Eterno Juncal

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Nei giorni scorsi ho rivisto per intero Juncal e l’emozione è stata travolgente.

Per chi non ne sapesse niente si tratta di uno sceneggiato televisivo del 1989 scritto e diretto da Jaime de Armiñán, protagonista un inarrivabile Paco Rabal, affiancato da Búfalo, ossia Rafael Álvarez, anche noto come El Brujo. Aperto da un pasodoble struggente (firmato dai Vainica Doble), sigla che entra nell’anima degli appassionati, lo sceneggiato racconta la storia di un torero che ha dovuto abbandonare l’arena per un grave incidente e che ha passato la vita mantenendo lo spirito glorioso del matador de toros, l’ironia galante del seduttore, lo spirito nobile di chi vive al di là di cose terrene come il denaro anche se di esse manca eppure ha costante bisogno. Un tipo umano classico nella Spagna novecentesca. Un coacervo di splendide contraddizioni. E una ricerca senza fine che gira tutta attorno alla morte, ossia a quello che è il centro della plaza de toros.

Oggi interamente reperibile su YouTube, Juncal è un capolavoro che si conquistò grande successo quando uscì e che rappresenta un documento eccezionale per chi voglia cogliere quello spirito che era tanto comune benché volatile nella Spagna degli anni Ottanta. Sevilla e Córdoba si prendono la scena, assieme agli allevamenti di tori e alle plazas, mentre dialoghi funambolici e indimenticabili ci proiettano in un mondo perduto. Citazioni taurine si nascondono ovunque. Frasi ricorrenti sono entrate nell’immaginario collettivo. E la tragedia su cui si affaccia la commedia evoca una delle più alte vette dell’arte, ossia quando, come diceva Platone alla fine del Simposio, lo stesso autore riesce a comporre commedia e tragedia e dunque rivela di cogliere le più vere e sfuggenti profondità umane e artistiche.

Non so quando vidi Juncal la prima volta. Credo che fosse all’inizio degli anni Duemila. Nel tempo ho cercato scene famose, dialoghi celebri, battute fulminanti. Ma per intero non lo avevo più rivisto fino alla settimana passata. Quando mi sono reso conto che era cambiato tutto nella mia percezione. Non per via delle serie che hanno soppiantato gli sceneggiati, esaltando la serialità come se fosse un carattere da celebrare anziché da sfuggire. Non per la sensibilità estetica profondamente mutata. Ma per il sentimento che dilagava. Perché quando vidi Juncal ne colsi sì la tragedia, però godevo infinitamente della commedia. E la sentivo cosa viva. Adesso invece, fin dalle prime puntate, l’emozione mi ha frastornato. Un senso di malinconia furibonda ha dominato la scena, lasciandomi solo, come se tutto fosse sfuggito per sempre.

Il fatto è che il mondo di Juncal, intendo quel personaggio che Paco Rabal impersona con genialità, non esiste più. È perduto. E non c’è niente da dire o da fare perché non tornerà.

Si chiama nostalgia? Io in effetti credo che la nostalgia sia altro. Ma poco importa come uno la intenda. Ho amato immensamente quella Spagna. E non ho mai creduto nell’inarrestabile progresso che la stava facendo fuori. Non ho mai accettato la violenza della correttezza né dell’animalismo. E la semplicità e la velocità che oggi trionfano non fanno per me.

Il mondo legato a tauromachia e flamenco è complesso, ricco, sfuggente. Non lo si può tagliar via con due parole, che siano di condanna o di apprezzamento folkloristico. Ma questo è quel che accade.

In uno studio minuzioso e pieno di spunti per chi s’impegni a leggerlo da cima a fondo con attenzione, Vicente Royuela, professore di economia all’Università di Barcellona, ha mostrato in numeri la crisi del settore taurino, aggredito culturalmente dalla deriva animalista e economicamente dalla crisi del 2008, nonché dagli aiuti ormai al lumicino dovuti a una visione del mondo che, aldilà dell’animalismo, vede il rito tauromachico come un portato del passato. E questo è il problema che mi ha schiantato l’anima mentre vedevo Juncal.

Poi è arrivato l’epilogo della settima e ultima puntata. Sanno tutti come finisce. Juncal vestito di bianco per l’alternativa di suo figlio, entra nell’arena mentre il suo erede è stato preso dal panico. Il pasodoble dei Vainica Doble suona, la Maestranza esplode, il protagonista va incontro alla morte. Búfalo, il suo unico vero amico, un lustrascarpe dalla memoria e la generosità straripanti è l’ultimo a cui Juncal si rivolge per dirgli semplicemente grazie. E la scena conclusiva è struggente.

Ho pianto come un vitello. Ma mentre piangevo, pensavo alla morte di Don Chisciotte, al suo testamento, e al gioco delle parti necessario all’arte in ogni tempo. Allora ho ripreso fiato.

C’è qualcosa che non può finire mai.

Chi ha amato infinitamente quello spirito trasfiguratore – per dirla con García Lorca – che s’impossessa di Lola Flores e Cristina Hoyos nel patio popolare in cui Búfalo ospita Juncal a San Juan de Aznalfarache, ossia lo stesso spirito che tocca Juncal nella sua arte, dentro e fuori dall’arena, può capirlo.

Capiti pure quel che deve capitare, ma l’arte, quella va oltre le epoche. E se è sempre più difficile capirla per chi, anche dopo due anni di pandemia, continua a rigettare l’idea della morte per appassionarsi a deliranti balletti su Tik Tok, resta il fatto che è l’arte a dare senso all’ultima esperienza decisiva per gli esseri umani dopo la loro nascita.

¿Quién es la maravilla

que arma la marimorena?

Un torero de Sevilla

con sangre murciana en sus venas.

A Dios le rezo y pido

que le acompañe en la arena,

la Virgen de los Peligros

y también la Macarena.

Juncal es un torero

más artista que Belmonte,

más valiente que Espartero,

triunfal con el capote,

genial banderillero.

Juncal es el lucero,

más brillante de la plaza,

más valioso que el dinero,

La sal de nuestra raza,

arrogante y bandolero y muy cabal.

Juncal es un torero

más artista que Belmonte,

más valiente que Espartero.

Juncal es el primero,

Juncal es el primero.

Juncal, el caballero

ante el cual todos los hombres

nos quitamos el sombrero.

Juncal es el torero ¡Olé!

Genial, inmortal ¡y Olé!

¡Olé, Olé tu salero!

No tienes rival ¡y olé!

en la Fiesta Nacional.

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Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

1 COMMENTO

  1. ho avuto la fortuna di vivere o meglio dire crescere nel mondo di Juncal… ho avuto la fortuna di essere un piccolo componente di quell’epoca che considero gli anni d’oro de los toros, ho vissuto dietro le quinte di quello che lo hanno definito erroneamente ‘mundillo’ Era e rimarrà un grande mondo, pieno di ‘figuras’ dentro e fuori da los ruedos. Grandi uomini e tra questi un amico che sicuramente ha ispirato l’autore per il personaggio Juncal. Si incatenò per giorni ai cancelli della Plaza di Valencia per ottenere una opportunità di giocarsi la vita davanti a un toro per entrare nella categoria dei toreri, novillero gli andava stretto. Quanti Juncal dentro e fuori de los ruedos…

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