Alejandro Talavante un torero per il futuro

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Era il 4 marzo del 2007. Sono passati più di dieci anni. Eppure ricordo perfettamente l’odore di animale, la sabbia della piccola plaza, l’immagine della Vergine nel patio de cuadrillas e l’attesa dei due toreri principali perché il terzo ritardava. Era mattina. Domenica mattina. Il sole splendeva su un cielo color cobalto e Olivenza era in festa. Chi sia stato in questo piccolo paesino magico di Extremadura a pochi chilometri dal confine con il Portogallo durante i giorni di inizio marzo in cui apre la stagione taurina sa di cosa sto parlando. Le strade bianche in cui s’intrecciano e si sovrappongono arte e stili dei due Paesi a cui la cittadina è appartenuta nei secoli, sono zeppe di gente accorsa per la feria. Le belle piazze brulicano di ragazzi e l’odore di fritto galleggia nell’aria. Musica, balli, palmas. E su tutto i tori. Gli alberghi sono pieni da mesi. Banderilleros bevono nei bar degli hotel. Vecchie glorie sfilano nei saloni. Ragazze aspettano accanto all’ingresso. E non c’è un buco per nessuno, tanto che gli appassionati stranieri spesso dormono a Badajoz. Io avevo trovato un posto all’hostal los Amigos poco fuori dal casco antiguo, di là della statale, e anche lì si parlava solo di tori. Una novillada il venerdì, una corrida il sabato e infine due la domenica: la prima, nel caldo improvviso, quella domenica mattina. Indimenticabile.

In cartel era previsto il ritorno di Morante de la Puebla assieme alla maestria di Enrique Ponce. I tori Zalduendo avrebbero assicurato il trionfo. Ma nel patio de cuadrillas, mentre Morante scioglieva i quadricipiti e Ponce pregava la Vergine, il terzo matador ritardava. L’impresario della plaza, José Cutiño, si aggirava preoccupato. Mormorava cose, cercava occhi, smanettava sul cellulare. La plaza intanto era strapiena in ogni ordine di posti. E che plaza! Che plaza quella di Olivenza! Mi affacciavo sul callejón e osservavo l’architettura antica di metà Ottocento, il bianco della calce rinfrescata nei giorni precedenti, le decorazioni rosse e ocra degli archi, l’armonia perfetta nella natura che scoppiava, come sempre in Extremadura quando la primavera è incipiente. Poi un brusio scosse tutti dal torpore in cui eravamo caduti e il matador arrivò. Non lo avevo mai visto prima in vita mia. Conoscevo solo ora il suo nome e sapevo soltanto che da bambino era stato stregato da José Tomas quando durante una corrida il torero già entrato nel mito gli aveva regalato l’orecchia appena tagliata a uno dei suoi animali. Sapevo che aveva cominciato a sognare prestissimo, era animato da una dedizione assoluta e era extremeño: viveva poco lontano da lì, a Zafra. Proprio per questo era arrivato tardi? Lo osservai. Il suo primo anno da matador de toros. Pochi mesi prima l’alternativa a Cehegín. Adesso, una stagione che gli si apriva davanti per dimostrare chi fosse. Non sembrava affatto a suo agio. Era bianco come un cencio. Gli occhi sbarrati. Aveva un taglio da rasoio sulla guancia preparata di fretta e con nervosismo al mattino. Sembrava quasi in preda al panico. Sembrava che non ne volesse sapere di entrare nell’arena. Sembrava talmente terrorizzato che qualcosa lo avrebbe potuto travolgere e portar via, fosse un toro o fosse il fallimento, che non mi sarei stupito se avesse fatto dietrofront. E invece muoveva le gambe come per sgranchirle dal torpore e aspettava. Aspettava il paseillo. Non fuggiva, Alejandro Talavante. Era lì per toreare. Eppure pareva così preoccupato dall’affare che lo attendeva che ricordo ancora perfettamente i miei pensieri. Doveva essere stato messo in cartel da amici, da gente che condivideva un passato o chissà quale altra vicinanza regionale. Doveva essersi trattato di uno dei favori tanto frequenti nel mundillo. Poi lo vidi toreare.

Poteva essere stato un sogno quello di Olivenza? Certo i tori semplici e favorevoli avevano contribuito a un trionfo in cui io ero rimasto imbambolato a godere dell’austera verticalità, dell’orgogliosa austerità del gesto, e soprattutto di quella passione che lo aveva travolto assieme al toro. Era successo, infatti, che mentre toreava il suo primo animale, Talavante da quel cencio bianco di pelle tremante che avevo scrutato nell’ombra mentre i suoi subalterni gli fissavano attorno al gomito il capote de paseo e lui accennava saluti ai due matadores affermatissimi con timidezza commovente, quel cencio bianco aveva pian piano preso vita e nel momento in cui lui e l’animale cominciarono a intendersi e il toro iniziò a girargli attorno mentre lui lo chiamava alla carica immobile, a piedi uniti, e lo liberava in passi di disprezzo entusiasmanti, quel volto moribondo era diventato un viso fanciullesco e pieno di entusiasmo e a un tratto un sorriso lo aveva trasformato e i denti grossi e cavallini si erano aperti tra le labbra ancora livide e gli occhi si erano inondati di una patina acquosa che era la sua commozione, la sua felicità. Stava toreando, stava dominando il toro, si stava unendo al toro e il toro si stava unendo a lui. Che maniera di aprire la temporada più importante! Lo ricordo come se fossero passati pochi mesi. Era rientrato dietro le assi, dopo aver ucciso, e aveva chiuso gli occhi come estasiato o forse stremato dall’emozione, mentre il pubblico lo chiamava a uscire per girare in trionfo con le appendici del toro che l’alguacil teneva in mano per lui. Poi passarono i minuti, i due matadores più esperti e notissimi fecero quel che dovevano e lui rientrò in pista. Ma non era più un cencio, ora. E il suo lavoro fu eccezionale ancora ma meno sconcertante perché ormai il ragazzo era posseduto. Era entrato nel vestito di luci che brillava nel sole extremeño e il suo sorriso cavallino aveva contagiato il pubblico che lo accompagnò dall’inizio alla fine, mentre la faena come una danza lieve, nella musica che la banda suonava incessantemente, lo spingeva al trionfo. Ma poteva essere stato un caso. Poteva certo essere stato un caso. E così ero molto curioso il 21 aprile quando a Sevilla, nell’atmosfera sconcertante della Maestranza, lo vidi calcare nuovamente il ruedo per un paseillo attesissimo. Stavolta ero lontano dalla magica pista di albero, ma si vedeva che era già cambiato parecchio per lui. L’8 aprile a Las Ventas, aveva confermato l’ alternativa uscendo in trionfo dalla Puerta Grande, fatto straordinario, in una corrida di Pasqua a cui si era consegnato al suo toro manso come dovesse essere quello il momento definitivo. “Il giorno della Resurrezione è un buon giorno per morire” aveva detto solenne il giorno prima. Nel frattempo avevo anche scoperto che il suo mentore, il suo ispiratore, era quell’Antonio Corbacho che aveva educato José Tomas a farsi samurai. Così mi davo grandi arie da intenditore, quel pomeriggio, nel mio posto in quella piccionaia detta andanada, stretto fra vecchi di campagna che sapevano davvero tutto ma ignoravano le contingenze della stagione taurina e mi guardavano ridendo. Io avevo l’atteggiamento tipico del ragazzetto pieno di nozioni e incongrui entusiasmi. Loro erano secoli che seguivano i tori e non compravano riviste e non cercavano novità. Così ascoltavano con una specie di saggia bonomia mentre dicevo loro quanto mi aspettavo da Talavante e quanto desideravo che non mi deludesse e loro mi chiedevano che ne sapessi io, un italiano lì, che potevo saperne del ragazzo di Zafra? Era un bravo ragazzo a quanto avevano sentito. Ma quanti ce n’erano in giro, di bravi ragazzi? Non sapevano quel che li attendeva.

L’amico che era con me ancora mi prende in giro. Avevo bevuto troppo, di sicuro. La Bodega San José prima e tutti i gin tonic entrando nel sole. Così, quando Talavante si abbandonò in naturales lentissimi legati in serie da sogno e la plaza ribolliva di olé e la musica suonava pasodobles come solo a Sevilla, be’ io ero in piedi e gridavo e i vecchi mi davano pacche e ridevano eppoi mi dissero che non ci capivo niente, che avevo ancora molta strada da fare, ma quel ragazzo avevo ragione io, era già lanciato per diventare figura del toreo. Dicevano che avrebbe potuto fare molto se… I se erano parecchi ma intanto i naturales erano stati eterni e definitivi. Sono stato felice, molti anni dopo, di ritrovare la stessa esaltazione per quelle serie di passi con la sinistra nel cosiddetto pregón taurino offerto nel 2010 da uno dei più interessanti filosofi che si siano dedicati ai tori negli ultimi anni: il francese Francis Wolff. “El arte puede ser un simple, inmenso, eterno pase de un natural que apenas deje en la arena. Aquel natural de Fernando Cepeda perduró en nuestra cabeza 8 años, hasta que Talavante lo prolongó aún más”. Le parole di Wolf tradiscono l’entusiasmo e raccontano l’invasamento che prende ogni aficionado quando si trova di fronte a quello che reputa un nuovo fenomeno destinato a ridar vita alla tauromachia e tremando viene riconquistato da una sensazione indicibile che pensava perduta e si prepara a consegnarsi completamente alla passione e all’ossessione perché ha provato qualcosa di straordinario e si convince che quel che ha provato potrà durare e potrà riportarlo a una specie di infatuazione giovanile, potrà fargli rivivere quegli entusiasmi febbrili, potrà lanciarlo nella malattia dell’afición, una malattia che si autoalimenta, una febbre violenta da cui non si vuole uscire più perché è sogno e sbalordimento, tormento amoroso e violenza della nuova vita, speranza di redenzione, di rivincita, di trionfo della bellezza su tutto e contro tutto. Quel che soffriamo, patiamo, e proviamo con morbosità e delirio quando ci sembra che l’amore ci abbia riconquistati, ci siamo di nuovo innamorati, sì, siamo di nuovo caduti, siamo di nuovo pronti a volare con un nuovo torero che ci farà vivere per sempre in una dimensione ultraterrena come quella dei tori dovrebbe sempre essere. Fuori dai tecnicismi, le regole, le osservazioni calcolate e misurate, le obiezioni critiche e le regolamentazioni ortodosse in cui si perde inevitabilmente il furore dell’invasamento erotico tipico dei tori.

Talavante in quel 2007 alimentò a tal punto la mia ossessione che ricordo benissimo di aver tentato, fin dal trionfo di Madrid, di farmi accordare un colloquio con lui e quando arrivò il giorno, pazzo come si è pazzi nel toreo, lo rimandai. Dopo la seconda sera a Sevilla in cui il ragazzo senza fallire con la spada trionfò tagliando tre orecchie e uscendo dalla porta del Principe, la sua agente, una giovane ragazza molto seria e apparentemente del tutto avulsa dal mondo dei tori, mi invitò a raggiungerla nella hall del lussuosissimo hotel Alfonso XIII perché forse il Maestro – già lo chiamavano così – avrebbe potuto rilasciare un’intervista. Ma quando arrivai, tra la folla che gli si accalcava attorno e il suo viso spaesato, la sua espressione attonita e malinconica e l’aria tipica del torero che prova amarezza per il trionfo, gli dissi che non volevo stancarlo proprio ora che aveva appena toreato come un dio. Che lo ammiravo moltissimo ma avrei preferito parlargli con calma, un giorno, magari nel campo, fra i tori con cui si chiudeva in uno stato pressoché mistico. Lui mi guardò e fece un segno di assenso. Io gli domandai se non preferisse così. Volevo parlare seriamente e non strappargli quattro risposte stereotipate nel bar dell’hotel. Lui disse ok. Ma poi si sa come vanno le cose in questi frangenti. I successi cominciarono a reduplicarsi e il ragazzo divenne per tutti la nuova speranza della tauromachia. Dopodiché, per quell’anno, fu così preso d’assalto da giornalisti e appassionati, che la sua agente, sempre un po’ timida e gentile, mi dovette ripetere sempre la stessa storia. Non c’era proprio tempo. E non ce ne sarebbe stato più.

Quell’anno infatti aveva regalato emozioni che non sarebbero mai più tornate con quella intensità. La stagione seguente fu quasi disastrosa. Dico disastrosa se si pensa a quel che tutti attendevano. Qualcosa era cambiato davvero, però. Era come se avesse perso quella propensione quasi mistica a consegnarsi al toro. Come se non avesse più paura e non trovasse più vita nell’arena. I passi gli uscivano secondo canoni freddi che non spingevano più nessuno al delirio. La risata cavallina che all’improvviso riplasmava le sue paure in sogni si era trasformata in un sorriso di plastica. Cosa era successo perché perdesse così in fretta quel sacro pathos che gli spagnoli chiamano ilusión? Si diceva che la mondanità lo aveva irretito, che i calciatori che amava lo invitavano a uscire la sera, che le ragazze lo corteggiavano. Tutte le solite cose drammatiche del successo, insomma. Quella bestia orrenda e multiforme che da secoli gli esseri umani agognano e temono e da cui ci si deve guardare con grande attenzione e che forse va trattata come diceva Faulkner, tenendo sempre la mano sollevata e aperta pronta a mollare la sberla. Ma certo di Faulkner il torero di Extremadura poco poteva sapere. E Antonio Corbacho non riuscì in nessun modo a mantenerlo sulla strada del samurai che era diventato il suo mito quando bambino aveva tenuto in mano la prima orecchia sanguinante di un toro. La collaborazione con Corbacho sarebbe finita l’anno successivo, nel 2009 quando il ragazzo aveva ripreso carattere e dominio, ma ormai su un’altra strada.

Gli anni sono seguiti inserendo Alejandro Talavante fra le poche star del toreo, quelle figuras che dovrebbero riempire le plazas e che in questi ultimi tempi, dedicandosi a cercare il trionfo solo con i tori più semplici e collaborativi, stanno invece contribuendo alla crisi dell’afición, agli abbonamenti che calano, alla noia e alla delusione di chi non trova più emozione e non riesce più a innamorarsi. È vero che Talavante, diversamente dalla maggior parte dei suoi compagni, ha tentato di affrontare anche tori diversi dai Domecq che dominano nelle arene di Spagna. Ha tentato gesta e sfide che in qualche modo potevano far tornare al sogno gli appassionati dell’arte e della sfida più dura. Ma sono stati momenti privi di continuità. L’arte è diventata l’ossessione del ragazzo. Il suo capote sventolato sui campi di calcio da Sergio Ramos è stato forse la sua maledizione. Una certa propensione alla moda. La brillantina. Lo stile antico delle foto che compaiono su un sito internet modernissimo in tempi in cui noi appassionati cerchiamo soltanto di ritrovare verità e non speriamo affatto di essere sedotti come si seducono le masse. Non giudico Talavante per le sue passioni mondane. Ma è certo che l’arte cristallina, la capacità di fare cose che altri non potrebbero neppure sognare, il brivido di certi passi imprevedibili, tutto l’armamentario della sua vena artistica non ha mai più brillato di quella sete giovanile, quell’ardore mistico, quella smania di dare tutto se stesso perché è ora o mai più. Trionfi importantissimi, piccoli disastri, ritorni, successi scontati, pericoli sfidati a dovere. Talavante è rimasto figura incompiuta, per quel che posso dire. Perché le attese erano tali – attese di carattere e spirito più che di adornos con cui sorprendere il pubblico – che molti di noi avevano sognato, sognato l’amore, il desiderio, la brama, la febbre e la malattia, la sacra malattia taurina. Come tutti sanno, del resto, sono gli amanti delusi i peggiori critici. Ma Talavante non merita il rancore di chi aveva sognato di tornare all’amore e ha dovuto recedere dagli stati onirici per tornare alla intollerabile realtà. Soprattutto perché in questi ultimi mesi, forse, tutto gli si è ritorto contro. Con il suo ultimo apoderado, Toño Matilla, potentissimo e temutissimo, ha chiuso la relazione drasticamente e nessuno ha mai saputo il perché. Nei mesi seguenti, nonostante la forma fosse ottima e lui stesso si sentisse all’apice, Talavante ha toreato pochissimo e le illazioni si sono sprecate. Ne potete leggere qui. Come qui potete leggere della polemica vigorosa sdegnata presa di posizione di Matilla. Sono questioni che a noi non devono interessare. Non è il gossip taurino (per quanto drammaticamente pericoloso) ciò che deve preoccuparci. Quel che importa è che Talavante ha detto basta. Dopo la corrida di Saragozza in cui si congedava dal suo pubblico il Pirata eterno, Juan José Padilla, Talavante ha sommessamente e fermamente spiegato che si ritira dalle arene. Non dovrebbe essere certo una chiusura definitiva. Ha soltanto trent’anni il torero di Extremadura. Forse i mesi lontano dalle arene gli daranno la possibilità di scoprire che, come disse il suo mito José Tomas alla fine dei suoi anni lontano dalle arene, “vivere senza toreare non è vivere”. Forse lo rivedremo in pista come un tempo. Il taglio barbaro dei capelli. Il volto brufoloso. Un rasoio nervoso sulla guancia. La pelle bianca come un cencio. E gli occhi spauriti di chi può riprendere vita soltanto unendosi all’animale. Suscitando la più grande e più bella fra le febbrili ossessioni umane, quella taurina.

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  1. Il 14 ottobre ero lì, nel coso della Misericordia per vedere l’ultima tarde in terra spagnola di Padilla. E quando alla fine ho visto Talavante fare quel gesto di raccogliere una manciata di sabbia dal ruedo, mi ci è voluto un attimo per realizzarne il significato. In cuor mio credo e spero che non sia una decisione definitiva, ma che rivedremo Talavante nel futuro prossimo, magari non troppo in là nel tempo. L’ho sempre apprezzato per l’eleganza dei movimenti e la plasticità, mai però per la capacità di trasmettere, per quell’essere “tutto cuore” che invece trovavo in Padilla. Chissà che questa pausa non porti davvero ad una svolta in questo senso, ad una ritrovata ilusión capace di accenderci ed emozionarci nel modo più genuino.

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