Attesa

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“La prisa para los delincuentes y los malos toreros”

Fra i mille detti taurini, forse questo è uno dei più noti. E non solo fra gli appassionati di tori.

La fretta, la prisa, è una dannazione per chiunque. Giusto, allora che soltanto i cattivi toreri e i delinquenti abbiano il diritto di affidarvisi. Un diritto che coincide con la peggiore delle sconfitte.

Tutti sanno, infatti, quanto sia frequente la tentazione di risolvere in fretta ciò che ci pesa, ci intimorisce o addirittura ci inorridisce. Non è raro in generale, figuriamoci per chi deve affrontare un animale enorme, di forza e intelligenza inaudite, determinato a uccidere il goffo essere vestito di lustrini che per la prima volta esso vede nell’arena. E tuttavia ogni torero sa bene che quando non ha alcuna voglia di aspettare, l’unico modo per vincere la fretta è smettere di aspettare.

Ci troviamo, tanto per cambiare, di fronte a una di quelle massime taurine all’apparenza tanto paradossali quanto in effetti universali e utilissime per la vita di ogni giorno, per qualsiasi attività richieda un’attesa che appare insopportabile e un futuro che si srotola davanti agli occhi lunghissimo e forse talmente duro da rivelarsi insostenibile.

Ma che significa smettere di aspettare? Nell’arena, la storia del toreo ci ha mostrato spesso uomini che rinunciano e fuggono (i famosi gitani, esperti di espanta’) o uomini che cercano di sbrigare la faccenda nella maniera più veloce possibile. Ma non sono questi i toreri che smettono di aspettare.

Smette di aspettare, invece, chi si abbandona all’istante e affronta il suo toro dandosi a esso con la massima profondità, senza perdere neppure per un attimo il contatto con i suoi occhi. Ora, poiché l’attesa finirà soltanto nel momento in cui il torero non potrà più guardare negli occhi il toro per ucciderlo (nel momento della morte, il torero deve cercare solo il punto in cui infilare la spada), riesce a smettere davvero di aspettare (e dunque riesce a smettere di pensare a quel momento in cui non guarderà più l’animale negli occhi) solo chi invece lo guarda davvero costantemente negli occhi e con una profondità tale che ogni istante egli finisce per vivere come se fosse l’unico, il più importante e forse l’ultimo.

Si tratta di un atteggiamento umano che la corrida mostra esemplarmente ma che appunto noi viviamo in qualsiasi altra occasione e soprattutto quando siamo costretti a lunghi percorsi – fisici o spirituali – di cui sogniamo la fine e che ci torturano perché non sappiamo quanto possano estendersi e ignoriamo quando finalmente la nostra agonia potrà esaurirsi.

Lo sanno bene per esempio uomini e donne abituati a camminare in montagna, ad affrontare lunghe salite, a dosare le forze per conquistare la vetta. Sanno, costoro, che chi da lontano viene preso dalla tentazione di guardare la cima e di arrivare in fretta, rischia facilmente la crisi; mentre per chi smette di aspettare, si nega la vista della meta – lontana, alta, apparentemente irraggiungibile – e si concentra sui suoi passi, su ogni passo, su ogni singolo istante, ecco che l’ascesa diventa lenta e inesorabile, fino al suo culmine.

Non manca una rappresentazione di questo spirito nei più antichi esempi della nostra letteratura. L’eroe che incarna l’essere umano concentrato sul presente è Achille. L’uomo dal veloce destino che tuttavia vive il presente non perché sa quanto breve sarà la sua vita ma perché non sogna altro che il ritorno a casa, non vuole altro che la patria, il padre, il figlio, i suoi cavalli e una moglie. L’uomo dunque che aspetta come tutti gli altri Achei e forse ancor più di essi e che proprio per questo capisce che l’unico modo per vivere l’attesa è smettere di aspettare.

L’idea comune che ci siamo fatti di Achille, in realtà, è molto diversa, frutto, com’è, di un fraintendimento secolare e dunque del tutto fuorviante. Eroe imbattibile, feroce, sanguinario, privo di pietà, duro e irascibile, veloce nell’aggredire e incapace di rispettare, furibondo, violento, sterminatore, affamato di morte, spinto da una pulsione di morte, simile a bestia, anzi mostro. Nulla di tutto questo. O meglio: certo, tutto questo nel momento in cui muore Patroclo, il suo amico più amato, e il dolore lo travolge e lo chiama alla vendetta. E tuttavia chi fra gli altri eroi si comporta diversamente, quando prevalgono l’ira e il desiderio di vendetta e di sterminio? In guerra hanno caratteri molto simili, gli eroi. E semmai Achille si distingue soltanto perché, come tutti sanno, figlio di una dea, ha potenza straordinaria tanto che quelle caratteristiche comuni a tutti gli eroi le incarna a un livello che lascia attoniti.

Ma nella solitudine della sua intimità Achille è un ragazzo dolce e sensibile, amante del canto e della musica, propenso al buon pasto, al convivio, al brindisi, desideroso di giocare e amoreggiare. Chi legge interamente l’Iliade lo sa bene. Achille ha impeto guerriero ma non ama la guerra che si sta portando contro Troia. Fa quel che deve fare con l’impegno massimo che gli è consentito ma preferirebbe tornarsene a casa al più presto. E quando litiga con Agamennone questo desiderio diventa chiaro.

Ci troviamo di fronte a un uomo che ama la vita e che dice a chiare lettere di amarla e di aver sempre desiderato tornare a casa e poiché ora ne ha l’occasione, visto il trattamento subito, lo farà. Scopriamo allora che Achille ha vissuto sempre il suo presente proprio perché era l’unico modo per aspettare, ossia non consumarsi nell’attesa, vivere intensamente ogni suo giorno, pensando al giorno da vivere e non al futuro. E tuttavia a un futuro egli guardava eccome.

C’è un momento che nell’Iliade ci racconta tutto questo molto bene. Quando nella sua tenda arrivano Odisseo, Aiace e Fenice a chiedergli di deporre l’ira e tornare a guerreggiare accettando le scuse di Agamennone. Achille posa la cetra con cui si stava accompagnando per cantare assieme a Patroclo, offre vino ai guerrieri che rispetta e ama. Brinda. Mangia. Poi spiega i motivi del suo rifiuto.

Nella traduzione di Franco Ferrari (Iliade, IX, 393-421)

“Se gli dèi mi proteggeranno e tornerò alla mia casa,

Peleo mi cercherà sicuramente una sposa egli stesso.

Molte le giovani achee nell’Ellade e a Ftia,

figlie di nobili che difendono i loro borghi: fra quelle

farò mia sposa diletta colei che più mi piacerà.

Lì molto mi sprona il mio cuore orgoglioso, presa

una legittima sposa che mi sia degna compagna,

a godermi le ricchezze accumulate dal vecchio Peleo.

Nulla per me vale il soffio della vita: non le ricchezze

che dicono ospitasse la popolosa città di Ilio

in tempo di pace, prima che arrivassero i figli degli Achei,

né quelle che chiude al suo interno la soglia marmorea

di Febo Apollo l’arciere in Pito rupestre.

Buoi e grasse pecore si possono razziare, bacili

e cavalli dalle fulve criniere si possono acquistare: il soffio

della vita non si può, per farlo tornare indietro, né rubare

né comprare una volta che abbia varcato la barriera dei denti.

Mia madre, Tetide caviglia d’argento, dice

che due destini mi conducono in direzione del varco della morte:

se, restando qui, combatto intorno alla città dei Troiani

il mio ritorno è perduto ma la mia fama sarà imperitura;

se torno a casa, alla cara terra paterna,

è perduta la mia fama di valoroso ma lunga la mia vita

sarà, né presto mi prenderà il termine della morte.

Ma anche a voi altri vorrei consigliare di far vela verso casa”.

Achille ama la vita. Achille ha atteso vivendo ogni suo istante pur di non crollare di fronte agli anni lontano da casa che via via sono cresciuti fin quasi a sfiorare il decennio. Ora ha deciso di tornare. E fa impressione che lo ribadisca proprio nel momento – l’unico momento nel poema – in cui ci si presenta la famosa alternativa fra una breve vita gloriosa e una lunga vita senza fama. Achille ha scelto eccome. Una lunga vita. Vissuta giorno per giorno.

A partire dall’indomani, tuttavia, le condizioni contingenti cambieranno. Patroclo verrà ucciso e tutto per Achille sarà sovvertito. Ma questa immagine non muta. Achille è l’eroe del presente e dell’istante. L’unico che sa attendere senza farsi sfinire dall’attesa. Perché ama la vita al di sopra di ogni altra cosa.

È significativo che una delle immagini più famose che lo ritraggono sia quella dipinta da un ceramografo ateniese di nome Exekias attorno al 530 a.C. In essa Achille e Aiace sono ritratti di profilo mentre giocano su una tavola su cui rotolano dadi. Non è certo una partita di fortuna, una semplice partita in cui ci si sfida al dado migliore, come hanno creduto in molti. Achille e Aiace passano il tempo giocando sulla tavola di quello che oggi chiamiamo backgammon. Un gioco in cui abilità e sorte – come nella vita – si dividono equamente le parti. Ma non giocano per passare il tempo. Giocano per viverlo. Credo che Achille amasse giocare su quella tavola la partita più bella e lunga che si possa giocare a backgammon, la cosiddetta partita all’indietro. Amava ogni istante, non guardava lontano, ma vedeva lontano, l’eroe. Aveva smesso di aspettare. Non aveva fretta.

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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