Dove la plastica è oro

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Piazza Marina, Palermo.

Arte. Cultura. Tradizione. Poche parole suonano più vacue nello sforzo di raccogliere senso e destino della tauromachia. Sono parole come queste che imprigionano la corsa nei rumori di una claque plaudente, nelle righe di un volto segnato di stereotipi e risonanze vuote come la carcassa di un’aragosta. Arte? Ma chi sa veramente parlare d’arte? Cultura. Quella di chi? Tradizione? Per favore. Finiamola con la pastasciutta di nonna. Quando una decina di anni fa ho capito per empatia e intuito di aver visto un torero immenso in un’arena al limite della commissione dell’ortodossia taurina ho capito che avrei frequentato i tori in un modo tutto mio. Credo che non interessi a nessuno questo modo, anche perché non aggiunge spunti di rilievo alla chiacchiera eccitata del mundillo. Una cosa però mi è stata subito chiara, qualcosa che dipendeva da quello sguardo di profilo che viene dall’antropologia, e che consiste nel guardare le culture, anche le più colorate e spumeggianti, con un certo distacco straniato. Da vicino e da lontano, diceva Claude Lévi-Strauss, lo stesso che iniziava Tristi Tropici così: «Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni». Ecco. Io odio la corrida. La odio perché mi sposta di continuo. E dal momento che sono quasi sempre in viaggio, be’, non ne sono affatto contento, perché l’arena moltiplica in me tutti gli aspetti positivi e negativi del viaggio. Non parlo di esposizione, viandanza, esotismo, sradicatezza, nostos, e tutte le altre mirabili scorie dell’autorappresentazione mitica dell’Occidente, da Omero ad Alien. Intendo piuttosto quel senso di estraneità cronica, di falsa equidistanza tra il qui e il là, tra l’io e il tu, che mi lascia indeciso tra passione e indifferenza. Lo so. Non è chiaro. Allora provo a spiegarlo così. Palermo non è la mia città ma lo è da quasi quindici anni perché ci lavoro e un po’ ci vivo. La giro solo a piedi e a volte girando a piedi si vedono cose stranianti. È da anni ad esempio che raccolgo scampoli di immaginario taurino nei mercati più squallidi della città. Cumuli di cianfrusaglie da cui emerge la quintessenza della paccottiglia. Souvenir dalla Spagna torera. Torelli di pelo di vacca infilzati da stuzzicadenti colorati. Poster col tuo nome tipo Tonino Sciacca tra quelli di due maestri del passato. Una montera giocattolo. Un portachiavi. Un arazzo. E ovviamente quadri raccapriccianti di dilettanti che imbrattano tele di nero rosso e giallo sabbia. A volte riproduzioni di opere note. A volte un Picasso strappato da un libro e incorniciato in plastica vecchia dorata. Di fronte a questi oggetti il mio lato snob portatore di raffinato saper taurino storce subito il naso. Ma la mano, incurante di me, scivola sul portafoglio e a volte sì, lo faccio, io compro. Perché? Perché pasteggio a Blauburgunder e cassata siciliana? È qui che voglio arrivare. La corrida è il trash. È l’impuro. È il popolo minuto. Ed è anche Lorca, Vargas Llosa, Leiris. Quando dico che odio la corrida voglio dire che il suo precario, il suo contraddittorio, la sua spocchiosa sublime volgarità mi rovescia dalla torre d’avorio e mi sbatte in faccia chi sono veramente. Non un viaggiatore. Uno spettatore. E se a volte succede qualcosa che in quella torre aerea mi ci fa tornare, tipo una corrida del secolo, un Ponce meno scontato, un toro veramente bravo, niente paura, il cumulo di cianfrusaglie è lì, dietro l’angolo. Che cosa scegliere allora? Come non scegliere? Come aggirare l’indecidibile? Aspettando l’uscita del prossimo cartel. Asciugando il sangue sulla corona di plastica.

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Rio per Cesar Rincon, Sebastian Castella, MigueAngel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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