San Isidro 2018 – la terza settimana

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(ph) Ronda

Lunedì 21 maggio. Novillos de Conde de Mayalde, nobili per la maggior parte, esigente e ostile il sesto. Pablo Atienza (aviso, silenzio/silenzio), Alfondo Cadaval (ovazione, silenzio), Toñete (ovazione/orecchia).

Toñete ha tagliato un’orecchia all’ultimo del giorno, la faena tutta svolta sotto a un diluvio di quelli di una volta, la pista ridotta ad una piscina: trofeo più allo sforzo di toreare in queste condizioni che al lavoro in sé. Novigli di gran lunga superiori ai loro opponenti, male.

Martedì 22 maggio. Tori de El Ventorillo (il quinto di Valdefresno) con alcune buone qualità di nobiltà e bravura e qualche scintilla di casta che ne ha resi interessanti e complicati almeno un paio. Curro Díaz (silenzio/applausi), Morenito de Aranda (silenzio/silenzio), David Mora (vuelta/silenzio).

Cartel mediocre, di quelli che servono a poco altro se non a riempire un programma monstre di più di un mese di tori. Faena corretta e professionale di Mora che gli vale un giro d’onore, cinque veroniche romantiche e rotonde per Morenito de Aranda al toro uscito per secondo. Arrivederci signora, a domani, speriamo sarà meglio.

Mercoledì 23 maggio. Tori di Victoriano del Río, tori per figuras e tutto è detto. Miguel Ángel Perera (avviso, silenzio/silenzio), Alejandro Talavante (silenzio/silenzio), Roca Rey (silenzio/orecchia).

Tutto da dimenticare fino a Distante e Roca Rey, incontratisi in ultimo per dare dignità ad un pomeriggio lungo, noioso, inappropriato: tori di presentazione inaccettabile per Madrid, mosci, servili, e di fronte a loro tre figuras passate a ritirare il cachet e poco altro. Fino a quando il giovane peruviano non ha deciso di salvare un pomeriggio in cui tutto era esaurito, i posti a sedere e la pazienza degli aficionados, andando a travolgere toro e pubblico con la sua vulcanica esuberanza: Roca Rey ha ai suoi esordi nella categoria maggiore conquistato i favori dell’aficion con debordante generosità e travolgente disposizione, oggi il ragazzo sta però crescendo in maturità e serietà e ai più attenti non sfugge certo che con gli strumenti in mano il giovane torero sta cercando equilibrio e profondità. Faena talentuosa, di coraggio e tecnica, le gradinate costrette a svegliarsi bruscamente, orecchia per lui e fischi per il toro, che ha avuto l’unico merito di capitare nelle mani di un torero affamato e determinato.

Giovedì 24 maggio (corrida della Cultura). Tori di Victoriano del Río (1 e 6), Alcurrucén (2 e 3), Garcigrande (4), Domingo Hernández (6). El Juli (applausi/orecchia/ovazione) e Ginés Marín (silenzio/ovazione/silenzio), in mano a mano.

Sbaglia chi sostiene che El Juli sia da ascrivere all’élite degli artisti: Julián è torero potente, intelligente e tecnico. Prendete l’incipit del suo lavoro a Licenciado, terzo del pomeriggio: ginocchio a terra, la figura plastica e l’approccio deciso, spingendo il toro dalle assi al centro, un cambio di mano da sogno col peso tutto sul ginocchio e chiusura di serie maschia e di imposizione. Le cose messe in chiaro, il toro vinto, toreo di dominio. Vi chiedete dunque perché El Juli non merita lo statuto di grande torero? Prendete il resto della faena, dove tutto il nefasto repertorio del peggiore stile moderno trovava nel madrileno il massimo esponente: pico, toreo rettilineo, gamba ritratta, passi distanti. Fino al julipié, il marchio di fabbrica che è sciagura del toreo contemporaneo. Mezza spada indietro, descabello, un’orecchia impensabile a Madrid fino a solo qualche anno fa. Il resto della corsa era faccenda tra tori con nobiltà facilona e nessuna casta e due toreri moderni, e in queste condizioni non certo proibitive Ginés Marín non ha brillato.

Venerdì 25 maggio. Tori di Núñez del Cuvillo e Conde de Mayalde (3 bis), di presentazione inadeguata e docili come un toro non dovrebbe essere. Juan Bautista (silenzio/ovazione), Alejandro Talavante (due orecchie/ovazione), López Simón (orecchia/orecchia).

Adiós, Madrid fu quello che disse il torero Antonio Sánchez El Tato quando il chirurgo gli amputò la gamba inancrenita a seguito di una cornata. Si era nel 1869. Addio Madrid lo possiamo dire anche noi, oggi, seppure perlomeno trovandoci in una situazione meno seccante di quella del Tato. Prima la bocciatura di un toro manso , ed oggi una doppia porta grande che fa tanto arena di provincia. Certo Talavante era ispirato dal genio più lirico e ha un tocco che profuma di sentimento e leggerezza, ed è oggi tra le figuras quella di più spiccata personalità: doblones per iniziare, un cambio di mano eterno, naturali di classe, ritmo cadenzato e fermezza decisa. Cacareo, ovazione alla salma, lasciava nelle mani dell’alguacil entrambe le appendici. Certo poi López Simón pare essersi ritrovato, se non nella testa perlomeno nell’abbandono: il Conde de Mayalde lo sambocciava malamente, il torero riprendeva muleta e spadino e concludeva la faena frastornato ma irremovibile, si gettava tra le corna del toro portandogli la stoccata con fare suicida e l’arena cedeva alla tentazione dell’emozione più facile e gli offriva un primo trofeo. Il secondo era ottenuto all’ultimo del giorno, al termine di una faena incompleta nel corso della quale però Simón approfittava dell’educazione del toro, che il torero finiva con una buona spada. Altra orecchia, altra uomo da portare in spalle. Ma perché dunque il sapore in bocca, all’uscita dall’arena, era amarognolo e non zuccherino? I tori. Solo i tori danno misura e dimensione di un trionfo o di una sconfitta, e oggi non se ne sono visti, c’erano animali con le corna ma non tori da combattimento.

Sabato 26 maggio. Novillos di Fuente Ymbro, mobili, con potenza e bravura. Marcos (silenzio/avviso e silenzio), Alejandro Gardel (ovazione/silenzio), Francisco de Manuel (orecchia/vuelta).

Che boccata d’aria fresca: novigli con temperamento e sangue vivo, e un ragazzo che ha toreato come ogni novigliero dovrebbe fare. Un pomeriggio di tori con casta e forza che hanno fatto sudare i cavalli e gli uomini, e con un Francisco de Manuel che ha gratificato il pubblico con un’attuazione adrenalinica e sincera. Banderiglie decise, muleta volenterosa, decisione e coraggio. Orecchia e giro d’onore per lui. Da seguire.

Domenica 27 maggio. Tori di Dolores Aguirre, mansos in generale, aggressivi, aspri, vigliacchi, intrattabili. Rubén Pinar (ovazione/silenzio), José Carlos Venegas (applausi/ovazione), Gómez del Pilar (ovazione/silenzio).

Corrida mansa, mansa con casta e mansa perdida, aggressiva e pericolosa, tori che non avevano nulla dell’animaletto moderno che sotto le braccia si portano all’arena le figuras e che invece facevano piombare l’arena intera indietro di cento anni abbondanti, tori selvaggi, selvaggi come una fiera selvaggia e bruta, invisi all’idea di resa. Cigarrero per sei volte al cavallo tra picche vendicative e assalti abortiti, Bilbatero con la punta della lancia in tre occasioni nella carne, in generale i sei venivano severamente trattati nel primo tercio nel sadico tentativo di spegnere quel fuoco che incendiava loro il sangue. Botero in apertura aveva un corno sinistro impossibile e un pericolo sordo in ogni suo passo, ciononostate Rubén Pinar riusciva a strappargli qualche passo credibile e addirittura di gusto prima di trovare guardacaso l’osso in due occasioni. Ovazione meritata per lui. Caracorta tagliava la strada a chiunque e rendeva apocalittici alcuni passaggi, Carafea disdegnava la folle idea di Gómez del Pilar di attenderlo a porta gayola abbandonandosi ad un’esplorazione delle assi per poi riverlarsi infernale manso da antologia. La corsa si abbassava di tono nella sua seconda metà, quando la mansedumbre dei tori perdeva i toni drammatici della casta viva e assumeva quelli più tirigni della codardia sfuggente. Al termine di una corsa anacronistica, brutale, selvaggia e indomabile, il risultato artistico non ha alcun valore e interesse e l’aficionado non può fare altro che tributare riconoscenza e ammirazione a tutti gli uomini che si sono messi di fronte a queste sei bestie. Viva Dolores Aguirre.

 

 

 

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