Encierro!

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Dicesi 
encierro il lavoro con cui al mattino di una corrida, i sei tori vengono trasferiti dalle stalle dove sono rinchiusi (da cui letteralmente ha origine la parola encierro) alla plaza de toros in cui verranno combattuti nel pomeriggio. Spinti dai mandriani, i tori vengono accompagnati dai cabestros, castrati che tengono insieme il gruppo. A volte, assieme ai tori, corrono giovani e meno giovani, sfidando il pericolo e indirizzando i tori verso l’arena. In alcune località spagnole il rito dell’ encierro si è mantenuto nonostante oggi ormai il trasferimento sia operato per mezzo di camion. La corsa più famosa è certamente quella di Pamplona, cantata da Hemingway in Il sole sorge ancora, ovvero Fiesta.

Puntualmente il 7 luglio di ogni anno un servizio al tg ricorda agli italiani la “folle corsa” di Pamplona, con qualche immagine di repertorio e qualche banale informazione sulla festa, corredata dalle solite parole “gente ubriaca”, “mattanza di animali”, “folli notti” e così via.

Per chi è stato a Pamplona e ha vissuto los sanfermines, è difficile accettare giudizi così superficiali. Quando ripenso alla settimana di festa che ho vissuto per un decennio, trovo poche parole capaci di dire quel che sento. In una frase potrei dire che era vita. Vita pura che trovava la sua essenza nell’encierro

Dopo una notte insonne, la banda alle 6 di mattino iniziava a girare per la città, si mangiava un perrito caliente per recuperare le forze, si comprava il Diario de Navarra e ci si avvicinava al percorso. Lì si aspettava in un tempo sospeso. Si aspettavano quegli animali unici, forti, antichi. Si aspettava che la morte, viva nelle corna dei tori, ci sfiorasse in quell’antico umano rito sopravvissuto a millenni e a civiltà. Si aspettava che il sole sorgesse ancora. 

Tecnicamente è facile raccontare l’encierro se lo si vuole esaurire in numeri: 6 tori, 6 castrati che accompagnano i tori, 846 metri, circa due minuti e mezzo di corsa, un migliaio di persone lungo il tragitto. 

Immaginiamo se i nostri amori, i nostri orgasmi, i nostri lutti li riducessimo a quello, li privassimo della loro essenza, dei sentimenti, dei significati, cosa rimarrebbe? Una vita che non merita di essere vissuta, una vita senza duende

Seguendo al mattino in tv gli encierros degli ultimi anni mi è parso però che qualcosa stia irrimediabilmente cambiando. Da un po’ di tempo mi pare che il rito sia via via privato della sua essenza e la corsa stia diventando un’inutile corsa olimpica, sempre più veloce, sempre più priva di pathos. 

Il percorso da tempo è sempre lo stesso, da quando negli anni ’20 è stata inaugurata la nuova plaza de toros. Si parte dalla salita di Santo Domingo per passare di fronte al muro del Cantico, si passa velocemente dalla plaza del Ayuntamiento e si attraversa los Mercaderes fino ad arrivare alla curva della Estafeta dove il pastore Miguel Reta vigila sornione aspettando che passi la mandria. Da lì i 300 metri del falsopiano di calle Estafeta, senza vie di fuga, in cui di solito il gruppo di tori si divide leggermente e dove si possono vedere discrete corse e si può fare l’esperienza del pericolo. 

Il vero corridore di encierro infatti quando inizia a correre lo fa ponendosi davanti ai tori e cercando di indirizzarli verso la plaza de toros. Dunque corre a pochi centimetri dalle corna, e lì sfida le proprie paure. 

Infine la curva a sinistra di Telefonica e l’entrata nella plaza.

Il precedente percorso in quel punto deviava a destra verso la vecchia plaza situata fra le guiris del bar Niza e le straordinarie tapas del bar Gaucho. Si dice che fossero metri pericolosissimi. Difficile oggi farsene un’idea.

I morti nella storia dell’encierro sono stati sedici, quasi tutti spagnoli. Incredibilmente per ben due volte è accaduto che un medesimo toro uccidesse due persone: nell’80 e nel ’47. L’ ultima tragedia l’abbiamo purtroppo vissuta quando nel 2009 un toro di Jandilla chiamato Capuchino uccise all’ingresso della plaza de toros un giovane di Alcalà de Henares. Ricordo ancora l’infinità di fazzoletti rossi nel luogo della cornata, l’infinito minuto di silenzio prima della corrida, le lacrime, le eterne emozioni di quel giorno. 

Ricordo nei miei anni pamplonesi, dal 2003 al 2013, encierros emozionanti, paurosi, sanguinari, veri, non banali corse di velocità. Credo che anche la festa nel frattempo stia diventando un inutile party con happy hour, dj e sciabolate di champagne. Perché tutto sta inesorabilmente cambiando e si sta adattando alla modernità. 

Cambieremo anche noi? O continueremo a vedere nelle fiestas spagnole, nei tori, negli encierros qualcosa di unico? Siamo noi solo inutili romantici destinati prima o poi a piegarci di fronte al male della banalità?

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