Indulto

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L’indulto concesso al toro di Garcigrande di nome Orgullito, lunedì 16 aprile scorso nella Maestranza di Sevilla, ha riaperto la discussione su uno degli aspetti più particolari, esaltanti e controversi della corrida. La salvezza dell’animale per mano del Juli è la terza accordata a Sevilla nel giro di sette anni. Nella storia della plaza, prima del 2011, nessun toro era uscito vivo. A prescindere dal giudizio che si può esprimere sui tre casi, è certo che essi raccontano esemplarmente un’escalation tipica di questi tempi. Se nelle plazas di seconda e terza categoria, da tempo si cerca il trionfo attraverso la salvezza del toro, quel che capita in una plaza di prima tanto importante come Sevilla, lascia intendere la portata e la forza della tendenza. Simon Casas, impresario dominus dei nostri anni, responsabile ora anche della Plaza di Las Ventas, con le sue dichiarazioni di ieri (“l’indulto è uno degli argomenti della tauromachia del secolo XXI”) apre la porta a possibili facili repliche anche nella Scala della corrida che è Las Ventas, a Madrid, dove, notoriamente, un solo unico strabiliante caso si registrò il 19 luglio del 1982 con la corrida di Belador (un Victorino) e Ortega Cano. Ma si tratta davvero di un bene per la tauromachia del XXI secolo? I pareri sono contraddittori.

Ricordiamo innanzitutto come stanno le cose da un punto di vista del tutto teorico. L’indulto è una forma di salvezza dell’animale che non ha alcun tipo di significato simbolico a priori. Fra i tori da combattimento che l’allevatore sceglie come futuri combattenti nell’arena (eliminando i capi imperfetti o quelli deboli e caratterialmente inadeguati nel mattatoio, dopo il primo anno di vita), alcuni devono conquistarsi il ruolo di semental, ovvero stalloni, tori da monta. L’allevatore sceglie questi capi senza provarli in una corrida (per quanto al chiuso delle porte dell’allevamento) perché “toro toreato toro bruciato”: non si dà in nessun caso più di una corrida nella vita di un animale. Il metodo per l’elezione del semental passa dunque innanzitutto per la genealogia (l’allevatore restringe il cerchio ai capi che abbiano ascendenti gloriosi), poi per l’aspetto, il cosiddetto trapío, nonché il carattere. Quest’ultimo – decisivo – viene messo alla prova con vari espedienti, fra cui la pratica antica dell’ acoso y derribo, ovvero un uomo a cavallo che insegue il toro, lo spinge a cadere sulle zampe pungolandolo sul posteriore con un lungo bastone, per vedere poi quale sia la reazione dell’animale. Ovviamente, sono numerosi i casi di tori dalle straordinarie qualità che finiscono però per vivere la loro vita in vista di una corrida senza essersi guadagnati la patente di semental. In rarissimi casi, un animale del genere, qualora riveli immense doti durante una corrida, può essere salvato per tornare nell’allevamento a riprodursi. Perché ciò avvenga, il toro deve mostrarsi eroico in tutte e tre le fasi della corrida, manifestando la capacità di crescere continuamente, di non fermarsi mai. Solo in casi di questo genere, l’indulto ha un senso. Nell’arena le cose allora vanno così: il pubblico, emozionato, chiede la salvezza del toro. Se torero e allevatore sono d’accordo, spetta infine al Presidente decidere se il toro merita davvero il ruolo di stallone o meno. Un fazzoletto arancione è il simbolo che l’indulto è stato concesso.

Veniamo ai nostri anni. I critici di quella che è stata ribattezzata alla stregua di una malattia infettiva della contemporaneità – l’ indultite – sostengono soprattutto che i tori salvati in quantità sempre più cospicua negli ultimi tempi non hanno mai mostrato forza e capacità al cavallo, ossia nel primo terzo della corrida. Viene premiata la cosiddetta nobleza, ovvero la costanza del toro nel seguire il panno rosso della muleta nell’ultimo terzo della tragedia tauromachica, ossi il momento della faena artistica, quella che prevale ai nostri tempi. Ciò sta rapidamente trasformando il carattere dei tori da lidia. Da combattenti aspri essi appaiono sempre più come torelli collaborativi e docili incapaci ormai di suscitare le emozioni più forti, quelle visibili soprattutto nel tercio de varas. I critici sostengono anche che la mansuetudine degli stessi allevatori (incapaci di dire no a una proposta di indulto) ha a che fare con la commercializzazione della corrida. Nessun allevatore può resistere alla fortunosa fama che gli vale un indulto anche se magari preferirebbe non essere costretto ad accogliere il toro nel suo allevamento. Spesso infatti il toro salvato all’allevatore non piace poiché egli continua a  vedere in esso un carattere imperfetto e tuttavia preferisce partecipare al trionfo piuttosto che far prevalere la coerenza. Da un punto di vista più esegetico e interpretativo, fra i critici prevale l’impressione che l’indulto costituisca una evidente concessione al sentimentalismo animalista che sta trionfando in questi anni. L’idea che il toro possa democraticamente conquistarsi la libertà sembra infatti rappresentare una buona arma di fronte alle accuse degli animalisti. Non è, la corrida, il mondo di crudeltà, tortura e barbarie come le maggioranze ignoranti oggi la dipingono. Al tempo stesso però, spostandosi sul piano argomentativo dell’animalista, è comunque impossibile prevalere. Per quanto numerosi possano essere gli indulti, la morte del toro continua a essere la regola. Accettando dunque la discussione su un piano incongruo, si concede il privilegio di discutere a livello di sentimenti e compassione, laddove la corrida non ha a che fare con l’umanitaresimo ma semmai con l’umanismo, non con la compassione ma con la morale.

Da domani, Uomini e Tori comincerà a pubblicare una serie di articoli sull’indulto. Tema centrale nella discussione contemporanea sulla corrida fra coloro che la corrida vogliono salvarla e sostenerla.

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L’INDULTO DI IDILICO (da Il toro non sbaglia mai, Ponte alle Grazie, 2011)

È stato il giorno in cui ho visto l’uomo e il toro unirsi in una dimensione che non conoscevo, come se il volto dell’uomo e il muso del toro fossero lì lì per fondersi. È stata la sera in cui ho visto gente piangere e abbracciarsi, uomini prendersi per mano e gridare, vecchi mormorare ritornelli simili a preghiere e donne chiudere gli occhi. È stata la notte in cui non si riusciva a parlare e ciascuno di noi avrebbe voluto trovare qualche particolare, qualcosa a cui attaccarsi per rendere eterno il brivido a cui si era assistito allora io e il mio amico Giovanni ce ne andammo per le strade della città, cercavamo di ricordare i movimenti e i passaggi più belli, mimavamo il toro e il torero e ridevamo e continuavamo a parlare e tentare una cronaca impossibile e finimmo a mangiare pesce nella trattoria Can Maño a Barceloneta, la mia preferita, e facemmo la fila, una fila lunghissima lì fuori su Calle del Baluard e intanto bevevamo birra e non smettevamo di cercare particolari, particolari su particolari e non trovavamo nulla veramente da dire, nulla che raggiungesse l’estasi della corrida per cui si potrebbe aspettare una vita. Perché questo ha di particolare l’arte tauromachia, ancora più che il teatro o un concerto: la sua volatilità, il suo essere effimera, destinata a perdersi appena si è compiuta. Eppure questo ha anche di assoluto: quando raggiunge punte di perfezione che sfiorano il sublime, quel momento effimero non si vorrebbe che finisse mai più, non si vorrebbe perderlo mai più e gli esseri umani fanno quel che possono, a tutti i costi, pur di renderlo immortale.

Era il 21 settembre 2008. A Barcellona faceva caldo, c’era un sole forte e di mattina sulla rambla del Poble Nou sfilavano maschere di animali fantastici per la festa del quartiere e noi ce n’eravamo andati a fare il bagno alla spiaggia de la Nova Icària e a mangiare berberechos al vapore davanti al mare. Poi ci eravamo preparati per l’evento. Riposare, innanzitutto, come riposano i toreri prima della loro serata. Vestirsi e andare verso l’arena. La Plaza Monumental di Barcellona è come un’isola sperduta nel centro della città. Intorno, nulla richiama il contesto taurino che si può trovare, in forma esemplare, in Andalusia o, in forma meno esemplare, in qualsiasi altra città dove si celebrino corride durante una feria. A Barcellona tutto è normale e moderno, il traffico scorre e non si sentono odori, non suonano clarini, né gridano venditori di cuscini, né chiamano a comprare urlando dalle loro bancarelle ragazzi che espongono sigarette, sigari, noccioline, leccornie varie. Non c’è atmosfera, insomma, intorno alla bella Plaza Monumental, costruita nel 1914. In fondo, basta farsi un giro nei bar attigui all’arena per capire quel che resta dell’aficiòn catalana. Sono i bar degli appassionati, sì, ma poster e reliquie sono stipati nei piani inferiori, quasi che gli aficionados fossero gente in estinzione, uomini e donne costretti a nascondersi e proteggersi: carbonari, cospiratori. Al piano superiore, quello dei banconi metallici del bar, sono piccoli cinesi a muoversi con destrezza. Sono i cinesi che gestiscono i due bar di fronte alla Monumental, ragazzetti che parlano uno spagnolo impossibile e spillano birre e vendono sigari, e mescolano whisky e cocacola o gin e acqua tonica, gente che di tori e corrida non ha nemmeno una lontanissima idea. Insomma, a Barcellona, per sentire odore di corrida è bene abbandonare la strada e entrare dentro la plaza senza indugio. Quel che facemmo noi, partiti per vedere JT, annoiati dalla corrida del giorno precedente, in cui due star del toreo come El Juli e Miguel Angel Perera avevano potuto poco di fronte a scarsissimi tori Zalduendo. Ma oggi era il giorno. Prendemmo posto e, con l’esperienza della sera precedente, cominciammo a studiare la situazione. Avevamo biglietti dignitosi ma non particolarmente vicini all’arena e sapevamo che c’era la possibilità d’infilarsi sulle brevi scalinate di passaggio e finire praticamente in prima fila, ma dovevamo fare attenzione, confonderci tra la folla e dividerci. È quello che facemmo dopo i primi tre tori, quando in tutte le arene di Spagna, nonostante non esistano pause (se non nella regione di Valencia e Murcia), la gente prende fiato, spesso mangia e beve, e si prepara all’altra metà dello spettacolo.

(…)

“Che toro! Che trapìo, la bellezza, la vedi? Capisci?” Il vecchio aveva detto così di Idilico, dopo due passi soltanto sull’arena ocra illuminata dalle luci artificiali della plaza Monumental di Barcellona. Aveva ripetuto: “Che animale! questo sì che è un toro” e sotto il cielo sempre più scuro io non sapevo se credergli, non sapevo se fosse davvero uno dei pochissimi esperti catalani rimasti e se fosse effettivamente capace di capire subito l’animale quando struscia gli zoccoli per i metri seguenti all’entrata nell’arena. Ma che fosse un bel toro non c’erano dubbi. Idilico. Nato a gennaio del 2004, 550 kg, castano. JT lo lasciò girare per qualche centinaio di metri e lo osservò, poi gli si fece incontro con passo autorevole, nella plaza non volava una mosca. Lasciò che il panno si srotolasse di fronte a sé, lo guardò con un’intensità straziante, poi chiamò “eh, toro, eh” e Idilico con i suoi occhi cerchiati da un marrone più scuro restituì per qualche secondo l’intensità dello sguardo e attaccò. Correva veloce e sembrava quasi snello e leggero nonostante la sua mezza tonnellata e JT lo lasciò scivolare sul suo fianco facendo librare nell’aria la cappa con un movimento lentissimo, il toro seguì l’estremità del panno che si arricciava su se stesso distendendo il collo e cercando con le corna la vita che credeva di vedere nel panno, provò a infilzarla, provò a infilzare l’inganno, prima col corno sinistro poi col destro, quindi il movimento finì e JT distese nuovamente la cappa e chiamò di nuovo il toro. Altri attacchi dell’animale alla cappa che si librava morbida nei polsi del torero, quindi il clarino suonò e i cavalli entrarono e JT fece spostare Idilico verso il centro della pista, lo chiamò a girargli intorno in movimenti complicati e spettacolari in cui la cappa frusciava nell’aria assieme alla cadenza delle zampe dell’animale. Poi, quando il toro fu sul fianco del cavallo, JT si scostò e lasciò che il picador gridasse, sbattesse il piede coperto dalla protezione metallica in un clang acuto e invitasse l’animale all’attacco. Idilico partì, incornò il cavallo sul ventre, sulla coperta imbottita che lo protegge e cercò di sradicarlo dal suolo mentre la picca si infilava sul morillo teso nello sforzo. La folla emise un ululato di sorpresa. Idilico non si distoglieva dall’attacco, ma il picador smise di spingere sulla picca e gli aiutanti di JT, i suoi subalterni, aprirono cappe sul muso dell’animale per distrarlo e spingerlo lontano dal cavallo. Di nuovo JT lo chiamò, se lo fece girare intorno e lo spinse a tornare sul fianco del cavallo e di nuovo Idilico attaccò senza un attimo di attesa, subì il ferro sul muscolo e tentò di sbattere lontano il cavallo. Dunque il presidente chiamò il cambio e i banderilleros di JT entrarono in pista, alzarono le banderillas, chiamarono Idilico e volteggiarono davanti alle corna dell’animale mentre JT osservava poggiato alla barrera, bevendo acqua dal cerimoniale bicchiere d’argento, chiuso in una dimensione impenetrabile, preda di una specie di malinconia estatica. Quando il presidente chiamò nuovamente il cambio, un silenzio spettrale s’impossessò della Monumental. JT strinse la montera, il classico cappello nero da torero e si avviò sulla sabbia dell’arena, voltò sulla sua destra mentre Idilico era distratto da un subalterno che lo attirava a sé lasciando sventolare una cappa dal burladero opposto. Camminava a testa bassa, JT, e quando fu sotto agli spalti, si spinse verso il pubblico, tese il copricapo verso gli spalti e fece un gesto con il capo riccioluto, i capelli che cominciavano a diventare bianchi, gli occhi lontani. Un ragazzo vestito di scuro e dai capelli lisci e lunghi e fluenti si alzò dalle prime file in segno di gratitudine e JT allungò la montera verso di lui e mormorò le parole del brindisi. Una donna accanto a me spiegò che si trattava di Vicente Amigo, musicista di flamenco che aveva appena composto un pasodoble dedicato a JT. Era il rituale brindisi con cui il torero dedica il toro che ucciderà o al pubblico dal centro della pista, come nella gran parte dei casi, o a un amico o personaggio pubblico, come quella sera. Il silenzio fu assoluto e la faena cominciò.

Tra le molte caratteristiche proprie soltanto di questo straordinario torero, una lascia molti amanti dei tori allibiti. JT non vuole che siano presenti televisioni nell’arena. Non vuole che le sue corride siano trasmesse in diretta. Le ragioni sono molte e hanno origine in una guerra senza quartiere che JT scatenò contro gli impresari delle plazas, negli anni ’90. Ha a che fare con l’avidità di questa categoria molto poco apprezzata e potentissima, capace di spargere veleno sui toreri che si sono ribellati, come JT messo alla gogna per anni, ricoperto di fango dalla stampa in combutta con la categoria dei potenti. Oggi, dopo una sorta di pacificazione del conflitto, vista l’innegabile superiorità di JT, la questione resta ideale: la corrida per alcuni interpreti deve rimanere quel rito sacrificale non spettacolarizzato e non standardizzato nel vuoto globale degli schermi. Si deve essere presenti, insomma, all’evento. Che sia giusto o meno, io so che di quella sera non resta altro che l’emozione assoluta e che le decine di video che girano per la rete globale non possono nulla. Gli amatori possiedono innumerevoli telecamere, ormai, e anche un ragazzino sa come inserire un video su internet. E dunque di questa tarde storica, di questa faena interminabile, potrete vedere quel che credete. È istruttivo, sicuramente. Potete seguire gli attacchi infiniti di Idilico alla muleta di JT e ascoltare commentatori e grida estatiche. Ma nulla sarà mai come quella sera a Barcellona, lì nella Monumental, negli oh di meraviglia, gli olé compatti, la muleta che chiamava Idilico e il toro che seguiva l’inganno e continuava a attaccare senza tregua, girando intorno all’uomo, seguendolo ovunque nell’arena, in mille movimenti rotondi. Nulla sarà come l’odore dell’animale, e il bisbiglio esaltato del vecchio esperto e gli ‘eh eh, toro’ striduli di JT e il suo volto, il suo volto che alla fine si era trasformato. Era il volto non di un uomo ma di un toro, un toro umano che è diventato fratello dell’enorme toro che si appresta a uccidere, un toro selvaggio pieno di voglia di giocare e lottare. Fra Idilico e Jose Tomas si formò quella sera qualcosa che non avevo mai visto. Uomo e animale un’unica cosa. Quel che ci fa capire perfettamente che il mito del Minotauro non nasce da qualche strano sogno o incubo di uomini arcaici, ma è vero come è vero tutto quel che crea l’uomo. JT era il Minotauro, quella sera, e si unì a Idilico in una dimensione che non si può raccontare.

D’altronde è forse questo il duende. Quello spirito trasfiguratore che è tipico di Spagna. Una specie di forza misteriosa e sotterranea che attraversa i fenomeni più diversi e li riempie di un’arte quasi sovrannaturale. Quel qualcosa per cui in Spagna potrete sentir dire “Dio, quest’uomo ha duende” “Che duende questa cantante, che duende!”. Cosa sia il duende è difficilissimo spiegarlo e forse è anche inutile dopo che uno dei più grandi poeti di Spagna, un uomo che amava i tori e i toreri, ha dedicato alla questione uno scritto che parla del duende ma al tempo stesso ne è permeato, è uno scritto pieno di duende. Scrive Garcìa Lorca che “per cercare il duende non c’è mappa né esercizio. Si sa solo che brucia il sangue come un tropico di vetri, che estenua, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che si appoggia al dolore umano inconsolabile”, perché il duende risiede in “suoni neri” e “quei suoni neri sono il mistero, sono le radici che sprofondano nel limo che tutti conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da cui ci giunge quanto è sostanziale nell’arte”. Il duende non è Angelo, né Musa, perché “questi vengono da fuori e il duende invece è dentro; l’Angelo dà luce e la Musa dà forme. (…) Il duende, al contrario, bisogna risvegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”. Non a caso esso ha a che fare con la morte, e una delle sue manifestazioni perfette, oltre la poesia e il canto, è la corrida tanto che in questa talvolta è così intenso che non si può non vedere e non sentire. “Ma è impossibile che si ripeta. Il duende non si ripete, come non si ripetono le forme del mare in burrasca. Nella corrida esso acquista i suoi accenti più impressionanti perché deve lottare, per un verso, con la morte, che può distruggerlo, e, per l’altro verso, con la geometria, con la misura, con la base fondamentale della festa. Il toro ha la sua orbita, il torero anche, e tra orbita e orbita c’è un punto di pericolo, dove sta il vertice del terribile gioco”. Era il punto in cui José Tomàs e Idilico si unirono in un solo animale e il duende si espanse nella Plaza Monumental e da lì sui tetti di Barcellona eppoi sul mare intorno e sulle montagne, propagandosi in un movimento destinato a non ripetersi mai più, in nessun video registrato del mondo intero.

Quel che poi successe dopo che il toro e l’uomo si unirono, quello è semplice storia. I fazzoletti che si muovono sulle teste del pubblico, la gente che grida “indulto, indulto, indulto”, JT che si ferma dopo l’ennesima manovra assieme all’animale e osserva la tribuna della presidenza, prende la spada e la mostra al presidente e chiede se possa risparmiare la vita al toro, il presidente che estrae il fazzoletto arancione, segno che l’indulto è accordato, le grida di giubilo della folla e JT che si avvicina all’animale e lo chiama ancora, lo invita ancora a giocargli attorno, mentre col corpo si sposta su un lato, si muove a passetti piccoli e impercettibili, sotto le inesauribili cariche dell’animale, e in breve si sposta verso la porta del toril che viene aperta, chiama ancora l’animale, l’animale attacca un’ultima volta e dopo l’ennesimo attacco all’inganno si trova di fronte alla porta aperta, un colpo di reni e l’entrata nelle stalle è cosa fatta. Idilico è fuori. Si è conquistato la salvezza. La gente ride, piange e si abbraccia. JT in trionfo. E noi che ce ne andammo in giro tutta la notte e cercavamo di raccontare quel che avevamo visto e bevemmo tanto e passeggiammo per le stradine di Gracia a notte fonda e ci muovevamo mimando i passaggi del torero e se fosse stato per noi saremmo entrati di nuovo nella plaza come in un sogno infinito.

 

1 COMMENTO

  1. Ottimo articolo! Non si puo battere l’ animalismo fuorviante della nostra epoca, con il sentimentalismo dell indulto. Le parole di Simon Casas suonano come campane a morto. Ricordiamoci che quando l’ indultite contagio’ Barcelona, segui’ l’ abolizione… Nel resto della Spagna, dove azioni cosi acute non sono probabili, la via mi sembra segnata: triumfalismo, indultite, corride incruente, disinteresse, abolizione… Peccato.

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