Muratori, camerieri, tassisti… la dura vita dei toreri proletari

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(ph) Juan Pelegrin
Questo articolo è apparso su Papel/El Mundo. Ringraziamo l’autore e il suo giornale (traduzione di Luigi Ronda)
 

Feria di San Isidro, un mese di tori. Alla fine di una corrida qualsiasi un tassista aspetta per imbarcare passeggeri di fronte alla Porta Grande della Monumental madrilena. Quando parte con il suo cliente, salendo fino a Manuel Becerra per calle Alcalà, un pensiero non se ne va dalla testa: “Cosa penserebbe questo signore se sapesse che io sono matador de toros, che ho toreato proprio qui, nell’arena di Las Ventas”, chiude con una media malinconica. Il tassista è Alberto Lamelas (Cortijos Nuevos, Jaén, 1984). Dopo l’alternativa del maggio del 2009 ha tardato quattro anni a confermarla a Las Ventas. Fino al settembre scorso (l’articolo è dell’ottobre 2016, ndt) era da due anni che non calcava la sabbia di un’arena in Spagna, nonostante invece si fosse vestito di luci in Francia. Perché? “E’ impensabile che le condizioni economiche in Francia siano penalizzanti. Impensabile. Lì sono stato rispettato e per questo è lì che mi sono vestito di luci”. E in Spagna? “Qui le condizioni che mi sono state offerte non erano le più opportune”. Silenzio. Fiesta, macchinoni, intellettuali e belle donne volteggianti attorno ai toreri che passano i giorni nelle loro tenute. Questo è lo stereotipo che ci viene in mente quando pensiamo a un matador. Ma niente di più lontano dalla realtà: sono molti quelli costretti a integrare le entrate con i lavori più disparati. Tra questi ci  sono camerieri, muratori, commessi, chi raccoglie olive. E’ la vita fuori dalle arene per i toreri operai.

Lo stesso Alberto Lamelas capì nel 2011 che la situazione era insostenibile e prese una decisione: “Non si può vivere d’aria e mi sentivo fallito a dipendere quasi al cento per cento dalla mia famiglia, così decisi di fare un salto in avanti e di prendere un taxi, e non mi pento di nulla”. Questo lavoro, assicura, gli offre la libertà di cui necessita: “Non è un’impresa dove devi timbrare le otto ore, non mi toglie un solo secondo della mia dedizione al toro”. Per capire la decisione di Lamelas, facciamo un pò di conti. Nelle piazze di terza categoria, dove i toreri più modesti forgiano le loro brevi stagioni, il salario minimo fissato dal BOE (Bollettino Ufficiale dello Stato) è di 9.944 euro. Una volta portata la stoccata dell’IRPF e dopo il descabello della Seguridad Social, al matador rimangono 7.716 euro. A fronte di spese che, sempre secondo il bollettino, arrivano a 8.153 euro. Come dire che a un matador del gruppo C che incassi il minimo salariale, la cosa più frequente, può costare 437 euro giocarsi la vita in una corrida. Tutto questo in un mondo ideale. Perchè quando Alberto Lamelas afferma che le condizioni che gli sono state offerte non sono “le più opportune”, sta dicendo che alcune arene non gli hanno proposto nemmeno i minimi stabiliti per legge. In altre parole: che vestirsi da torero, aguantar le cariche dell’animale, mettere in gioco i proprio muscoli, sottomettersi ai capricci del pubblico e tenere la propria famiglia sulle spine durante lo svolgimento del festejo sarà stato ancora più caro. Bronca.

Raúl Cámara (Colmenar de Oreja, Madrid, 1990), novillero, associa qualche cifra al fenomeno: “A spanne vive del toro una minima parte di matadores, neanche il 20%… Mi arrischio a dire i primi dieci del gruppo. La gente pensa che noi toreri siamo molto ricchi. Non è così. Quando torei ti propongono, se hai fortuna, il minimo sindacale e con questo non ti rimane niente”. Pase del desprecio: “E se in più c’è la televisione e ti tolgono la commissione, ti costa dei soldi vestirti di luci”. Quando la crisi si è portata via la sua attività di famiglia, Cámara ha cominciato a familiarizzare con parole come inteligencia financiera o network marketing. Qualche anno fa ha dovuto mettersi a lavorare come venditore per una casa di prodotti alimentari. Oggi è socio di due negozi e si dedica alla formazione di altri commerciali che gli porteranno introiti per ogni loro futura commessa. “Questo è qualcosa di provvisorio”, spera. “Nel giro di qualche anno mi genererà buoni incassi e potrò dedicarmi al 100% al mondo del toro”. Stanco delle offerte al ribasso per toreare, Cámara ha deciso per quest’anno di non presentarsi nelle arene. “Il problema è che prima si voleva toreare per diventare ricchi, e oggi c’è da essere ricchi per poter toreare”, denuncia. “Quando un torero va sotto ai minimi, quello che è in gioco è la sopravvivenza della professione. Per questo io non lo faccio e molti dei miei compagni nemmeno”. Nonostante tutto, continua ad allenarsi per sei ore al giorni. “Con il fisico, l’alimentazione e rimanendo concentrato, sei sempre pronto”, dichiara. “Inoltre, visto che oggi ho maggiori risorse, sto toreando nel campo più che quando toreavo nelle arene”. Il toreo al campo è la base della preparazione di ogni matador. Si fa essenzialmente in inverno, però anche questa preparazione hai i suoi costi, soprattutto se non sei figura e gli allevatori non ti invitano. “Un toro nel campo costa ciò che intende chiederti il suo ganadero: tra gli 800 e i 1800 euro, in funzione del prestigio dell’allevamento”, dice Cámara, cosa che aggiunge altri costi alle sue economie già poco prospere.

E’ ciò che ha affrontato Mario Sotos (Hinojosa, Cuenca, 1992), che ha debuttato con un certo successo lo scorso agosto a Las Ventas. Per preparare l’appuntamento chiave della sua vita, ha affrontato quattro animali: “Quattro vacche che mi ha preparato Samuel Flores e due tori che ho ucciso al campo”. Ciascuno di essi gli è costato 1500 euro. Supponendo che toccherà i salari minimi per arene di prima, e sostenute le tasse, quel successo è stato comunque un costo vivo: 550 euro in cambio di giocarsi la vita sul palcoscenico più importante del mondo. Mario ha smesso di studiare a sedici anni. Durante la temporada si dedica solo al toro: “Occorre dedicarvisi ventiquattrore al giorno anima e corpo”. Ma questo non gli permette, neanche lontanamente, di portare qualche soldo a casa. Perciò a stagione finita si cerca un reddito ovunque capiti: “In maneggi per cavalli, nell’edilizia, nel bar di famiglia”.

Anche il matador José Carlos Venegas (Beas de Segura, Jaén, 1988) deve cercare sostentamento fuori dalle arene. “In inverno negli oliveti”, dice. “E se c’è da potare gli olivi, che sia”. Però certo, quando arriva il mese di marzo e tornano le corride, tutto il tempo lo dedica al toro: “Al mattino esco a correre, poi toreo de salón, allenamento e campo”. E al pomeriggio? “Beh, uguale”. Alla fine della giornata sono sette o otto le ore di allenamento per José Carlos. Più che gli atleti rinomati e, a voler cadere nella demagogia, infinitamente più che le star meglio pagate in Champions. Dopo dieci anni “durissimi”, di “cornate senza quasi ricompense”, Venegas ha solo un desiderio: “Che mi mettano un anno con le figuras, in carteles di figuras, con allevamenti per figuras e se dopo questo anno non combino nulla, bene, me ne torno a casa”. Sa che è una speranza impssibile, e pur così non si pone limiti per trionfare: “Non si può mai sapere il giorno in cui la fortuna girerà”. Nel bene e nel male. Porta come esempio Manuel Escribano. L’andaluso circolava nei bassifondi del toreo fino a che, grazie a un trionfo in una sostituzione a Siviglia nel 2013, la sua carriera decollò. Ma in seguito giunse l’altra faccia della medaglia: nel giugno scorso un toro gli lacerò la femorale ad Alicante e dovrà rimanere senza toreare fino al termine della stagione.

“Basta un secondo per perdere non già la professione, ma la vita”, lamenta il tassista Lamelas. “Quest’anno abbiamo vissuto la morte di Victor Barrio ed è qualcosa che la mia generazione non conosceva. Certo, Manolete fu ucciso da un toro, Paquirri fu ucciso da un toro. Ma noi non avevamo mai vissuto una tragedia di queste dimensioni in Spagna”. Nonostante questo, non ha dubbi: “E’ molto peggio stare otto ore seduto nel taxi girando per Madrid che una voltereta da un Miura. La voltereta ha il riconoscimento del pubblico, quell’altra cosa…”

Anche Fernando Cruz (Madrid, 1981), che ha toreato di luci per l’ultima volta il 14 luglio del 2013,  ha nostalgia di applausi. Due anni prima, quando cominciò a capire che la sua professione non era redditizia, Fernando cominciò a cercare lavoretti diversi: imbianchino, massaggiatore, cameriere nell’Hotel Intercontinental fino a fotografo di bimbi seduti sulle ginocchia di Babbo Natale in un famoso centro commerciale. “Oggi ormai la poesia se ne è andata”, dice. “Però continuerò fino all’ultima goccia di benzina, perché dopo 24 anni dedicati alla professione di torero, se smettessi così lo farei con un aroma agrodolce”. In questi giorni sta costruendo con le sue mani, con l’aiuto di un unico muratore e un poco di denaro raccolto in prestito, una placita a Casarrubios del Monte (Toledo) nella quale radunare aficionados practicos ai quali insegnare a maneggiare gli strumenti. “Così continuo a ripassare, parlando di tori e ciò che insegno loro lo applico a me stesso”, si consola. Cruz rimpiange i tempi in cui stava nelle posizioni intermedie dell’escalafón. Se avesse proseguito così per sette o otto anni avrebbe una casa di proprietà e vivrebbe del toro. “Non dico ricco”, insiste il torero, che sopravvisse per miracolo ad una cornata nello stomaco il 15 agosto 2012 a Las Ventas. “Dico vivere dignitosamente raccogliendo i frutti di tutto lo sforzo che ho dedicato a tutto questo”.

Il suo è un mondo molto lontano da quello delle figuras del toreo, che arrivano a incassare fino a 300.000 euro per corrida in arene come Madrid, Siviglia o Bilbao. Loro sì hanno, dopo molto sacrificio e alcune cornate, il riconoscimento che, in teoria, va desintato ai toreri. Ma sono pochi, e tanta disparità irrita Fernando Cruz. “Siamo tutti qui per guadagnare, impresari, allevatori, toreri”, dice. “Ma chi si mette davanti al toro, colui che soffre, che piange, che versa sangue e che costringe la sua famiglia a una vita dura, è il torero, ed è colui che davvero se lo merita”.

Un paio di settimane fa, il 25 settembre, Alberto Lamelas non aspettava fuori dall’arena alla fine della corrida. Per un giorno ha lasciato il taxi ed è arrivato a Las Ventas sul furgoncino, vestito da torero. Il pomeriggio non è andato come sperava. I tori mordevano e Alberto ha combattuto e ucciso la corrida dignitosamente. Due ovazioni. Il lunedì successivo si è rimesso a girare per Madrid con il taxi, ricordando olé e applausi. Raggiungendo Callao attraverso la Gran Via, Alberto Lamelas, matador de toros, pensava che, pur senza tagliare orecchie, per un pomeriggio come quello di domenica ogni cosa merita la pena.

 

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