Corse

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(ph) Christophe Moratello

Buio

Estate 2011. Tafalla, una e un quarto della notte del venerdì 19 agosto o del mattino del sabato 20, non ho mai capito come si debba considerare. Nella piazza del Comune l’orchestra sta suonando Quizas, quizas; una signora verbena niente da dire, uno spettacolo di prim’ordine, e in tanti ballano sul ciotolato della piazza: chi a coppie, chi a gruppi e chi, poveretto, ancora da solo in cerca di una compagna. Va detto che il clima di festa che ha investito la città faciliterà le cose a quel signore, e poco dopo una non più giovanissima donnetta accetterà di accompagnarlo in una rumba che ha un sapore d’altri tempi.
Abiti bianchi, fazzoletti e cinture rosse: sembra di essere in una tavola di un fumetto di Altan, manca solo che esca la Pimpa per completare il quadretto.
L’aria è piacevolmente calda, e beviamo.
Birrette, vino, qualche bicchiere di patxaran adeguatamente rinfrescato da grassi cubetti di ghiaccio. Gente seduta ai tavolini a chiacchierare e ridere, bambini che si rincorrono e si spruzzano alla fontana, le luci del palco, i fiori ai balconi: si sta bene.
La corrida di Prieto de la Cal ha lasciato un sapore amarognolo in bocca, se ne parla davanti al bicchiere di liquore, e intanto la gamba non resiste e ondeggia al ritmo di un cha cha cha.
Serata di festa a Tafalla.
Ma all’una e un quarto la città si ferma: l’orchestra abbrevia velocemente, le giostre interrompono la loro corsa, si spengono le luci dei lampioni, delle case, dei bar.
C’erano i profumi e i colori della festa solo un attimo fa, ora siamo ingabbiati in un buio cupo e rigido.
Ci avviciniamo alle assi che costeggiano il percorso lungo il quale vediamo passare dei poliziotti, mandati a verificare che le strade siano sgombre, e a chiedere a tutti di fare silenzio.
I gendarmi sono gentili ma decisi, non scherzano: fate silenzio per favore.
Fra poco passano i tori.
Le sei bestie che domani mattina correranno l’encierro e che poi nel pomeriggio sfideranno i tre uomini vengono fatte risalire lungo le vie della città fino a raggiungere la corte in cui riposeranno per la notte. L’atmosfera è surreale, magica, per qualche aspetto anche angosciante.
Migliaia di persone in silenzio lungo la via dell’encierrillo, una città ora spenta, l’attesa nervosa.
Ci si sporge, ci si cerca con lo sguardo per darsi conforto, si annusa l’aria: è un momento di primordiale emozione, si aspetta e si patisce la venuta dei cavalieri neri, ci si affaccia sull’abisso della natura bruta e vera, con timore e rispetto.
Poi come in un sogno, annunciati solo da un mormorio frenato e sussurrato della gente, dalla curva là in fondo sbucano.
Sei ombre nere e spettrali galoppano veloci in quel silenzio surreale: sei mostri tetri e vivi avanzano solenni e fendono l’aria, tagliano la città, fermano il tempo.
Il buio li nasconde, il silenzio li protegge , i loro zoccoli sull’asfalto hanno il rumore del tuono, il loro respiro ritma questa cavalcata orrorifica.
Arrivano in fondo, seguono la curva, spariscono in una caverna nera come loro.
Sono entrati, subito le assi del portale vengono serrate e un uomo bianco e rosso, laggiù, alza entrambe le braccia.
Si riaccendono le luci, l’orchestra riprende, i muscoli si rilassano.
Torniamo ai nostri bicchieri.

Alba

Al risveglio lei mi chiede se ho sentito i ragazzi nella camera di fianco: sembra che abbiano deciso di proseguire la festa anche qua nella pensione, tutta notte a fare i cazzoni sbevazzando birra, e ora russano che sembrano un cingolato. Guardo l’orologio, sono le sette del mattino: questa volta sono sicuro, è sabato 20 agosto. No, non mi ricordo dei ragazzi. Non mi ricordo nemmeno di essermi messo a letto: sono passato dallo stato di veglia a quello di sonno comatoso nel giro di un nanosecondo. E’ dura, la festa da queste parti.
Scendiamo per azzannare una tostada e bere un caffé al volo: la luce del giorno è soffice, si vede la campagna oltre il cancello del giardinetto, il ragazzo della pensione si scusa ma è di corsa e ci lascia da soli. Indossa scarpette da running, una punta di tensione adombra il suo sguardo, ci sembra pallido.
Usciamo e l’aria è fresca, punge un pò i volti ancora assonnati. In silenzio, ancora con la testa a letto e per non disturbare chi rimane a dormire nelle case, gruppetti di persone risalgono la via principale.
Ci sistemiamo a metà del percorso, arrampicati sulle tavole di legno di noce che proteggono il circuito: fra venti minuti passa l’encierro.
Prima che i tori travolgano tutto ognuno cerca di scacciare la paura, scaricare l’adrenalina, vincere la tensione: ragazze schizzano di qua e di là emettondo gridolini striduli, qualcuno si scioglie i muscoli, qualcuno chiude gli occhi e respira lentamente, molti si abbracciano, si danno il cinque, si toccano. Tutti si toccano, che strano essere che è l’uomo, così inevitabilmente animale.
Esplode il primo razzo, istintivamente in tanti gridano.
Esplode il secondo, ora sono usciti. Stanno già correndo, di sicuro.
Come risucchiati da una risacca, centinaia di ragazzi vengono attratti verso la curva da cui spunteranno le bestie, sembra di vederli schizzare come chiodi verso un gigantesco magnete.
Poi per una frazione millesimale di secondo tutto si ferma, immobile. E’ tutto fermo.
E infine tutto esplode.
Quegli stessi ragazzi ora arrivano a ondate, sempre più frenetici e disordinati, e la marea dietro sempre più grande, maestosa, distruttrice. E’ lo tsunami.
A spingerla ci sono sei tori, sei bestie spaventose che investono e rovesciano ogni cosa sia a portata delle loro teste: qualcuno li sfida sfiorando con la mano quelle corna terrificanti, qualcuno si getta a terra, qualcuno inciampa, le ragazze gridano.
I tori passano, giganteschi e assoluti: come ogni fiume in piena lasciano dietro di sé solo macerie, qualcuno ha perso una scarpa, un giovane sembra essersi slogato un polso cadendo, tanti sudano. La gente comincia a sudare adesso, a corsa finita, prima non ce n’era il tempo.
Un razzo esplode, ora due.
Sono chiusi dentro l’arena, possiamo riprenderci la città.

Montagna

Mezz’ora di macchina, seguendo la carovana delle altre vetture che subito si incamminano all’esplosione del secondo botto, e arriviamo a Falces. La Navarra ancora sonnecchia, il sole no: comincia a fare caldo sul serio, porcogiuda, adesso picchia. Per inerzia ci accodiamo alla processione di curiosi e autoctoni che si inoltra per le vie del paese, attraversiamo la piazza principale, costeggiamo gli spalti e le barriere di assi, e arriviamo ai piedi di una montagna che si alza in verticale così, all’improvviso, proprio come la cattedrale di Chartres ti appare e ti sovrasta inaspettata alla fine di una viuzza.
Ci sediamo su una collinetta giusto di fronte a quella parete, siamo comodi in mezzo all’erba e con noi altre persone, tanta gente, molte donne. Molte donne, penso, e gli uomini dove sono? Mi giro e guardo meglio l’erta che abbiamo davanti: è solcata da un sentiero irregolare, che la segna come una ruga segna un viso maturo, e attorno a quel sentiero ci sono centinaia di ragazzi e di uomini, migliaia di ragazzi e di uomini. Sono tutti lì, di fronte alle loro donne, aspettano che si facciano le nove. Arriva una banda, si installa alla fine del percorso dove la discesa finisce e si sta finalmente in piano, e attacca un paio di marcette: siamo in Spagna, la festa precede ed esorcizza la paura, la festa dà un senso alla morte.
Sulla cresta più alta si stagliano in controluce i profili dei più arditi, là in piedi a fare da vedetta; qualche famiglia trova posto sulla costa a fianco del percorso, gli adolescenti vogliono avvicinarsi al sentiero, le mamme li riprendono, li agguantano, li tengono in alto.
Sparano la bomba, e la montagna comincia a tremare. Le persone là in cima ondeggiano, sta succedendo qualcosa, poi il serpentone che riempie la mulettiera si scuote, ancheggia, e da là in alto spuntano le prime teste cornute.
Provate a un giorno a ordinare una fila di birilli allineandola lungo una discesa ripida, e sistematevi in alto per lanciare giù una palla da bowling: l’effetto che otterrete è lo stesso che la truppa di vacche sta producendo su questo cordone di pazzi.
Da una parte la montagna, dall’altra il burrone: i corridori vengono giù come disgraziati, costretti in un budello troppo piccolo per contenere loro e l’encierro, in molti scivolano, rotolano, provano ad arrampicarsi per sfuggire a questa valanga brava che li travolge e li porta a valle, formando una nuvola di polvere e corpi e braccia e corna e gambe come se ne vedono solo nei fumetti.
Ci manca solo che venga fuori qualche scritta tipo kapow!
Lo spettacolo è di una potenza indescrivibile, è una montagna intera che crolla, è un paese intero spazzato dalll’energia di quella corsa coraggiosa e suicida.
Passano i primi uomini, passano le vacche, passa tutto il corteo.
Scendiamo verso il paese, in piazza ci aspetta un caffé e un sacchetto di churros appena fatti.

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Luigi Ronda
Luigi Ronda (Piacenza, 1973) è cooperatore, oltre che aficionado. Ad Arles pioveva e César Rincon infilò la spada in Pitillito di Cortés. Cominciò così, nel 2005.

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