Le tauromachie di Flavio Costantini

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Flavio Costantini, “Tauromachia”, olio su tela, 1961.

Non conosco molti artisti italiani che abbiano dedicato alla corrida una serie completa di opere. Conosco però abbastanza bene il lavoro di Flavio Costantini, autodidatta, illustratore vigoroso, anarchico schivo e irriducibile. 

Durante un viaggio in Spagna l’artista si appassiona alla corsa di tori e tra il 1959 e il 1962 dipinge una serie di tele a olio preparate da studi e bozzetti a matita, china e pastello. Come si legge nella presentazione del ciclo a cura dell’Archivio Costantini: “L’attenzione è spesso concentrata sull’arena, sul combattimento ravvicinato tra uomo e animale, ma a volte l’artista ritrae la platea che assiste, spesso introducendo tra gli spettatori ritratti di amici e anche di se stesso. Il soggetto della tauromachia, pur in una resa completamente diversa, a tempera e non più a olio, ritornerà a interessare l’artista molto più avanti, all’inizio degli anni Duemila”.

Mario Piazza, in occasione di una mostra a Genova sul gruppo grafico e artistico Firma, che disegnava tessuti, aveva scritto: “Negli olii sulla Corrida (1961) il torero ha un costume importante e molto lavorato, con decori del tutto simili a questi tessuti. Il ciclo sulla corrida si chiude con la disfatta del torero da parte del toro, ribaltamento finale in cui il potere del più forte viene annullato. Potere da un lato, e compiaciuto e inaspettato antagonismo che lo svilisce dall’altro, sono temi palesemente esibiti anche nel ciclo pittorico sugli anarchici e sulle armi”.

Non sono d’accordo. Mi sembra anzi una semplificazione che non tiene conto di altre tele, dove equilibri ben più ambigui vengono messi in scena. Quello che invece leggo nelle tauromachie di Costantini è una lotta tra spazi. I corpi (animali e umani) e la geometria metafisica dell’arena. Come se il punto, quello vero, non fosse l’agone tra poteri forti e poteri deboli, ma tra organico e inorganico, tra movimento e inerzia.

Ancora una volta cioè è troppo facile proiettare nella corrida quello che abbiamo personalmente bisogno di leggere in essa. Ma la corrida, lo mostra la sua evoluzione concettuale e filosofica nei secoli, è un contenitore vuoto pronto all’uso. Fortunatamente ci sono artisti che ci aiutano a pensare di più. Possibilmente più a fondo.

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Río per César Rincón, Sebastián Castella, Miguel Ángel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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