Il sole e il toro

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Ho letto in questi giorni Il toro. Una storia culturale (Ponte alle Grazie, pp. 160, euro 20), libro con cui Michel Pastoureau ci immerge in un veloce viaggio storico, raccontando i passaggi decisivi con cui l’animale totemico ha segnato la nostra storia culturale. Si tratta di un volume che l’aficionado deve possedere, nonostante il capitolo conclusivo del libro sia dedicato alla corrida nei toni sdegnosi tipici del nostro tempo. Le immagini che testimoniano della presenza millenaria di questo animale divino ripagano già del prezzo. Ma paradossalmente sono proprio le mancanze di Pastoureau ad aprire una strada, una nuova strada ancora, per chi creda che il Minotauro perfettamente rappresentato dalla danza di uomo e toro nell’arena sia il senso sommo dell’eterno gioco con cui l’essere umano dotato di logos si getta alla rincorsa dell’essere animale privo di logos attraverso l’animale totemico per eccellenza che è il discendente più vicino al bos taurus primigenius.

Molte sono le suggestioni che ogni appassionato troverà leggendo questo libro. Spesso infatti sono proprio i lavori essenzialmente compilativi, magari lontani dal nostro orizzonte, e per nulla proiettati nella discussione e nell’analisi seria e severa, a stimolare qualche nuova riflessione, ad aprire una porta, a guardare altrove, dove magari non eravamo abituati a cercare un senso. Nella fattispecie, sarà chiaro a qualsiasi lettore che la carenza principale di questo volume – una carenza probabilmente voluta dallo stesso autore – sta nel rifiuto di cercare il filo rosso che lega il culto preistorico del toro a quello antico, a quello medievale, a quello rinascimentale, moderno e infine contemporaneo, insomma ciò che nella storia tiene unite vicende che risalgono a trentamila anni prima della nascita di Cristo, come le pitture taurine delle grotte di Chauvet fino alle forme di culto laico tipiche delle tauromachie dei nostri giorni.

Poiché Pastoureau è antitaurino a prescindere (una forma di disgusto verso la corrida che sembra affondare in una estrema mancanza conoscitiva, quella che si forma attraverso l’esperienza, anche vissuta attraverso il pregiudizio), ciò che anima le sue pagine conclusive è il desiderio di allontanare completamente la corrida da qualsiasi altra forma di giochi e riti taurini prima esistenti. Pastoureau arriva a mettere in dubbio il contatto culturale – piuttosto evidente – fra la corrida a piedi del XVIII secolo con le corse dei tori tipiche della nobiltà spagnola del XVI e XVII secolo. Figurarsi relazioni su cui non può esistere se non il volo del pensiero, il brillio dell’ipotesi, la felicità dell’esegesi. Ecco allora il passo del libro che ha chiamato me, personalmente, a una prima riflessione con cui mai prima avevo iniziato a fare seriamente i conti.

“In particolare il culto di Mitra le (scil. alla corrida) è completamente estraneo, contrariamente a un’opinione avanzata da molti eruditi e poeti (…) Bisogna dirlo e ripeterlo: non soltanto il mitraismo, originario dell’Asia, è penetrato poco nella penisola iberica, ma non è affatto un culto del toro: è una religione misterica, che ha per divinità il sole; l’animale in sé non è un dio o un semidio, ma un semplice oggetto sacrificale”.

Non discuto qui la foga apodittica e la brevità assertiva di Pastoureau (si commenta da solo il finale: “lasciamo da parte simili idiozie!” che generalmente uno studioso di calibro cerca di non pronunciare mai, neppure di fronte alle teorie anche molto superficiali dei compagni di Accademia). Non posso neppure approfondire il discorso su Mitra, un rito che mi ha sempre affascinato e di cui tuttavia so troppo poco per poter dire qualcosa di sensato, ora. E tuttavia proprio quel rito vorrò approfondire perché c’è qualcosa che non torna nelle parole di Pastoureau, qualcosa di eccessivamente drastico, nel momento in cui si ripete che certo il sole e il toro non hanno nulla a che vedere.

Ma come è possibile non sentire nei culti che da sempre vedono nel toro l’esplosione della fecondità, della forza vitale e dell’animalità superiore una relazione del tutto particolare con il sole? Il sole racchiuso fra le corna di Zeus che seduce Europa, il sole che brilla nelle corna d’oro del toro di Micene, il sole che splende sui giochi tauromachici dipinti a Cnosso, il sole della prosperità, della rinascita cerimoniale, del sacrificio che vince la morte per tornare alla vita, il sole della festa romana che ha lasciato il posto al Natale, ossia il sole che torna a salire, a crescere, il sol invictus, certo il sole di Mitra e del suo toro. Sono rimandi casuali che lascio sgorgare a casaccio dall’immaginazione mentre scrivo. E tuttavia è ciò che sentivo mentre finivo di leggere questo libro e un sole caldo, il sole del famoso Ottobre romano mi scaldava e io percepivo chiaramente quel che noi amanti dei tori sappiamo tutti aldilà di ogni consapevolezza e ogni studio, qualcosa che ci unisce a prescindere dalle preferenze, dall’età, dalla provenienza geografica, antropologica, politica e via dicendo. Il sole.

Diceva Belmonte: “casca la castagna, la stagione dei tori è finita”. L’autunno si prende le ultime feste e l’inverno accoglie ogni appassionato in una specie di attesa in cui si riservano le energie per prepararsi alla rinascita. Poi passa il Natale, appunto, e la prima domenica in cui il sole scalda il mattino, sentiamo tutti nelle narici l’odore della sabbia dell’arena calpestata dal toro che è un dio a prescindere da ogni religione e ci passa accanto inondandoci di odori testosteronici. Sappiamo tutti che quel sole tiepido ma improvviso e sempre inatteso ci regala l’emozione migliore. Quella dell’attesa – essa stessa scandalosa – di una sorta di eternità, l’eternità destinata a noi animali mortali che vogliamo unirci all’animale paradigma di animalità e che non aspettiamo altro se non la plaza dove questo rito senza tempo – pieno di sconcerto e  meraviglia – ci porterà ancora una volta a provare i brividi della vitalità. El sol es el mejor torero. A volte non serve dire altro.

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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