Tori imperiali

0
495
Photo M. Meschiari

Bologna, domenica pomeriggio. Come in una mensa aziendale faccio la fila davanti alle xilografie delle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai. Sotto le tavole allineate, lungo tutta la parete, c’è una specie di scaffale che ricorda le banconate su cui si fanno scorrere i vassoi, ma al posto dei vassoi ci sono le targhe esplicative. La gente scorre e va via. Nell’ipnosi di centinaia di paesaggi eterei e pesci e villaggi innevati, arrivo al bookshop e cedo alla tentazione di un souvenir. Un segnalibro di Hiroshige? Un magnete per il frigo? Una cartolina della Grande onda? Ma tra i libri mi attrae una copertina, è La lotta dei tori di Yasushi Inoue, noto ai più per Morte di un maestro del Tè. Il piccolo libro, pubblicato da Skira nel 2015 con la traduzione di Atsuko Ricca Suga, è il brevissimo romanzo di esordio dell’autore giapponese che, scritto nel 1947 all’età di quarant’anni, gli valse l’Akutagawa, il più importante premio letterario nazionale.  Il libro è la storia di Tsugami, direttore di un giornale di Osaka, che segue da vicino l’organizzazione di una tauromachia, una serie di scontri tra tori che dovrà svolgersi per tre giorni consecutivi nello stadio cittadino. Ma Tsugami è inquieto, minaccia di piovere, l’inquietudine è doppia:

Dalla cima dello stadio dove si trovava Tsugami si vedevano campi e risaie perdersi in lontananza fino ai piedi dei monti Rokkō sotto pesanti nuvole di pioggia d’un grigio scuro e, tra campi e risaie, sparsa qua e là, qualche fabbrica, e alcune villette celate nel verde della vegetazione. Era un paesaggio gelido e inanimato come una decorazione su porcellana. Vicino alle vette dei monti Rokkō biancheggiavano ancora alcune striature di neve e con la loro sola presenza davano sollievo all’amarezza di Tsugami. Era come se qualcosa della purezza, totalmente scomparsa dal paese dopo la sconfitta, si fosse salvato e raccolto là, a sussurrare tra sé e sé le proprie storie in serena intimità.

È il Giappone dell’immediato dopoguerra, un paese in ginocchio, smarrito, sull’orlo della bancarotta. La tauromachia, organizzata faticosamente per fare soldi e distrarre il pubblico, è minacciata dal maltempo, e a causa della poggia sarà annullata nelle prime due giornate. Nel terzo giorno però la pioggia smette, il vento è gelido, le nubi sono scomparse e il clima è asciutto. Si vendono moltissimi biglietti, gente di ogni tipo entra nell’arena, la perdita economica dei primi due giorni si colma a poco a poco. Ma Tsugami è ancora afflitto dalla più cupa amarezza. Il senso di fallimento è tangibile, e non è solo quello dell’impresa. Comincia lo spettacolo:

La lotta tra i tori Mitani e Kawasaki, clou della gara, stava andando avanti da più di un’ora senza accennare a concludersi. I due tori da combattimento facevano ondeggiare ansando i loro corpi monumentali. Con le corna strettamente allacciate le due bestie a volte si spostavano dal centro del ring a un’estremità, poi dall’estremità al centro, ma non c’era alcun barlume di speranza che si rompesse l’equilibrio delle loro forze. Il protrarsi dello scontro cominciava ad annoiare la gente e qualcuno suggerì di dividerli e dichiararli pari. Alla fine venne accolta la proposta di Tsugami che aveva suggerito di lasciar decidere al pubblico con un applauso se dividerli o farli combattere fino alla fine.

Solo un terzo del pubblico applaude e la gara continua, verso un finale fragoroso che è un’esplosione di angoscia.

La lotta dei tori in Giappone si chiama tōgyū, nasce intorno al XVII secolo a Okinawa ed è considerata la versione animale del sumō, un incontro (teoricamente) non cruento tra due tori selezionati per la lotta in cui il vincitore e il perdente tornano (teoricamente) a casa. Durante la Seconda Guerra mondiale gli spettacoli furono interrotti ma già nel 1945 ripresero, come una precisa volontà di rivalsa contro la sconfitta bellica e come testimonianza del potere coagulante delle vecchie tradizioni.

Non conoscevo il romanzo di Yasushi Inoue e non conoscevo il tōgyū, che può essere assimilato ai chegas de touros portoghesi e alla bataille de reines valdostana. Quello che mi ha colpito è la trasversalità culturale, non tanto per l’antropologia della lotta o per il potere simbolico dell’animale, quanto per la “porosità metaforica”, per il fatto che il combattimento di tori è capace di farsi carico di una grande narrazione sociale. Il romanzo di Inoue, infatti, racconta attraverso i tori il Giappone del dopoguerra che cerca di rialzarsi, la malinconia per un mondo finito, la bellezza di animali chiamati per nome, allevati come dei, che non sono né vincitori né vinti, ma che ormai si esibiscono come eroi condannati in un mondo al crepuscolo. Sentimenti che chiunque ami la corrida, a Madrid, a Nîmes, a Plaza México, non può fingere di non avere avuto, non può fingere di non avere.

SHARE
Articolo precedenteMorte e bellezza
Articolo successivoEterna Spagna
Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 9 aprile 2004: Javier Sánchez Arjona per Enrique Ponce, El Juli, José Mari Manzanares. matteomeschiari@uominietori.it

SCRIVI UN COMMENTO