Eva Bianchini. Una intervista

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L’intervista che segue è stata condotta tra la fine di giugno e i primi di luglio del 2010 da Maddalena Badalì a Eva Bianchini, novillera italiana. Il testo è stato pubblicato nella tesi di laurea L’altra tauromachia. Uno sguardo di profilo discussa all’Università di Palermo nel 2010 sotto la direzione di Matteo Meschiari.

In passato hai dichiarato che la visione di una fotografia ha innescato in te la passione per la corrida. Che fotografia era? Cosa maggiormente ti ha colpito, al punto di voler intraprendere l’arduo cammino per diventare matador?

Io avevo 14 anni e in una rivista di moda trovai un ampio reportage sulla Spagna, nel quale si rispecchiavano i vari lati culturali e folkloristici di questo paese. C’erano parecchie foto e ovviamente si parlava di monumenti, di flamenco, di abitudini e di corrida. Tra le varie foto ce n’era una che mi attraeva particolarmente. Era una foto di Josè Mari Manzanares nell’arena di Nîmes dando un pase de pecho a un toro enorme.
Io ero contro la corrida, ovviamente come tutti gli italiani e tutti quelli che non ne capiscono niente, ma al contemplare quella immagine capii che c’era qualcosa di straordinario, che andava al di là dei pregiudizi e del giudicare la corrida come uno spettacolo crudele e sadico. Quella foto trasmetteva una forza e una bellezza eccezionali, era un’immagine che non può passare inavvertita a chi ha un minimo di sensibilità.
Da lì in poi cominciai a leggere Hemingway e a cercare sempre più notizie sulla tauromachia, finché tra pagina e pagina, quasi senza rendermene conto, cominciai a sognare di essere matador.

Per inseguire il tuo sogno, all’età di 17 anni sei scappata da casa per raggiungere la Spagna e iniziare il tuo percorso di novillera. Come ti sei sentita nei confronti di ciò che lasciavi alle spalle? Come hai affrontato l’avversione dei tuoi genitori? Hai mai avuto ripensamenti?

È difficile descrivere cosa ho provato nel momento che ho messo il piede sul gradino del treno…descriverei la sensazione come se fossi stata un’attrice che lascia un palcoscenico e il telone e tutta la decorazione cadesse e si sfracellasse al suolo dietro di me; fu una decisione molto difficile, ma la mia vocazione e la mia inquietudine interna mi spingevano insistentemente verso la Spagna, sentivo che non sarei riuscita a vivere in Italia con un sogno così grande dentro di me corrodendomi giorno dopo giorno.
Non ho mai avuto ripensamenti…se tornassi indietro nel tempo rifarei lo stesso cammino, pur sapendo le difficoltà e la sofferenza.
In Italia mi sentivo incompresa, completamente sola, nessuno comprendeva la mia afición…evitavo di parlarne: tutti mi chiamavano assassina, sadica, psicopatica; agli altri non piaceva entrare nella mia stanza piena di poster e foto di tori. I miei genitori mi mandarono per un tempo pure dallo psicologo (ovviamente inutilmente).
Poi, dopo qualche anno, quando ho cominciato a toreare in pubblico, si sono pian piano convinti anche loro che la tauromachia non è poi così crudele, ma è un’arte da ammirare e rispettare.

Una volta giunta in Spagna, ti sei iscritta alla scuola taurina. Ti aspettavi le difficoltà che hai incontrato in seguito?

Nella scuola taurina ci sono stata solo pochi mesi, perché vedevo che non riuscivo a cavare un ragno da un buco: C’erano parecchi alunni e i maestri solo davano spago ai loro favoriti che avevano più esperienza. Allora c’erano anche un paio di altre ragazze.
Ovviamente la presenza di una ragazza italiana gli risultava alquanto strana e non è che mi prendessero troppo in considerazione, ma il mio entusiasmo non cedeva.
Diciamo che la scuola taurina mi è servita per cominciare ad avere i primi contatti con la gente del toro.

Due figure importanti nella la tua vita sono stati il matador Josè Luis Parada, tuo futuro mentore, e il banderillero Antonio Vazquez. Quanto hanno influito sulla tua carriera? In che modo ti hanno seguita e aiutato?

Attraverso l’amicizia con un allevatore cominciai a toreare le mie prime vacche e conobbi Jose Luis Parada e Antonio Vazquez. Mi trasferì a Higuera de la Sierra e incominciai ad allenarmi insieme a loro. Allora Antonio era banderillero di Parada e quindi ogni volta che Josè Luis andava a un tentadero lui lo seguiva, e io dietro a loro.
Fu Antonio che mi insegnò a toreare e le vacche che toreavo dopo Parada erano quelle che mi insegnarono a toreare in pratica.
Rimasi 7 anni a vivere in casa di Antonio, lui divenne banderillero mio quando incominciai a toreare nelle arene e la nostra era una relazione di coppia e professionale allo stesso tempo.

Finché si resta alle novilladas, la norma vuole che per scendere nell’arena si debba pagare: così stabiliscono i manager che gestiscono le “piazze”. Tu hai sempre trovato chi ti finanziasse o hai dovuto pagare di tuo?

Purtroppo da 20 in qua è quasi impossibile diventare matador se non hai un buon mazzo di milioni da spendere in novilladas.
All’inizio, quando si torea ancora senza picadores è più semplice, perché i costi sono minori: lo stato sovvenziona le novilladas de promoción e basta avere un solo banderillero e un mozo de espadas, ma quando si debutta con picadores la cosa cambia; i costi sono alti e lo stato non sovvenziona, e se non si ha un buon manager è praticamente impossibile. Io stetti quattro anni senza picadores e toreai circa 60 novilladas e poi stetti 5 con picadores e ne toreai 7. Al debuttare con picadores il mio apoderado mi mollò, perché non poteva fare fronte alle spese (non era un uomo taurino e non sapeva che costasse tanto fare un torero). Le 7 novilladas che ho toreato me le sono cercate io (non senza difficoltà), ma solo ho dovuto pagare il viaggio e l’hotel in un paio di occasioni, nelle altre mi hanno pagato le spese e la cuadrilla gli impresari della plaza (mi includevano nel cartel per favore di amicizie con allevatori o impresari, ma non perché pagassi). Pagando si torea tutto quello che vuoi, senza pagare rimani in casa. Quando racconto ad alcuni compagni che ho toreato 7 novilladas con picadores senza pagare mi guardano sbalorditi e mi chiedono come ci sia riuscita.

Il 12 luglio 2001 è stato un giorno molto importante: il tuo debutto alla plaza de toros della Maestranza come novillera. Come ricordi quel giorno? Come hai reagito quando dalle tribune è venuta la richiesta di premiarti con un orecchio? E al rifiuto del presidente?

Era un giorno molto speciale, che avevo sempre sognato da quando decisi di diventare torera. Ma, come sempre, la realtà non è mai come nei sogni…o quasi mai.
Per me fu un giorno molto stressante perché i giornalisti cominciarono a venire fin dalla mattina presto. Ricordo che mi fecero vestire tre ore prima per poter fare delle riprese in un programma in diretta; nemmeno nella cappella e nel patio de cuadrillas mi lasciarono in pace, io volevo concentrarmi e stare un po’ da sola ma non ci fu verso… ero come un’attrazione da circo.
Il novillo era il numero 21 della ganadería di San Miguel, l’avevo visto nel sorteo a mezzogiorno…purtroppo non fu un buon novillo.
Ricordo che cominciai la faena piena di grinta e di speranza, incitata dagli olè del pubblico, ma pian piano il novillo cominciò a protestare e a non voler passare. Avevo fatto castelli in aria durante anni pensando a questo giorno…ma ora il mio castello era un novillo impossibile che stava sfracellando il mio sogno davanti a me. Io cercai di tirare fuori tutto quello che aveva di buono, ma mi sentivo impotente davanti a un animale che non vuol collaborare. Cercai di costruire una faena allo stile classico e profondo, per lo meno che la gente si rendesse conto del mio concetto, nonostante il novillo non ne volesse sapere di caricare per bene. Lo uccisi bene e il pubblico mi chiese l’orecchio, ma il presidente, con buon criterio, non me lo concesse. Io avevo dimostrato di avere coraggio, esperienza e voglia di fare le cose per bene, ma per colpa della poca bravura del novillo la faena non risultò di gran valore artistico. Molto spesso non basta avere coraggio e volere; il toreo è cosa di due…il vero protagonista è sempre il toro e se lui dice di no, difficilmente si può creare qualcosa di importante. La Maestranza è la plaza più esigente del mondo a livello artistico ed è giusto che il presidente mantenga quel livello, il fatto di essere donna non c’entrava niente col giudizio del presidente.

Cosa ti aspettavi dopo quella data?

Se le cose fossero andate in un altro modo il 12 luglio forse la mia vita sarebbe cambiata…o forse no. Magari con un paio di orecchie mi si sarebbero aperte le porte di altre arene importanti…ma sono solo supposizioni. Era il giorno più importante della mia vita e mi aspettavo di più.
Comunque, indubbiamente aver toreato alla Maestranza già era un riconoscimento alla mia professionalità.

Se Carlos Crivell, critico di El Mundo a Siviglia, ha sempre sostenuto che il cammino per diventare matador è durissimo per tutti, io direi che è ancora più duro per le donne e per gli stranieri. È per questo che sono rimasta molto affascinata e incuriosita dalla tua storia, ancor più perché si tratta di un caso unico in quanto donna italiana; e il mondo della corrida, lo sappiamo, è ancorato ad una dimensione tutta al maschile. Quali sono state le difficoltà che hai incontrato come donna e che ti hanno costretto ad abbandonare il tuo sogno?

Prima di tutto vorrei puntualizzare un fatto. Io non voglio, come hanno fatto altre, nascondermi nel fatto che siccome siamo donne non ci lasciano toreare. Certo l’essere donna non aiuta, ma ti assicuro che se io fossi stata milionaria sarei diventata matador eccome.
Esiste una miriade di storie di toreri uguale alla mia…e sono uomini…che come me non riescono a toreare perché non hanno manager e non hanno soldi…eppure sono dei buonissimi toreri…spesso e volentieri molto migliori di tanti famosi che toreano nelle migliori ferias…Josè Tomás stesso, Morante o Espartaco stavano per abbandonare e trionfarono all’ultimo tuffo in una plaza importante quasi all’orlo del ritiro…ma tanti altri non hanno quella opportunità. Il mondo della corrida è un mondo molto ingiusto…quanti ragazzi tagliano orecchie e ricevono cornate terribili in piazze portatili e senza infermeria in un qualsiasi paesello sperso nella Spagna profonda e nessuno lo sa eccetto il poco pubblico presente? Si giocano la vita con un traje prestato e consunto, con un capote e una muleta rammendati…rischiano tutto per quattro contadini che li vanno a vedere…e per loro stessi, certo; perché l’essere torero è una vocazione innata, è il sogno più bello che esiste, è una filosofia che ti spinge a stare tra le corna del toro per poterti sentire vivo.
Essere donna non ti aiuta perché, se non hai soldi o raccomandazioni, anche se sei buona è difficile trovare un manager che investa e creda in te. Poi ci sono toreri che non vogliono toreare con le donne e per gli impresari è difficile confezionare il cartel di una corrida con presenza femminile e infine c’è anche da dire che per stare davanti a un toro ci vuole una forza e una resistenza fisica notevoli, cosa che si può ottenere solo a base di tanto, tanto, tanto allenamento…se un uomo si allena due ore, la donna lo deve fare quattro.
Davanti al pubblico invece ci sono i pro e i contro…li spiego brevemente. Il pubblico non è abituato a vedere una donna che torea e quindi va alla plaza con certa diffidenza ma anche tanta curiosità. Tanti si aspettano di vedere qualcosa di ridicolo. Per farla breve: ti scrutano con lente di ingrandimento e se lo fai bene ti regalano le orecchie anche se magari non è stato poi chissà che e quindi i tuoi compagni maschi ti odiano, invece se lo fai male ti gridano di andare a lavare i piatti e quindi i tuoi compagni maschi ti disprezzano. Invece il giudizio verso un torero uomo è giusto, nel senso che gli danno le orecchie che si merita e se non gli va tanto bene non importa…ha avuto una brutta giornata…succede; una donna invece non può avere una brutta giornata, deve continuamente dimostrare che ce la fa in modo eccellente…altrimenti è una donna, non è fatta per stare davanti a un toro ed è meglio che rimanga a casa a cucinare. Per una donna la pressione psicologica è maggiore, perché si ha sempre un certo complesso di inferiorità.

Oggi che ruolo hanno le donne nella corrida?

Le donne torere in proporzione sono sempre in gran minoranza rispetto agli uomini e il loro livello professionale e artistico viene valorizzato di meno.

Enrique Ponce afferma: «le torere hanno la loro importanza, ma non si confrontano mai con gli uomini perché la corrida è un business severo, devi assumerti grandi rischi per farlo bene, ed è una cosa da uomini. Quando hai un cattivo giorno la critica ti seppellisce. È difficile per una donna diventare un matador fuori classe. Non c’è stata nessuna storia a riguardo». Come commenti queste dichiarazioni? E che peso hanno data l’autorevolezza della fonte da cui provengono?

Enrique Ponce è un gran torero e una gran persona e le sue dichiarazioni in parte sono vere. Non è mai esistita una donna “figura del toreo” come una Manolete o una Belmonte o una Josè Tomás, ed è vero che per una donna è molto più difficile a livello fisico…ma tutti sappiamo che non si può generalizzare, che può sempre esistere un’eccezione alla regola. Io credo che quello che manca veramente è che emerga precisamente quella eccezione che faccia storia tanto a livello artistico come di coraggio e personalità che sappia affascinare il pubblico. Il guaio è che ci sono molti fattori in gioco e sono molte le barriere da rompere per poter portare avanti la carriera di torero donna ai livelli alti e quindi al riconoscimento di “figura”. Se non si torea abbastanza e non si torea nelle grandi ferias e nelle corride importanti non si riesce mai a diventare un pilastro importante e dato che confezionare un cartel con la presenza di una donna è più difficile gli impresari non si complicano tanto la vita e ti danno poche opportunità che nella maggior parte dei casi non offrono nessuna garanzia di successo. La maggior parte del pubblico preferisce vedere toreri uomini e gli impresari vendono ciò che il pubblico compra…è come il cane che si morde la coda.

Come hai accolto la notizia che Celeste Carrasco e Gemma Cubero volevano girare un film che raccontasse anche la tua storia?

Gemma e Celeste si misero in contatto con me nel 2001, dopo che io toreassi nella Maestranza. Vennero come tanti altri giornalisti e reporter freelance e mi chiesero se potevo regalargli un po’ del mio tempo. Ho fatto vari reportage di questo tipo tanto per canali spagnoli come stranieri e per me all’inizio era solo un reportage in più. Avevo già avuto una piccola parte in un reportage sulle donne torere per un documentario statunitense, per un altro sulla corrida girato da Francesca Daloya che andò al festival di Torino anni fa, un’altro di 38 minuti solo su di me fatto per la televisione svizzera da Edoardo Gatti, che fu il primo e io praticamente toreavo vacche da pochissimo tempo…e altri che adesso non ricordo con esattezza.
Gemma e Celeste incominciarono a venire anno dopo anno, quando le loro tasche glielo permettevano, e mi seguivano nelle mie imprese…io facevo la mia vita normale e Celeste riprendeva seguendomi come un’ombra, mentre Gemma dirigeva e mi faceva le domande. Normalmente venivano un paio di volte all’anno due o tre giorni e io le accettavo già quasi come fossero della famiglia. Ripresero momenti della mia carriera dal 2001 fino al 2007 e quindi hanno documentato tutta l’evoluzione fino al mio ritiro dalle arene, che credo che sia un documento molto importante perché normalmente non viene pubblicato ma è la realtà.
Credo che hanno ripreso circa 57 ore di me e sicuramente altrettante di Maripaz.

Maripaz Vega è l’altra protagonista del film. È stata un modello da seguire? Quanto la sua storia è paragonabile alla tua?

La storia di Maripaz è giusto ai miei antipodi. Lei, fin da bambina, è stata spinta dalla famiglia perché tanto il padre come i fratelli toreavano e la incitavano e la aiutavano. La prova è che ancora oggi torea insieme a due fratelli. È nata in Spagna e ha vissuto la cultura taurina fin da piccola. Io invece ho avuto tutto e tutti contro e quando sono atterrata alla scuola taurina dicendo che volevo toreare mi guardavano come fossi una extraterrestre. Per me nessuna delle torere donne è mai stata un esempio da seguire, semplicemente perché il loro modo di toreare (di quelle che ho visto) non mi ha emozionato sufficientemente, perché non ho colto nel loro toreo niente di speciale, come mi succede anche con tanti altri toreri volgari che ce ne sono a palate in circolazione. Io ho sempre ammirato toreri come Antonio Ordoñez, Bienvenida, Belmonte, Manolete, Manzanares, Ortega Cano, Cesar Rincón, Paco Camino, Diego Puerta, El Viti, Julio Robles, Roberto Dominguez, Rafael de Paula, Curro Vazquez, Morante de la Puebla…non ho esattamente un preferito, ma da tutti questi prendevo spunti e ispirazione per poi creare il mio proprio stile di toreo con la base dell’esperienza.

A mio avviso, il film non è esclusivamente una semplice “storia dei sessi” ma riguarda anche la ricerca di un sogno quando hai tutto contro. Cosa ha significato per te legarti a questo mondo sicuramente non compreso, addirittura condannato in Italia?

La corrida è un mondo che è difficile da comprendere anche per tanti spagnoli, ma certo, in Italia mi hanno sempre considerato come un’assassina, anche persone molto vicine che appartengono alla mia famiglia. Da sempre ho ricevuto lettere anonime di offesa dove me ne dicevano di tutti i colori, nella maggior parte dei casi mi auguravano pure la morte. Ma la corrida è un mondo affascinante e appassionante. È l’unico spettacolo vero rimasto al mondo ed è l’espressione d’arte più bella ed emozionante che esiste, proprio perchè l’uomo crea bellezza dall’orrore, poesia dalla brutalità, sentimento dal pericolo in un momento effimero che rimane impresso per sempre nel cuore…l’esaltazione della vita attraverso la sublimazione della morte. L’essere umano ha avuto bisogno del toro da secoli e secoli, di disprezzare la morte, e mentre ne avrà bisogno vorrà dire che ci rimane ancora un po’ di coraggio, un po’ di sentimento, un po’ di buon senso. Io me ne innamorai e mi resi conto che era inutile negare una passione così grande, potevo solo seguirla, anche se sapevo che avrei avuto tutto contro a cominciare dagli italiani, che avrei avuto problemi con i miei, che anche in Spagna sarebbe stato difficile…ma la vita è un sogno…se smettiamo di sognare smettiamo di vivere.
Difenderò sempre la corrida, perchè il toreo è cultura e non a caso i grandi artisti di tutte le discipline vi si sono ispirati.

I primi a non capire sono stati i tuoi genitori. Mi ha colpito molto ciò che tuo padre dice nel film: «prima di Eva, ho visto solo una corrida e non mi è piaciuta. Io ero per il toro. Poi ho capito che ciò che le persone vanno a vedere e che pagano per farlo, non è il sangue. La gente nelle arene non ama il sangue, va lì per vedere qualcos’altro, ma non so bene cosa…». A cosa si riferisce esattamente? A cosa corrisponde per te questo “qualcos’altro” che hai cercato di fargli capire?

Quel qualcos’altro è una filosofia, è un sentimento, è amare la vita attraverso la coscienza della morte sempre presente, è superare se stessi, è vincere le proprie paure, è esaltarsi attraverso la carica del toro…il torero è parte del toro e quando muore il toro muore la passione del torero, per questo ne sente il continuo bisogno. Solo attraverso la presenza del toro riesci a tirare fuori quella parte di te alla quale temi ma alla quale devi la tua unicità.

Perché volevi diventare un matador? Perché amavi combattere?

L’idea di diventare matador è maturata poco a poco. All’inizio fu un innamoramento per la tauromachia e poi, man mano che ne sapevo di più, iniziai a coltivare in silenzio il sogno di essere matador. Al principio fu un’idea che rimase a livello subcosciente per un po’, ovviamente io stessa facevo fatica ad accettare un simile desiderio, così stravagante e completamente fuori luogo, se pensiamo che quando mi costruì di nascosto la mia prima muleta (o una cosa che ci assomigliava) avevo 15 anni ed ero in Italia, in più ero donna e allora ancora non avevo mai sentito parlare che ci fossero donne torero. Era l’utopia per eccellenza, ma la vocazione c’era ed era irrinunciabile.
Comunque dal dire al fare c’è di mezzo il mare: una cosa è immaginare di avere un toro davanti e un’altra è avercelo sul serio…dovetti aspettare qualche anno per poter confermare la mia determinazione. Avevo messo foto di tori ovunque nella mia stanzetta, li amavo e perfino li sognavo di notte, ma realmente non ero sicura di potercela fare. Finché, finalmente in Spagna, ebbi l’opportunità di cominciare a toreare vacche nel campo, e allora sì: mi resi conto che il mio sogno, che avevo coltivato gelosamente durante anni, era realizzabile…avevo grazia, sufficiente coraggio e sangue freddo a volontà per poter intraprendere questa difficile professione.
Toreare è una cosa che solo poche persone al mondo sono capaci di fare, e io, a parte l’amore per la Spagna e per la tauromachia, volevo esserne protagonista…ero orgogliosa di avere e di riuscire a fare qualcosa che non si insegna in una scuola, perchè il coraggio e la forza di volontà per superarsi non si possono imparare, e riuscire a stare fermi davanti a un animale di 500 kg mentre sta cercando di incornarti non è cosa da poco. Tutti possono imparare la tecnica, ma pochi sono capaci di metterla in pratica.

Secondo il punto di vista di molti detrattori della corrida, il rapporto che si instaura con il toro durante il combattimento nell’arena si riduce a un semplice binomio: carnefice-vittima. C’è invece qualcosa di molto diverso e di più profondo. Come spiegheresti questo rapporto che si viene a creare tra il matador e il toro durante “l’ora della verità”? Come lo spiegheresti ad esempio ad un italiano animalista?

Ho cercato tante volte di spiegare il rapporto che esiste tra torero e toro. Se la persona a cui lo spieghi è una persona intelligente, con un po’ di sensibilità e aperta di mente riesce a capirlo, ma purtroppo la maggior parte degli animalisti sono persone ottuse, fanatici che si ostinano a rinchiudersi nella loro ignoranza, che predicano e blaterano assurdità senza averne la più pallida idea. Si autodefiniscono difensori degli animali, ma io ho sempre pensato che per difendere un animale prima bisogna conoscerlo; loro non sanno distinguere una vacca da un toro e tanto meno un toro da corrida da un bue…mi sembrano realmente ipocriti; normalmente preferisco evitarli, perchè è fiato sprecato. Quel toro che io uccido ha vissuto 4 o 5 anni in stato brado e prima di morire ha la possibilità di lottare. Ha avuto a sua disposizione le migliori erbe, chilometri e chilometri di pascoli, è diventato forte lottando con i suoi fratelli, l’allevatore gli ha dato i migliori cereali in tempo estivo, è stato “sparassitato” e viene trattato come un atleta, e la sua razza è selezionata per la sua aggressività…in definitiva per morire nell’arena. Non è vero che il toro soffre durante la corrida. Se io dovessi nascere bovino vorrei essere certamente toro de lidia, essere cosciente della mia natura e morire nella plaza, invece che vivere 6 mesi in una gabbia mentre mi rimpinzano di ormoni e di farine animali, per poi sacrificarmi senza nemmeno aver mai potuto correre o aver visto un filo d’erba ed essere ucciso a tradimento senza potermi difendere. A livello morale mi sembra che la morte del toro nell’arena corpo a corpo è molto più dignitosa.

«Il toro è attaccato a me come io lo ero a lui. Eravamo in comunione, ero io stesso diventato toro», dice il matador Belmonte e tu stessa affermi nel film: «il toro è parte di me, è l’animale che ammiro di più, il toro mi fa sognare, ridere, piangere… mi porta via il respiro». Mi sembra chiaro che esiste un legame indissociabile tra te e il toro. Puoi raccontarlo? E affermando ciò, non sembrerebbe paradossale infliggergli la morte nell’arena?

Io amo il toro: lui rappresenta quella parte di me che non riesco a tirar fuori se non in presenza della morte, lui è la mia opera, lui è la mia forza, lui è l’animale per il quale mi alzavo la mattina, mangiavo, respiravo, mi allenavo, mi struggevo…spesso mi infliggeva dolore…spesso mi ha potuto uccidere…a volte mi ha sopraffatto col suo impeto…ma a volte mi ha dato tutto se stesso: la sua bravura, la sua forza, ha lottato con passione e allora l’ho fatto mio e ho avuto la sua vita come un dono divino…un momento unico e indimenticabile nel quale anch’io sono morta insieme a lui e lui si è fatto immortale dentro di me.
Al toro gli si infligge sempre la morte nell’arena perché non si può toreare una seconda volta (ricorderebbe e incornerebbe il torero) e perché tutto ha una fine e il toro muore ai 5 anni nel pieno delle sue facoltà fisiche, a meno che non abbia dimostrato avere qualità straordinarie a livello fisico, di coraggio e una buona carica e allora il pubblico stesso decida di graziarlo ovvero perdonargli la vita, perché possa tornare al campo per essere curato e per poi trasmettere le sue qualità attraverso i geni ai suoi discendenti, vivere in libertà insieme alle vacche e morire di vecchiaia.

Quale è la vita e la morte ideale per un toro?

La vita ideale ce l’ha già e la morte che sia rapida combattendo nell’arena o che sia graziato e muoia nel campo di vecchiaia. In questo caso è come se si verificasse un miracolo: bravura del toro e arte del matador si fondano per vincere la morte!

L’immagine di chiusura di Ella es el matador è sicuramente molto suggestiva. Cosa ti ha spinto a toreare per la tua ultima volta nuda sotto la luce della luna?

Durante la seconda decade del secolo scorso, il giovane Juan Belmonte (che in seguito divenne il padre della tauromachia attuale) voleva attraversare il rio Guadalquivir a nuoto per poter toreare i vitelli e doveva farlo di notte per farsi gioco dei vaccai che controllavano il pascolo e come è logico, amava la luce della luna, come me. Erano altri tempi e poche persone avevano accesso alla ganaderia e la classe bassa, per poter apprendere e allenarsi, doveva farlo di nascosto.
Dopo Juan divenne uno dei toreri più emblematici della storia e diffuse la sua arte per tutte le arene del mondo.
Erano molte le occasioni in cui, si riuniva in un cafè con i suoi amici e ammiratori e raccontava di come nelle notti di luna piena, con altri suoi amici, si spogliava delle sue vesti, attraversava il fiume a nuoto per poter toreare nascosto dall’ombra della notte.
L’ultima volta che toreai decisi di farlo nuda, in quella maniera antica e ancestrale, lontano dalla gente e dalle piazze, senza caricare con responsabilità, senza rumori e senza vestiti brillanti, solo la mia pelle. Quella era l’ultima volta insieme a ciò che amavo. Avevo deciso. E decisi di licenziarmi come quel ragazzo che negli anni venti cominciava nella maniera più intima con la luna come testimone. Volli che quella morte di una parte di me si facesse così naturale come una nascita.
Ci sono tre occasioni nella vita di una persona nelle quali la nudità è imprescindibile: nella nascita, quando amiamo e quando siamo di fronte a noi stessi. Il toreare è tutto questo, è il confrontarsi con se stessi, fare l’amore e tornare a nascere.
Mi tolsi tutto e fui solamente io nell’immensità di una notte di estate. Il battito del mio cuore, la paura e il mio valore erano messi a nudo.
Non c’era alcun tipo di ostacolo fra me e l’animale. Ricordo il suo alito, il calore della sua pelle ogni volta che si avvicinava, la vibrazione del suo galoppo sotto la pianta dei miei piedi e le frange della sua coda che sfioravano i miei fianchi…
La sensazione di toreare non fu mai così pura e così vitale. Consegnata alla mia propria natura, mi fusi con la carica dell’animale, con la terra sotto i miei piedi e la brezza tiepida della notte mente, sentivo la luce della luna come il bacio di una madre protettrice a cui sussurravo i miei sentimenti e sebbene già lei li conoscesse, io avevo bisogno di dirglieli in quel modo per riconoscermi e accettarmi nel più profondo. Avevo bisogno di spogliarmi di qualunque protezione dietro la quale potessi nascondermi ed essere capace di guardarmi con sincerità così come lei mi vedeva in quel momento. La mia nudità non fu solo fisica ma psicologica. Non mi sentì mai così nuda fuori e dentro però sicura e serena in tutto ciò. Appresi che la nudità non è affatto sinonimo di debolezza piuttosto di sicurezza.

Come vivi oggi il fatto di non poter più toreare?

Mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare a livello professionale, perché penso che avevo molto da dare, ma i sogni a volte rimangono interrotti. Al ritirarmi ho avuto una depressione terribile che mi è durata quasi due anni e ho avuto anche dei problemi fisici, non solo psicologici…mi sentivo una fallita e anche il mio corpo non rispondeva più agli stimoli della vita. Tolsi dalla mia vista qualsiasi cosa che mi ricordasse i tori e il passato e fu come perdere l’identità. Poi pian piano l’ho superato e ho cominciato a dipingere. Ma comunque, anche se ho sofferto tanto, se dovessi tornare indietro nel tempo ripercorrerei lo stesso cammino; non mi pento di quel che ho fatto e so che la maggior parte delle persone possono anche aver vissuto 80 anni ma non hanno sentito neanche la metà delle emozioni che ho sentito io in 10.
Adesso mi sento molto più rilassata e sono certa che non riprenderò mai a toreare in modo professionale, ma nessuno mi impedisce di toreare ogni tanto una vacca o di uccidere qualche torello in un festival, sempre e quando sia preparata a livello fisico. Anche se ormai non toreo da quasi 4 anni, i medici mi proibiscono di farlo per colpa di vecchie lesioni vertebrali e ho anche in progetto di metter su famiglia, non scarto la possibilità di tornare a toreare un giorno per pura soddisfazione personale…in pace con me stessa e senza dover dimostrare niente a nessuno…perché aver chiuso col toreo in modo così brusco mi da una certa sensazione di incompletezza…anche se proprio nella notte di luna cercai la pace col mondo, me stessa e la natura, mi è rimasta una sensazione di capitolo non concluso. Tutti dicono che chi nasce torero lo è fino alla morte…forse è vero.

Alla fine del film affermi che devi cercare altrove, perché non puoi più trovare te stessa nella corrida. Dici che continuerai a combattere in un altro modo, affrontando altri tori. Con la pittura, ad esempio. Puoi spiegarlo? Qual è il nesso?

Attraverso la pittura si possono esprimere molte cose. Chissà la parte occulta, la parte scura di me che prima tiravo fuori combattendo col toro, adesso la cerco riflettendola nei tori che dipingo. C’è molto di me stessa nei miei tori, in un certo senso sono quasi io sotto forma di toro e devo combattere col subcosciente per potermi vedere con chiarezza…il binomio luna-toro ha molte connotazioni che riprendono le sensazioni in contraddizione costante che si vivono durante una faena…solo che prima dominava la luce e il sole accecante, adesso domina la luna e le ombre sfumate.
Un torero è come torea e un pittore è ciò che dipinge…e io sono il toro nell’oscurità che rincorre la luna.

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Rio per Cesar Rincon, Sebastian Castella, MigueAngel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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