di ogni tempo e che ha commosso ogni musicista che lo interpretava e ogni aficionado che ne godeva.

Scomodo sul mio sgabellino, davo le spalle alla pista. Scuotendolo e guardandolo dritto negli occhi stavo dicendo a Rafa che Manito là in basso si stava giocando la vita per coronare il suo sogno di sempre, che quel ragazzo è un nostro ragazzo, un ragazzo della nostra terra che si stava facendo torero, e che tutto doveva essere perfetto per lui. A cominciare da quel fottuto assolo di tromba. Gli parlavo soffiando e ringhiando e quell’idiota guardava la corrida, neanche mi ascoltava, gli ero ormai addosso e gli dicevo di spegnere quella maledetta sigaretta e di non azzardarsi ad accendersene un’altra prima della mezzanotte a meno che non si chiamasse Chet Baker, e che non avrei tollerato un solo quarto di tono fuori posto, e quello da sopra le mie spalle guardava la corrida.

Stringevo la sua giacca quando ho sentito il primo olè, e stavo imprecando il cielo con aria rassegnata quando è esploso il secondo. Poi l’arena ha tremato e ha eruttato un suono lugubre e sordo, io ho guardato Rafa negli occhi e nei suoi occhi ho capito che il ragazzo sarebbe morto. Ho lasciato quella giacca e mi sono girato e ho visto quella scena dantesca, uomini che correvano ovunque, uomini che gridavano o si sbracciavano, una striscia di sangue nero sulla sabbia: ricordo allora di aver chiuso gli occhi per qualche tempo, e di riaverli riaperti quando la funzione aveva ormai ripreso il suo inevitabile rituale.

Finché Antonio Torres dopo qualche tentativo di circostanza ha deciso che quel toro non meritava altro che una lama nel cuore e ha preso a camminare verso le assi per ritirare la spada buona, con passo stanco, le braccia lasciate a ciondolare lungo il corpo e la muleta ad accarezzare floscia la terra.
Ero lì con la testa fra le mani, i gomiti appoggiati al balconcino, contemplando da quassù tutto questo inconcepibile dolore quando dietro di me ho avvertito un movimento, e mi sono girato verso l’orchestra: ho visto Rafa  in piedi, aspirando l’ultimo tiro di sigaretta e poi spegnendo la cicca con il piede, gli occhi distanti e avrei detto sereni, dandosi un’innaturale sistemata alla giacca.
E in mezzo a tutto questa confusione d’apocalisse, in mezzo a migliaia di anime travolte e disperate, in mezzo al buco nero inafferrabile che risucchia la vita e la risputa morta, cosa fa questo figlio di puttana?
Cosa fa questo figlio di puttana?
L’ha suonato.
Ha gonfiato i polmoni, ha appoggiato le labbra al bocchino e l’ha suonato.
Il solo di Nerva.
Malinconico e solenne, come un silenzio.

Senza nessuno ad accompagnarlo, in perfetta ed estatica solitudine, in piedi, là.
Gesù, avevo il cuore che mi scoppiava dall’emozione e non riuscivo a respirare quasi, quell’inutile coglione stava suonando il solo di Nerva come lo suonerebbe dio, ogni nota una valanga di sentimento, ogni sfiato un passo ancora verso il sublime, ogni momento una perfezione celestiale e insopportabile.
La sua tromba era insieme un torrente in piena e le ali leggere di un colibrì, era la grazia gentile della vita e la forza ottusa della morte, la sua tromba in quel momento era tutto, era tutto il mondo, tutti gli uomini e le donne del mondo, era l’eterno e l’abisso, il sole e le tenebre, i sorrisi e le lacrime. Non riuscivo a smettere di piangere, lo ascoltavo e piangevo, mi portavo le mani al petto e piangevo, e poi piangendo chiudevo gli occhi e pensavo a quel ragazzo e a quel toro, pensavo a questa arena dove sono stato a palpitare con mio padre e dove ho suonato per cento toreri, e pensavo a mia moglie che mi ha amato tutta la vita e che io ho ricambiato ogni giorno come ho potuto, pensavo ai bambini che ad ogni luna nascono a baciare il mondo e a illuminarlo una volta ancora, e pensavo che la vita è bella e l’uomo é grande, grande, grande, e pensavo ancora che quel ragazzo era morto, lì, davanti a noi e per noi.

Suonava come un dio e intanto la gente piangeva e si abbracciava, si inginocchiava esausta o si immobilizzava tetra e in piedi, e tutti erano schiavi di quella melodia, tutti erano abbattuti da quella inarrestabile valanga di sentimenti e di emozione, tutti si disperavano per quel ragazzo e tutti si riempivano di quel momento di irripetibile bellezza e scorticante dolore, in quel silenzio assurdo e perfetto squarciato solo da quella tromba divina.

Ha finito il solo, si è seduto e si é acceso una sigaretta.
Mi ha cercato con gli occhi e mi ha detto a bassa voce, sbuffando torvo, Chet Baker…ma crepa tu e Chet Baker, coglione.

Allora Torres è rientrato in pista e ha ucciso il toro, ma a nessuno importava più.

Sono arrivato a casa e ho dato un bacio triste a mia moglie.
Sono andato in camera, mi sono spogliato, ho appeso la giacca alla gruccia e l’ho messa nell’armadio; ho preso la bacchetta, l’ho chiusa nel suo astuccio, e lì l’ho lasciata.
Non ho più diretto un pasodoble, non sono più entrato in un’arena, non ho più visto correre un toro. Ogni giorno ho fatto un sorriso a mia moglie e ogni giorno ho chiamato i miei due figli, per sentire la loro voce.

Di tanto in tanto passo al cimitero e vado a trovare quel ragazzo, mi siedo sul marmo grigio sotto cui riposa e ricordo quel pomeriggio.

 

  1. L’ALLEVATORE

Non avrò pace, mai. Mai più.

No, non era cieco, non l’avrei portato.

 

  1. ILGIORNALISTA

Cormales (Madrid), 23 agosto.

La grandezza della fiesta ha ribadito ancora una volta la sua implacabile verità, venendo a sconvolgerci con il suo più triste e spietato dogma: si nasce per morire, nient’altro che questo, si nasce per morire. L’ha fatto ieri, nell’afosa provincia madrilena, per tramite del corpo straziato del giovane Roman Jimenez, che ha consegnato per sempre alla sabbia di Cormales il rosso vermiglio del suo sangue e i sogni di una vita dedicata all’aspirazione più alta per l’essere umano, unire sacrificio di sé e ricerca dell’assoluto. In una parola, essere torero. E torero! torero! scandivano disperati i seimila presenti quando la cuadrilla del ragazzo ha sfilato mesta e spiritata per guadagnare l’uscita da quell’arena di dolore.

 (…) Alla prima picca Teniente sfogava definitivamente quel lato oscuro di mansedumbre violenta che i più avvisati avevano già intravisto nei momenti precedenti: ma uscito rapidamente e scompostamente dalla prigione del ferro, il toro guadagnava ancora una volta e con bugiarda fierezza il centro della pista, cosa che forse induceva Jimenez a un fatale errore di valutazione.

 (…) Era in questo momento di provvisoria calma che qualche concitata voce dagli spalti si levava a gridare, all’indirizzo del presidente, cambio! cambio! ché ad alcuni quel toro pareva cieco dal sinistro. Ma dal palco non arrivavano segnali e il torero si preparava per il quite, altero e solitario, un poco decentrato verso la zona dell’ombra.

 (…) La seconda gaonera era ancora, e se possibile, più serrata: somministrata sul corno destro, le carni esposte e offerte, il corpo statuario, l’esecuzione era innegabilmente straripante e generosa. Ma era il toro con la sua carica rabbiosa e prepotente a trasformare il lirismo di quel passaggio in nera drammaticità, ed erano molti sui tendidos a volgere lo sguardo altrove o a implorare il ragazzo di lasciar spazio alle banderillas. Già intanto, però, Roman Jimenez si preparava per un nuovo passaggio a sinistra.

(…). Una volta il torero a terra, Teniente era rapido a girarsi e a puntare quella sagoma che si avviluppava su sé stessa a cercare un’improbabile fuga, nella vana attesa che i soccorsi arrivassero per tempo. Tutto avveniva con la rapidità di un battito di ciglia: il toro era fulmineo sull’uomo, abbassava il collo deciso e con il corno agganciava la coscia di Jimenez sollevandolo per qualche interminabile istante in cui quella figura pietrificata era eternizzata in una posa di straziante bellezza e plastica afflizione.

 (…) E’ stato chiaro a tutti che quel sangue che usciva vergognoso a fiotti stava sradicando per sempre l’anima al ragazzo, e che niente sarebbe stato nelle possibilità dell’uomo per salvare quella vita . Dicono che il ragazzo sia arrivato già morto, irreparabilmente morto, all’infermeria.

 (…) Cormales (Madrid), 23 agosto, terza e ultima di feria. Arena piena, sole, caldo opprimente.

Tori de La Virgen per Antonio Torres in celeste e oro, Leandro Martín “Leandro” in granata e oro e Roman Jimenez in bianco e oro nel giorno della sua alternativa.

I fatti luttuosi accorsi al primo toro (Teniente, 515 kg, golletazo sin puntilla – il toro lasciato crudelmente a dissanguarsi) hanno ridotto drasticamente la corrida, subito interrotta per decisione unilaterale della presidenza. Jimenez è stato dichiarato morto alle ore 17.41, per emorragia causata da lacerazione dell’arteria femorale.

 

  1. IL TORO

Buio.

Stretto.

Clang.

Voce.

Cla-clang.

Aria.

Passi, luce.

Luce, sole.

Boato.
Spazio.

Corsa.

Chiuso, corsa, chiuso, corsa.

Chiuso, fermo.

Movimento.

Dentro, dritto.

Niente.

Boato.

Movimento.

Dentro, dritto.

Niente.

Boato.

Movimento.

Dentro, dritto.

Niente.

Boato.

Fermo.

Passi, zoccoli, odore.

Grosso, dentro, bum.

Male.

Movimento.

Dentro, dritto, niente.

Fermo.

Grosso, dentro, bum.

Male.

Movimento, spazio.

Fermo.

Silenzio.

Movimento.

Dentro, dritto.

Niente.

Boato.

Movimento.

Dentro, dritto.

Niente.

Boato.

Movimento.

Dentro, dritto.

Colpo.

C’è.

Adrenalina, sangue.

Muscoli gonfi.

Collo basso, colpo, c’è.

Collo alto.
Pesante.

Avanti.

Collo basso, libero, via.

Movimento.

Dentro, dritto, niente.

Fermo.

 

  1. IL TORERO

Me ne fotto se non passa a sinistra, no che non è cieco ma guarda che cazzo di apoderado se non passa a sinistra ce lo faccio passare io sono torero, il papà dov’è che non lo vedo  non si vede un cazzo da qua quanta gente c’è il papà dov’è, me ne fotto se non passa a sinistra ce lo faccio passare, taci e guarda come torea quello che ti paga, devo tenerla ferma che l’ultima volta mi è scivolata, cristo come pesa oggi, lascialo lì!, eh toro! vieni eh toro!, muoviti stronzo, gaoneras che cazzo di nome gliele avevo promesse al papà, devo decidere a chi brindarlo, partito, è partito, stai fermo, calmo, cazzo se è veloce, passato, hai visto coglione che passa a sinistra, girati adesso, tienila ferma, dai ancora vieni, cazzo se è grosso, muoviti stronzo, partito, fermo, passato anche  a destra, che coglione che sei hai visto che lo so fare, quanto caldo c’è oggi, te ne faccio anche un’altra così vedi stai zitto e guarda, se non mi suona Nerva gli faccio un culo, passa a destra hai visto passerà ancora a sinistra, dov’è il papà che da qua non si vede un cazzo mi sta guardando gaoneras, adesso fermo, ancora a sinistra, guardami stronzo, eh toro! vieni eh toro!, parti stronzo, partito, veloce, cristo stringe, stringe cazzo, stringe, muoviti, di lato, stringe, cazzo, stringe.

Silenzio, gridano e io non sento un cazzo, silenzio, ma perché non ci sento, è dura la terra fa male mi verrà un livido e la mamma sei un coglione lei non vuole, cazzo sono per terra, sabbia in bocca fa schifo, cristo arriva, rotolare sul fianco, rotolare sul fianco, dove cazzo siete?, cazzo arriva, rotolare per terra, cazzo arriva, per terra su rotolare fianco, copriti la faccia, rotola.

Sospeso cazzo che male sospeso i piedi non sento la terra sotto in alto sospeso i miei piedi sotto niente prendi il corno in mano esce da qua prendilo stacca la gamba dove cazzo siete?, terra, male.

Arteria! questo è Pepe Arteria! è Pepe no è Sanchez cazzo non li riconosco mai subalterni di merda è Pepe Pepe aiutami prendimi, cazzo di alternativa di merda, male, cazzo che male, arteria ha detto, guarda lì dove ti ha preso, quanto sangue tutto il vestito quanto l’ho pagato, terra.

E’ Pepe o Sanchez, Lega la cravatta!, lo portano via quegli stronzi, tu cosa ci fai qua in jeans dov’è il toro?, la cappa datemi la cappa, no non riesco Pepe aiutami non sto in piedi, male vomito, silenzio non sento niente neanche un rumore le voci non le sento.

Male sete tremo merda svenendo che figura di merda, non mi tengo, mamma dove sei, dov’è il toro dove cazzo è il toro figlio di puttana perché proprio a me.

Portatemi via sto male mamma svengo quanto sangue è il mio o del toro è il mio.

Cado tienimi che cado, mamma.

Che cazzo di freddo, non vedo più un cazzo cristo un cazzo, buio rumore freddo.

Cado.

Tienimi.

Mamma, dove sei.

Mamma.

 

Mamma.

 

 

 

 

 

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Luigi Ronda
Luigi Ronda (Piacenza, 1973) è cooperatore, oltre che aficionado. Ad Arles pioveva e César Rincon infilò la spada in Pitillito di Cortés. Cominciò così, nel 2005.

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