Il fiume il cuore

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Siviglia, Guadalquivir (foto M. Meschiari)

per Matteo Nucci

Giorni a Siviglia. Zagare bagnate come fondi di tè. E un’aria struggente di cose che non tornano. Abbiamo parlato di famiglia e amori, di come il cuore entra in inverno e di come arrivano volti rari, che lo riportano alla sua capacità di commuoversi, di vivere in qualcosa di simile alla fiducia e alla speranza. Oggi però è stato struggente, per l’idea di amicizia. Uomini che s’incontrano andando ai tori, fuori dai giorni, nell’anello dell’arena, nell’arena del qui e dell’ora, e condividono il senso della fine e della gloria dell’uomo che senza dèi alza la fronte controvento e resiste, resiste. Ho camminato per più di un’ora lungo le rive del Guadalquivir. Tutta quell’acqua aliena e inumana. Passava. Portava immagini di popoli e animali antichi, remoti, che sulle rive solo tardivamente andaluse hanno guardato acqua e tempo andare in nulla. Quell’acqua, quella di oggi, che non era affatto la loro, che era il suo scorrere, e allora il suo scorrere era assolutamente lo stesso, quell’acqua mi mostrava cose che non c’entravano nulla con le zagare o i tori o le famiglie o il mio commuovermi leggendo qualche riga de Il vecchio e il mare mentre penso che è la stessa commozione che mi raggiunge quando davanti agli occhi della mente si materializzano i volti vivi e fiduciosi dei miei figli. In teoria sarei qui per i tori. Per questo assurdo dispendio di vita, per questo potlach sensato e insensato che mescola sangue e manzanilla in un effimero che ha senso solo se pronunciato da chi cita l’effimero senza conoscerlo. Sarei qui per i tori. Sarei qui. Invece ci sono per trovare quella sempre più rara attitudine a commuoversi che sposta il duende dall’arena alla vita, depositata come in un fondale marino nei capelli lisci e lunghi delle Sivigliane, nei caracoles e nel gin tonic. Così abbiamo parlato di scrittura, abbiamo brindato ai libri che scriveremo, soprattutto abbiamo brindato a questa oscura credenza che ci spinge a vedere nello scrivere una lente per capirci e per capire il capire. E poi ecco. La plaza è magnifica. Non sono sensibile al tempo delle città. Lo vedo meglio se è annidato negli infissi di una trattoria di paese. Ma la plaza è una parentesi di tempo. Sì. Ancora questa assurda cosa del vago conforto di sentirsi in un flusso di corride-che-erano e corride-che-saranno. Come Hemingway, che si spara in bocca, ma che ha proprio lì nel cassetto la busta con i biglietti per Pamplona due settimane dopo. Il punto è uno solo: non ho più niente da dire. Paesaggi, tori, animismo, geoanarchia, cacciatori-raccoglitori, Appennino. Anche la commozione mista a nostalgia per chi ha solo vent’anni. Non c’è più niente da dire su tutto questo. Nemmeno sulle donne. La loro bellezza che passa e non passa, che per un istante magari hai, e che però non avrai mai. Tu la ami, lei non ti ama, lei ti ama, tu non la ami, voi vi amate, oppure non vi amate, ma bevete quel bicchiere al tramonto, che poi è l’ultimo. Anche qui non c’è più niente da dire. Tranne questo vissuto trabordante che entra solo di traverso nelle parole. Dove se ne va questa vita? Dove? Sono davanti al Guadalquivir. Enorme e senza nome. Che raccoglie le morti e le vite anonime da migliaia di anni. Mentre anche Siviglia è un fiume del nulla, che divora sole e bellezza, mostrandoli.

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Matteo Meschiari
(Modena, 1968) è antropologo e scrittore, oltre che aficionado. Ha visto la sua prima corrida ad Arles, il 26 marzo 2005: Victoriano del Río per César Rincón, Sebastián Castella, Miguel Ángel Perera matteomeschiari@uominietori.it

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