Pasodoble

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Laura Cionci, Daria Paladino, Pasodoble, 2014.

Due danzatori, un uomo e una donna, entrano in una scena urbana, un vicolo, una piazza: un teatro fuori dal teatro, un “fuori” svestito dalla formalità delle quinte dove per qualche istante l’immaginario isola dagli schemi d’azione quotidiani e rapisce lo spettatore di passaggio. Ecco che avanzano al passo della cuadrilla: i corpi in tensione, uno accanto all’altro, gli occhi altrove col riflesso dell’indagine sulle proprie forze e su un destino inesprimibile. Si dispongono specularmente, viso a viso, il corpo maschio del torero, il corpo femmina del capote. Il traje de luces è la seconda pelle caduta su quella che inguaina la muscolatura, non ostacolando i pases. La danzatrice ha un abito che aderisce sul ventre e si libera in un’ampia svasatura. Inizia la mimesi delle suertes: l’uomo è dritto, a piedi uniti, apre le braccia, inclina il capo. La donna apre e solleva lo slargo della gonna, si dispone prima davanti, poi lateralmente all’uomo, lascia cadere la stoffa perpendicolarmente al profilo di lui. Scivola via. Il danzatore si inginocchia, alza il braccio destro e con la punta delle dita estende in aria il margine della seta facendola passare da sinistra a destra sopra la testa, poi si mette in piedi, apre ancora il capote davanti a sé scorrendolo fra le mani e facendogli compiere, infine, un giro completo attorno. Lo sguardo fluente dirige l’azione, comanda il gesto che, a seconda del paso, si sviluppa rapidissimo dopo una fase quasi statica che rapprende l’energia e va modulando una plasticità ampia, perfetta. La danzatrice ha un portamento continuo, morbido, magnetico e non ferma il vortice nemmeno quando si poggia sui fianchi dell’uomo. I suoi occhi sono lo specchio della visuale del torero, da cui non si separa mai avvolgendolo per dargli vigore. Questo è il momento in cui viene ponderato il coraggio del toro, il suo temperamento: bisogna osservare il modo in cui dà l’assalto per trovare la strategia vincente nella lotta, non manca molto al tercio de muerte. Il matador ha la danzatrice fra le mani. È solo con la muleta, sulla polvere. Esegue la suerte natural con la mano sinistra, allunga il braccio indietro tracciando un cerchio incompleto con la stoffa. Si ferma. Elabora lo stesso gesto con la mano destra, mira lo sguardo su un punto preciso e attende la carica per porre fine alla vita. La danzatrice crolla sul selciato, l’azione cessa, ma rimane ancora qualcosa sospeso nell’aria: il paradigma del corpo inventa luoghi inesistenti che prendono la forma del ruedo dove vengono perdute le forze, secondo il volere della sorte, oltre la conclusione della partitura. È il sospiro dell’arte.

Suggerimento di ascolto: Tercio de Quites (pasodoble andante, 2/4), partitura di Rafael Talens Pelló, 1951.

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