Gloria nella domenica delle Palme

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La scorsa domenica a Las Ventas, la grandezza della tauromachia ha brillato nella sua essenza profonda, fatta di tragedia, sconfitta, illusione, riscatto, sogno. Solo durante una corrida l’arte può contenere tanta potenza di verità. Ce lo raccontano due aficionados italiani d’eccezione volati a Madrid per riempire con gli altri ventimila spettatori gli spalti della Cattedrale del Toreo.

di Angelo D’Ambra e Stefano Milani

Eravamo a Madrid, il Domingo de Ramos, per assistere a una corrida che si preannunciava storica. Emilio de Justo, tra i trionfatori dell’ultima temporada, avrebbe affrontato da solo sei tori di diversi allevamenti per inseguire la sua quarta Puerta Grande a Las Ventas. L’extremeño è assurto da poco tra gli dei del toreo, conquistandosi un posto di tutto rispetto nell’escalafón, l’improbabile e discussa classifica dei toreri. Dopo una lunga e valorosa carriera nelle plazas di seconda e terza categoria, gli si sono aperte le porte dei templi e l’encerrona a Madrid era la sua consacrazione.

Le gradinate al paseillo tracimavano della trepidazione di ventimila persone e lui, calmo e ieratico, ha attraversato il ruedocome un gladiatore che entra nel Colosseo, come un eroe pronto a combattere per la gloria. Il segno della croce, lo sguardo al cielo, il ruggito del pubblico e ha danzato con Romano, il primo toro, un cárdeno di Pallarés. Una buona serie di veroniche, conclusa con una media, ha fatto scattare il pubblico in piedi. Alla vara, nonostante qualche incertezza della cuadrilla, il toro ha confermato la sua forza e il suo valore. Nella faena Emilio è tornato protagonista. Ha esordito con una successione molto intensa di derechazos, poi ha rallentato il ritmo, toreando più basso e concludendo con una bella serie di naturales. Il frastuono degli olé è risuonato nella plaza in una comunione tra pubblico e torero che sembrava trascinare entrambi verso il trionfo. Nessuno poteva immaginare ciò che stava per accadere.

Pronto alla stoccata della morte, Emilio ha quadrato il toro, si è profilato e ha piazzato un affondo quasi perfetto, ma il toro lo ha colpito in pieno, l’ha fatto volteggiare in aria e cadere sulla testa, ferendolo poi al collo con una cornata. Abbiamo visto il torero sollevarsi e correre verso il burladero, protetto dai capotes dei compagni. Sono passati minuti di sconcerto, e quando Emilio ha provato a sollevarsi, mostrando un equilibrio instabile e consegnandosi ai compagni perché lo conducessero in infermeria, si è fatto largo nel pubblico un sentimento di apprensione. Un’orecchia per lui, consegnata alla sua cuadrilla. Sono scrosciati gli applausi. Ma, di lì a poco, l’annuncio che nessuno avrebbe voluto ascoltare: Emilio non può proseguire. Si saprà poi che la caduta gli ha provocato la frattura di tre vertebre cervicali e il toro l’ha trafitto al collo.

Doveva essere una data indelebile. E’ stato qualcosa di diverso. 

La tauromachia è sacrificio e sofferenza, l’esistenza con tutte le sue difficoltà. Non è calcio, non è fiction. È la vita, quella vera, con la sua dimensione tragica. La tauromachia è verità, non menzogna. Non può ignorare la morte. È passione nel senso più completo. L’incornata può arrivare in un secondo e il torero può essere costretto a fermarsi perché non è il personaggio di un videogioco, non ha altre vite da spendere. Nella plaza strapiena tutti hanno percepito la verità, o una parte di essa, nella forma dello sbigottimento e della contrizione. L’incidente fortunatamente non è stato fatale, ma le lacrime che solcavano il viso dei familiari del torero resteranno per sempre impresse in noi.

Cinque tori dovevano ancora entrare nel ruedo e a torearli è stato Álvaro de La Calle, il sobrasaliente, l’uomo pronto a sostituire i toreri infortunati nelle encerronas e nei mano a mano. Álvaro è un torero nato quarantasette anni fa a Salamanca, che da molto tempo ha perso l’illusione di brillare nel firmamento taurino, ma non la voglia di vestirsi di luci. Vive all’ombra dei suoi colleghi, pronto a sostituirli, anche se non spera mai davvero di essere costretto a farlo, perché questo significherebbe innanzitutto che un suo compagno è stato seriamente colpito.

La sua ultima corrida risale al 2016. Lo scorso marzo, a Olivenza, nell’encerrona di Victorinos che celebrava i suoi venticinque anni di alternativa, Antonio Ferrera gli ha concesso l’onore di toreare un animale che si era rotto un corno e doveva rientrare nelle stalle. Álvaro toreò per quindici minuti, inanellando un paio di geometrie degne di nota. A Madrid, invece, vestito di luci per essere solo una improbabile riserva, si è ritrovato a essere il protagonista della tarde, il suo salvatore, ad avere l’occasione della vita quando meno se lo aspettava e nella forma più insolita: affrontare non uno, né due, ma cinque tori davanti a una plaza piena. L’attendeva un’impresa inaspettata e ardua, e nel vederlo toreare il suo primo toro, ma anche il secondo, è apparsa subito la sua posizione incerta, la sua mancanza di esperienza, la sua inadeguatezza nell’affrontare un toro di Madrid, lui che probabilmente è solito confrontarsi con becerras o novillos. E tuttavia ha toreato con sincerità e impegno, dando tutto ciò di cui era capace. 

Ma è al quarto toro della tarde, un Victoriano del Rio di grande trapío, che Álvaro ha dimostrato di avere un cuore enorme, di saper superare i propri limiti tecnici e la mancanza di esperienza con la passione e la dedizione al toreo. Il pubblico l’ha capito e ha cominciato a sostenerlo con forza, sapendo che quell’uomo stava compiendo qualcosa di eroico, stava lottando contro i suoi limiti e le sue paure, acquisite nei tanti anni in cui i suoi sogni non si sono realizzati. Gli olé sono risuonati nella plaza, olé per quel torero anonimo e minuto, forse anche un po’ sgraziato, che si è conquistato il rispetto e l’ammirazione di un pubblico deluso. Andando al limite delle sue possibilità, per offrire il suo cuore al pubblico, al toro e al toreo, Álvaro ha accolto l’ultimo toro a portagayola, in ginocchio davanti al toril, lasciando una traccia indelebile nella sabbia madrilena. 

“Nessuno ha lasciato il suo posto, Madrid mi ha rispettato”, ha dichiarato Álvaro de la Calle il giorno dopo. L’aficiòn ha approvato il suo gesto, l’ha acclamato, dimostrando, in un giorno così complicato, cosa significa essere taurini.

Uno sconosciuto sobresaliente ha vissuto ciò che sognava all’inizio della sua carriera, toreare in una Las Ventas stracolma, e l’ha vissuto, senza averlo pianificato, perché questo era ciò che gli riservava il destino. Ha dato tutto ciò che aveva, veridad e entrega, rendendo il pubblico partecipe del suo sogno, e è caduto in piedi, con dignità, conquistandosi il rispetto della plaza più esigente del mondo. 

Emilio ed Álvaro hanno dimostrato che gli eroi della tauromachia sono di carne e sangue, di anima e talenti, uomini che si muovono tra gli alti e i bassi della vita, ma sempre con valore, coraggio, onestà. All’uno auguriamo un rapido recupero, all’altro che il sogno non finisca. E infatti il giorno successivo i commenti di aficionados e critica a questa inaspettata corrida del Domingo de Ramos erano concordi su un punto: Álvaro de la Calle merita un posto a San Isidro.

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