Eva Florencia Bianchini torera

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Higuera de la Sierra (Andalusia). È mezzanotte del 7 settembre 2006. L’estate sta finendo, la luna è perfettamente piena e gli appassionati di fenomeni astronomici aspettano una parziale eclissi: tra poco il 19 per cento del disco selenico sarà in ombra. Nessuno sa che in un allevamento di tori selvaggi andaluso l’eterno scontro tra essere umano e toro si sta per replicare. Chi abbia qualche rudimento di tauromachia, non si stupisce. È noto il motivo che spinge a toreare di notte, quando la luna è piena. Niente di romantico, in realtà.

Quel che si cerca è il buio notturno per sottrarsi al controllo delle guardie che proteggono gli allevamenti, e al tempo stesso la luce lunare che illumina animale e uomo, nella loro danza di guerra. La perfetta soluzione per quegli aspiranti toreri che non hanno soldi né conoscenze per prepararsi al combattimento nell’arena. Un fenomeno tipico del Novecento, però. Che nel nuovo millennio è ormai in disuso. E infatti nella notte andalusa del 2006 va in scena ben altro. Chi combatte il toro è una donna. Questa donna è italiana. Il toro è l’ultimo assieme a cui danzerà nella sua vita torera. E per questo ha deciso di affrontarlo senza alcuna protezione. La donna è nuda.

Dicevano gli antichi scrittori greci che per  raccontare la realtà è necessario mescolare verità e menzogna. Dicono i luoghi comuni che la realtà supera sempre l’immaginazione. Nella storia di Eva Florencia Bianchini sembra che la mano di uno scrittore ben consapevole di queste leggi sia perennemente all’opera. Tutto comincia quando Eva è adolescente. Non si chiama ancora Florencia ma Firenze è la città dove è nata nel 1978. Brava a scuola, lettrice curiosa, ha finito per innamorarsi della Spagna e delle sue tradizioni fuorché del rito per lei barbaro della corrida. Almeno finché non si trova di fronte alla foto di un torero che si fa passare le corna del toro a pochi centimetri dal petto. “C’era qualcosa di inspiegabile, in quell’immagine. Qualcosa che mi attraeva e che scardinava i miei pregiudizi” racconta ancora oggi. Quella foto le cambia la vita. Eva legge Hemingway, poi qualche libro rimediato in biblioteca e infine, siccome in Italia domina il silenzio sull’argomento, corre quotidianamente in edicola per procurarsi El Pais e ABC e divorarne le cronache taurine. Studia spagnolo, tappezza la sua stanza di mille foto, si esercita in salotto con una tovaglia, infine lo dice a chiare lettere: “Voglio essere torera”.

Comincia una storia che passa dalle mani dello scrittore a quelle dello sceneggiatore. A diciassette anni, poiché i genitori non sono affatto convinti che la tauromachia possa rappresentare un futuro, Eva mette da parte un po’ di soldi, scrive una lettera di addio e fugge. Treni, autobus, un passaporto scaduto, e finalmente l’Andalusia, Siviglia. Si trova dalle parti della Macarena, la vergine dei toreri, quando la sua telefonata per rassicurare i genitori viene localizzata dall’Interpol e il giorno dopo è riportata indietro dal padre. Mentre lascia in lacrime la città, Eva raccoglie un pugno di terra ocra, se lo infila in tasca e promette. Anche al padre chiede una promessa: che il giorno del suo diciottesimo compleanno la lasci libera di andare. È quel che succede. E finalmente inizia l’apprendistato.

Nella scuola taurina di Siviglia una ragazza italiana suscita clamore e molti dubbi. All’inizio Eva è spinta a esercitarsi con i bambini. Poi, di fronte alla sua dedizione, le cose cambiano. Nel giorno della prima vacca selvaggia da affrontare, la ragazza arriva all’appuntamento, ben fuori città, in bicicletta. Assieme all’allevatore che sorride della sua caparbietà ci sono un torero e un banderillero che vedono in lei il valore. La invitano a Higuera de la Sierra, un paesino a nord ovest del capoluogo. È lì che Eva trova l’amore del banderillero, la casa dove vive ancora oggi e un rigore e una disciplina che unici possono formare carattere e capacità torere.

Ogni giorno ore e ore di allenamenti. Arrivano le prime novilladas (corride in cui si affrontano novillos, tori fra i due e i tre anni di età) in cui Eva mostra coraggio e arte. I giornali si appassionano alla storia, gli esperti apprezzano la straniera che per prima sbanca nella Maestranza di Siviglia. Quando è il momento di offrirle l’opportunità del grande salto, però, tutto cambia. “All’inizio, il fatto di essere donna e italiana era un vantaggio, suscitava curiosità. Nel momento decisivo è diventato un ostacolo”. Ma l’ostacolo vero alla carriera che meriterebbe Eva (ormai per tutti Florencia, suo soprannome taurino) è altrove, in quel miscuglio di provincialismo, malaffare e favoritismi che è il cuore del cosiddetto mundillo taurino, il piccolo mondo di chi gestisce il carrozzone dei tori.

La lucidità con cui oggi Eva analizza il fenomeno servirebbe più che mai, in questi tempi di crisi in cui la speranza degli appassionati è che venga riconosciuta la corrida come bene culturale immateriale dal Parlamento. Del resto, come molti analisti sottolineano, se c’è qualcosa che può davvero fermare per sempre le corride, è la miopia di chi le gestisce in maniera padronale, senza voglia di rinnovarsi.  Qualcosa che nessuno come un giovane torero può raccontare meglio. E nessuno con lucidità maggiore di uno straniero, perdipiù donna. Perché ancora oggi per chi inizia, a parte i colpi di fortuna che costituiscono le classiche eccezioni, una carriera è possibile solo se si hanno conoscenze, ricchezza o un nome. “Una novillada costa sui 3000 euro. La dovrebbe pagare chi la organizza però… Be’, io non ho mai pagato. Ma se non paghi non torei. E se non torei non vai avanti”. Eva Florencia passa gli anni migliori allenandosi ogni giorno ma le opportunità nell’arena sono soltanto una o due all’anno. “Psicologicamente insopportabile”. Decide di smettere. Un talento enorme perduto.

Eppure basterebbe poco per aprire il mondo taurino alla novità. Basterebbe rimuovere il principale conflitto d’interessi. Quello tra due figure chiave: l’impresario, ossia chi gestisce l’arena di una o più città e dunque decide tori e toreri che lì combatteranno ogni anno; e l’apoderado, il manager del torero. Oggi, molti impresari sono anche apoderados, dunque favoriscono i loro toreri e quelli di altri impresari per vedersi ricambiato il favore, con il risultato “che si scambiano i toreri come fossero figurine mettendoli di fronte ai tori preferiti” dice Eva. Sempre gli stessi nomi e gli stessi allevamenti. Novità di giovani talentuosi eliminate sul nascere. E allevamenti di tori difficili da toreare e invisi alle star, messi nell’angolo, a volte costretti a mandare al macello la loro famiglia di sangue. “Ci vorrebbe poco. Ma la miopia impedisce di vederne il vantaggio” ripete Eva. Che nel frattempo ha cambiato vita e dipinge. Il soggetto principale dei suoi quadri non è così difficile da immaginare.

“Quando sei torero, sei torero per sempre. Perché tra te e il toro c’è come una linea immaginaria che segna lo spazio oltre cui sono i veri rischi. È la linea che cerchi costantemente di superare: solo superando te stesso puoi trovarti. Non è facile spiegarlo a parole. Ma certo è qualcosa che continui a fare sempre, anche quando hai smesso e hai perso irrimediabilmente una parte di te”. E così il suo quadro preferito e più sofferto è quello che ritrae un toro selvaggio che abbandona la mandria. “Il torero ama il suo toro, in lui cerca se stesso e io sono questo toro”. Lo indica, Eva Florencia, si ferma a guardare le rocce da cui l’animale sembra spiccare il volo. Il quadro è cupo, buio. È una notte di plenilunio.

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