In Colombia: Cartagena

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La prima volta che passo sotto alla Torre del Reloj, sono le due in punto, fa un caldo infernale, e tutto quel che ho in mente da quando sogno di arrivare qui, si mescola in una idea quasi nebulosa, spappolata dall’umidità e dalla realtà. Ci sono dentro Gabriel García Márquez, certo, innanzitutto lui, le sue parole al padre e le parole del padre a lui, quando si convinse di poter essere solo scrittore. Ma ci sono anche pirati, filibustieri, bucanieri e tutti i tipi che ho immaginato fin da bambino, quando seguivo i contorni delle coste sulle cartine e non sapevo per chi parteggiare, ma bastava che ci fossero la lealtà e l’onestà di un’idea romantica per sedurmi senza scampo. E ci sono mille altre cose: l’estetica coloniale, i colori, i bastioni sul mare, e anche quell’aria che non puoi conoscerla se non la provi: l’umidità che ti fa sudare anche se sei fermo. Eppure cammino. E mentre mi inoltro fra i primi vicoli, con la marea di questuanti che ti chiedono, ti chiamano, propongono, esaltano e promettono, be’, mentre la bellezza di Cartagena mi schianta, quel che esce dall’immagine ormai melmosa, zuppa di sudore e fango, in cui si sono confuse le mie aspettative di una vita, quel che ne esce è un’idea sorprendente, destinata a non lasciarmi più. Qui infatti non è Cartagena. Qui è Disneyland.

Hotel e boutique, hotel e boutique, hotel e boutique eppoi moltissimi boutique hotel perché l’hotel ormai deve essere una boutique sennò che hotel è? Le case coloniali di inarrivabile bellezza, i colori saturi delle mura, i balconi di legno, tutto è bello, lieve, un sogno, un film, e i restauri a regola d’arte hanno prodotto un’estetica così perfetta che infatti è vuota, perché dietro le mura non vive nessuno, c’è solo gente che accoglie o vende, e turisti che vengono accolti e pagano. Sui bastioni che circondano la città difendendola dagli attacchi che arrivavano dal mare e che non sono serviti alla definitiva conquista della gentrificazione omologante, lo iodio dei Caraibi investe i passanti. C’è una lunga fila per entrare al Café del Mar, dove si aspetteranno le sei per iniziare a scrutare il mare violetto e fotografare il tramonto che sarà una nuvola rossa come fuoco. Scendo giù, cerco strade che riescano a portarmi lontano da quella tragedia di uomini in infradito e calzoncini corti che gridano con le birre in mano per chiamare signore vestite di abiti colorati con banane in testa e scattare selfie e selfie e prendere le banane e gridare e divertirsi perché la banana è banana e pagare i selfie con spicci da buttar via e pagare anche i sorrisi di queste signore che è dal mattino che sono lì fra la folla di lavoranti e sono stanche, sicuro, ma non lo faranno vedere mai. Arrivo al Teatro Heredia. Fra poco apriranno i portoni per uno degli eventi dell’Hay Festival e dai taxi e dalle automobili fiammanti scendono uomini e donne eleganti, curati, camicie bianche, vestiti leggeri, sobrietà, understatement, sembrano portare una nuvola di vapore fresco. E mentre si mettono in fila anche loro, sorridenti scambiandosi saluti, una banda di altri questuanti si affianca alla fila a proporre biglietti d’ingresso scontati. È il bagarinaggio di quelli che chiamano “ultimi” non perché saranno i primi. Del resto, lì dentro, si parlerà di disuguaglianze.

Accanto al Teatro, nel chiostro de la Merced, sono deposte le ceneri di Gabo. Il custode mi lascia entrare. Tutto attorno al patio, una serie di placche racconta la storia di questo scrittore inarrivabile, la storia della gestazione di quel miracolo che è Cent’anni di solitudine e i sacrifici e le fughe e i ritorni. Poco più in là sul mare l’ultima sua residenza. C’è un custode che annaffia e sorridendo mi dice che i signori Márquez, gli eredi, abitano ancora lì, certo, epperò no, la casa non si può visitare. Ringrazio. “Con gusto seňor, con mucho gusto”. Dietro l’angolo c’è un’altra fila ancora, ai tavoli della chevicería più famosa in città, perché anche qui è tutta una rivendita che termina in “-ria” e l’impronta globale è così potente che uno vorrebbe chiudere gli occhi per affidarsi soltanto all’olfatto. Per qualche minuto lo faccio. Poi prendo strade a casaccio, mi lascio portare, e mentre il sole inizia a calare, in una via dal nome bellissimo – calle del Sargento Mayor – vedo, attraverso le grate di una finestra, quel che non mi sarei mai più aspettato. C’è una famiglia davanti alla tv, con i ventilatori accesi, le pareti della casa piene di libri, ninnoli, fotografie, tappezzeria consunta. Non si accorgono di me, lì impalato, e io vorrei chiamarli, vorrei entrare, vorrei sapere come fanno a resistere, se intorno non c’è più nessuno, nessun amico, nessuno più a cui dire buongiorno quando si esce per comprare il pane, ma vado dritto. Ho già fame, vorrei mangiare qualcosa, ma non lì, dio mio, non lì. Allora torno a passare sotto alla torre del Reloy, attraverso il Parco del Centenario. Gli animali esotici che hanno preso domicilio fra gli alberi (lì sotto ora si aggirano ragazze che invitano a passare memorabili serate) dormono o forse finalmente sono tranquilli e l’iguana non vede bambini che la indicano e il bradipo può muoversi nella sua lentezza esasperante senza che sotto ci siano decine di telefoni a riprenderne il movimento inquietante.


Entro a Getsemanì. C’è ancora un po’ di verità. Gli hotel che stanno aprendo sono disposti sulle vie che si allontanano dalla chiesa della Trinidad e c’è gente che suona e canta davanti alle statue che ricordano l’indipendenza e la libertà. La libertà. Quale libertà? In città, nella piazza del palazzo dell’Inquisizione, dove i lustrascarpe fanno il loro lavoro con meticolosa attenzione, mi ero seduto nel pomeriggio e avevo chiesto come andavano le cose a un rivenditore di gelato (tutti questi rivenditori di gelato che suonano campanelli per le strade, che suonano ininterrottamente campanelli di bicicletta e nessuno che compri gelati, nessuno che compri gelati se non i locali e non capisco perché). Il tipo mi aveva guardato stupito. Poi aveva detto in una specie di cantilena “Molto bene, seňor. Finché c’è la salute c’è tutto”. E quindi me n’ero stato zitto. Avevo suonato alla Fundación Gabo de Periodismo e era chiuso. Avevo cercato qualcuno dell’Hay Festival per parlare dei bagarini che affollano gli ingressi degli eventi, ma era un turbine di impegni per tutti e insomma io risposte non ne avevo. E come sempre avevo solo domande, perché i dintorni di Cartagena li avevo visti solo in macchina e davvero no, non si può scendere, è pericoloso – così mi avevano detto – perché i dintorni sono una baraccopoli immensa, un intrico di lamiere sconcertante, un traffico insensato che per fare la manciata di chilometri fra il Terminal dei Bus e il centro ci vuole più di un’ora. Eppoi fuori dal centro semmai solo a Bocagrande o a Castillo Grande si può andare. Ossia fra i miliardari. E allora come è diventata Cartagena? Che cos’è Cartagena? È un sogno, un’illusione, una proiezione Disney, una città dipinta, colorata, bellissima, ma da vedere e non toccare perché se la tocchi è come uno schermo in cui non c’è neppure lo schermo, è come una proiezione aerea, un ologramma, una fantasia di bellezza che ti uccide perché l’hai sognata talmente tanto che scoprirla più vuota di un sogno è devastante e allora cos’è la libertà? Che cosa si deve fare per essere liberi?

Mi allontano anche dalla chiesa della Santissima Trinidad. Attraverso una via coperta da ombrelli, mi districo da mille bar dove suona una musica assassina che potresti morirne. E arrivo agli ultimi bastioni, quelli per nulla turistici dove ragazzi portano cani al guinzaglio e coppiette si abbracciano guardando oltre il mare il Castello di San Felipe de Barajas. Me ne resto un po’ lì a pensare all’Avana. “Petro porterà la Colombia a fare la fine del Venezuela” mi ha detto un proprietario terriero pochi giorni fa e io ho chiesto invece di Cuba, se invece Cuba… “Cuba non ci pensiamo nemmeno. La libertà è tutto per gli esseri umani. Hai visto come si buttavano in mare pur di lasciare l’isola?” E così Petro non sarà Maduro ma quasi. “Figuriamoci” mi ha detto, invece, un vecchio “Per la prima volta la sinistra va al governo. Figuriamoci se non dicono a destra che porterà allo sfacelo. Ma quale sfacelo più di quel che ha già dovuto vivere la Colombia? Dategli tempo a Petro. Poi lo giudicherete”. Via, via, via da tutte queste contraddizioni. Ho cercato un po’ di silenzio. Mi sono infilato in un’altra via dal nome miracoloso eppoi il miracolo si è compiuto. E voi potrete pensare che sia perché amo i tori e quindi me lo invento. E in parte sì, avete ragione. È accaduto perché amo i tori, ma non me lo sono inventato affatto. E insomma le cose sono andate così: camminavo in un silenzio e una solitudine normali finalmente. E all’ingresso del numero 29-32 di Calle del Espiritu Santu è apparso un muso di toro. Un muso scheletrito, rinsecchito, non imbalsamato come sono abituato a vederne. Mi sono fermato a contemplarlo. Una donna è uscita. Mi ha raccontato la storia. Era suo padre che lo mise lì. La casa è loro da molti anni. Vuoi entrare? Sì. Sono entrato. C’era la nonna che mangiava accanto alla porta aperta sull’ingresso della sua stanza. Nel patio due ragazze si facevano i capelli. In un angolo il fratello si è avvicinato. Mi ha indicato: italiano eh! Ha battuto il cinque. Siediti – ha detto la signora. E io sono rinato.

(3 – continua)

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Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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