La quarta cuadrilla. Storie di chirurgia taurina

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“Per prima cosa devi essere un chirurgo con le palle, la chirurgia taurina è chirurgia di guerra in tempo di pace, niente più di questo”. Brillano gli occhi ad Antonio di fronte alla quarta birra alla taberna Belmonte in Calle Mateos Gago, Siviglia.

Ci siamo conosciuti da poco, siamo all’Hospital Virgen del Rocio per discutere di cose nostre, nuove tecnologie, robot, nuove protesi per la correzione delle ernie. Siamo due chirurghi a Siviglia, per adesso. Il nostro quotidiano lavoro in tempo di pace. Poi ci siamo annusati, come fanno i buoni aficionados, e Antonio, che nel tempo libero è Cirujano de la plaza de toros de Cordoba, Coso de Los Califas, è pressochè impazzito quando ha saputo della mia passione, di quanti tori abbia visto combattere nei miei viaggi fra la polvere del sud. Gli parlo della peña taurina della mia città, di quante volte sia stato a Cordoba , prima e dopo la terribile ristrutturazione del ponte romano, gli dico provocandolo.

Gli parlo della Francia, dei toreri che apprezzo, dei miei viaggi nelle ganaderias.

“Tu ne sai di più di mio fratello, tio” e continua a ridere, a ridere, “puta vida se ne sai di più”.

“Ma io voglio sapere del tuo lavoro, Antonio, ordiniamo da bere”. Gli faccio.

Bueno , per fare il chirurgo all’arena devi per prima cosa saper chiudere un aorta, effettuare una toracotomia in emergenza, suturare una femorale, esplorare tutte le ferite che vedi,  non puoi aver paura di niente. Però hai un grande vantaggio, hermano, tu cosa è successo l’hai visto. Hai seguito al ralenti la traiettoria del corno, la caduta del torero, hai visto la ferita di ingresso, e sai già cosa cercare. A te, invece,  li portano in elicottero o in ambulanza i pazienti. Tu non lo sai esattamente cosa è successo, ma io sì. Perchè sono lì. Nel momento stesso in cui accade.

La seconda cosa che devi sapere è che per diventare un buon cirujano taurino devi prima essere un buon aficionado, ma davvero, devi conoscere il mondo. Sapere che tori ti aspettano,  prevederne l’embestida, devi saper osservare come muovono la testa, che corno preferito hanno, conoscere i toreri, il loro modo di guadagnare spazio, quanto e come si avvicinano alle armi dell’animale. Quanti rischi si prendono. Devi vedere la cornata, quando c’è, intuirne la profondità, dove entra e dove produce le lesioni. Devi prepararti. Lo sai che la Chirurgia Taurina è considerata una specialità a sé stante? Abbiamo una società scientifica, riviste in cui pubblichiamo le nostre esperienze, corsi di formazione specifici. Oggi è tutto cambiato, fratello, la Spagna è cambiata. In tante cose, in medicina soprattutto, siamo i migliori”, dice mettendosi la mano al petto.

Sorrido, ordino jamon e quinta caña. Il nostro congresso è andato, sappiamo entrambi che quasi tutto può aspettare quando si parla di tori.

“Lo sai  come si chiamava l’enfermeria fino a pochi anni fa? Il cuarto del hule, capisci? Il hule è quello che voi chiamate la tela cerata, questo era, niente di più. Un vecchio tavolo coperto di tela cerata, un armadio a vetri, un crocefisso alla parete, qualche vecchio porta aghi con suture, il laccio di Esmarch, il tourniquet di Petit e poco altro,  Siero antitetanico, quello sì, ossigeno, e preghiere” ride. “Quant’è che non vedi questa roba fratello?”

“Mai visti” lo spiazzo ridendo forte. “Mai”.

“Ti racconto una storia”, si sporge Antonio verso di me quasi a non voler farsi sentire, “in sudamerica qualche anno fa un giovane novillero giunge in infermeria bianco come un lino, cornata alla femorale, ha solo il tempo di prendere la mano del chirurgo e sussurrargli, mi salvi dottore, è la mia prima cornata. Ci proverò con tutte le mie forze ragazzo, gli risponde il vecchio medico, ma sappi che è la prima anche per me. Capisci perché dobbiamo esser preparati a tutto ? Per non dover dire mai questa triste verità. Dal 97 poi è cambiato tutto finalmente, l’infermeria attrezzata è la regola per Reale Decreto, le ambulanze sono pronte fuori dalla Puerta, con noi ci sono infermieri e anestesisti, una cuadrilla al completo” conclude mimando un paseillo davanti alla gente seduta ai tavolini.

Si fa più calmo Antonio, si siede. “E adesso”, conclude, “possiamo salvare la vita a qualche ragazzo che la vita se la gioca”. Sesta birra, queso manchego, due porzioni. “Sai cosa faccio nel lungo inverno di Cordoba, aspettando la primavera? Mi studio tutte le cornate prese dai grandi della storia, mi immagino se avrei potuto salvarli. L’elenco è lungo fratello, ma tempo ormai ne abbiamo, per il corso ci aspetteranno. Incominciamo dall’inizio. Pepe-Hillo, quando incrociò la sua strada con Barbudo  l’11 maggio del 1801.”

“Goya!” Caccio un urlo.

“Lo sapevo, lo sapevo”, mi punta il dito Antonio, “lo avevo capito! Tu ne sai, oh se ne sai”, si alza in piedi. “Pepete”, urla, “1862, trafitto al polmone, oggi avrei potuto farla una cazzo di toracotomia, oggi sarebbe morto placido nel suo letto” scuote il capo, poi esclama “Espartero, 1869, cornata in regione ipogastrica”.

“I Miura, Antonio, tutti Miura”gli dico.

Mi dà la mano. Non dice altro. Continua. “Ignacio Sanchez Mejias è morto di gangrena, ferito a Manzanares e  morto a Madrid  l’11 agosto. Fra Joselito e Ignacio, in quegli anni,  Pocapena di Veragua con il suo corno dritto nella testa di Granero, insalvabile. Poi quel 27 agosto, a Linares, lo sai, Manolete ferito si fa un giro della plaza in direzione contraria prima di arrivare all’infermeria. Oggi non sarebbe possibile. Era vivo, lo sappiamo tutti, era stramaledettamente vivo, fumava sigarette, finchè non si decise di fargli quella trasfusione di plasma norvegese, che lo matò” si ferma, beve “E lo sai quali parole disse un torero ferito gravemente qualche anno orsono? Dottore, la cornata è stata forte, ha due traiettorie, una di qua e questa che vede, apra tutto ciò che c’è da aprire, per il resto sono nelle sue mani. Furono le ultime parole di Francisco Rivera, Paquirri, sotto trasfusione dopo il lungo viaggio da Pozoblanco sulle strade dissestate di questa parte di Spagna nel 1984, io ero un ragazzo, all’ospedale militare di Cordoba. Era stato Avispado, di Salayero y Bandrès. Un promettente giovane era stato testimone di quella dannata morte, un ragazzo di 21 anni che l’anno dopo sostituì Curro Romero nella corrida di Colmenar Viejo il 30 Agosto, fu il sesto de la tarde, un difficile toro di Marcos Nuñez…”

Lo interrompo, finisce per incanto l’allegria, comincia la fredda storia dei numeri, “El Yiyo Josè Cubero”, quasi sussurro, “il toro era Burlero, gli spezzò il cuore in due, non conosco chirurgo in grado di riparare quel tipo di lesione”.

Ci facciamo tristi. “Non avremmo potuto far niente, sono d’accordo, nemmeno oggi. Manolo Montoliù, il 1 maggio 1992 arrivò morto all’infermeria, ho letto el parte medico. L’ho studiato. Ho visto quelle immagini mille volte. Non solo cornate comunque. Pensa a Julio Robles, la sua triste storia in quel di Béziers, Timador di Cayetano Muñoz gli fece fare un volo in cielo, ma è ricaduto sul collo, tetraplegia, con tutto quello che poi è stato”. Beve ancora Antonio poi mi guarda fisso “Qualcuno lo abbiamo salvato però fratello mio. Siamo stati bravi noi chirurghi. Franco Cardeño a porta gayola con quel maledetto Prieto de la Cal a Sevilla. O Julio Aparicio a Las Ventas. O Juan Josè Padilla in quella sfortunata sera del 7 Ottobre del 2011 a Saragozza. In realtà l’elenco dei sopravvissuti è lungo, amico mio, straordinariamente lungo, Jaime Ostos, Paco Camino, Ortega Cano, Israel Lancho, Josè Tomas, vivi per miracolo, e grazie alle nostre mani. Vivo è David Mora, e quanto vorrei rivederlo toreare come sapeva fare. E questo è quanto, hermano, perché la mia vita, quella vera, è fare il Cirujano a los toros, per salvare qualche scampolo d’arte e di coraggio. Quando possibile”.

Restiamo in silenzio.

“Poi c’è quel giorno, quello in cui se acabò el arte…

“Che intendi Antonio?”

“Quello in cui è morto Ivan Fandiño, quello dico. Cornata di entrata da destra sotto l’ultima costa, 30 cm, lesione del rene, della vena cava, fegato sezionato, emorragia massiva. Laparotomia in emergenza, clampaggio aortico. Ci ho parlato con Mathieu Poirer, il chirurgo di Mont de Marsan. Ha fatto tutto il possibile. Ma non c’era niente da fare. Ivan nemmeno se n’è accorto. Per questo io mi guardo tutto, collega. A Cordoba ho fatto anche mettere la televisione dentro l’infermeria, a volte seguo la corrida da lì,  più che nel burladero, me l’ha insegnato Màximo Gàrcia Padrós, il capo dei chirurghi di Las Ventas, per esser pronto, sempre e comunque. Perché io devo sapere, e saperlo nel preciso istante in cui accade. Mi basta guadagnare quella manciata di secondi. Potrebbe far  la differenza fra la vita e la morte. Anche noi, sai, in qualche modo quella sera combattiamo gli stessi tori, solo che  il nostro prezioso quite artistico lo facciamo quando il torero cade, facciamo il nostro pase, corriamo, tratteniamo il respiro, e ci prepariamo. Ci vestiamo di verde e di sangue più che di luce… E i toreri lo sanno. Noi siamo la cuarta cuadrilla de la tarde.”

Nient’altro da dire, Antonio, un abbraccio, ci vediamo da te a Cordoba.

 

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