La lezione di Paco Ureña

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Foto Alcolea

Era il 4 ottobre del 2015. Las Ventas, tori di Adolfo Martín, ultimo toro della feria autunnale.

Non ho mai più pianto, ai tori, da allora. Da quel momento in cui Paco Ureña tirò fuori finalmente qualcosa che da anni gli vedevamo dentro e sembrava destinato a apparire fugacemente, come se mai gli fosse possibile realizzare davvero i suoi sogni. Poi improvvisamente accadde.

C’eravamo tutti, noi di Uomini e Tori, quel giorno. Ma non riuscimmo a dire nulla, come capita sempre in momenti di estasi sublime, l’estasi che solo una faena da sogno riesce a darti, la faena perfetta, sia come sia del suo epilogo, quando l’uomo riesce a superare se stesso, a entrare nel dominio dell’animalità, mentre il toro sembra diventare umano, capace di arte, ossia l’arte che solo l’umanità animale del torero sognante riesce a dargli. Sono i momenti in cui abbiamo l’impressione di capire cosa sia il Minotauro.

Tre naturales a piedi uniti, un pase de pecho trionfale e il torero che impazzì. Non ci accorgemmo allora che Paco Ureña era scoppiato a piangere (come in seguito mostrarono le immagini televisive), ma forse lo intuivano tutti, perché la commozione era palpabile. Cambi di mano, possessione divina, una voglia di consegnarsi al toro mentre il toro si consegnava all’uomo.

Non fu fortunato, allora, con la spada, Ureña. Gli è capitato spesso, purtroppo. Abbiamo aspettato il trionfo ogni anno, il trionfo definitivo, a Madrid, dove si diventa toreri per l’eternità. Quel trionfo completo non è mai arrivato. Lo ha sfiorato più volte, questo torero murciano, classe 1982, matador dal volto che pare uscito da un dipinto di El Greco: mascella scolpita e sguardo malinconico e sognante, pieno di amore e desolazione, attesa e rimpianto, sogno e tragedia. Un torero da favola. Per quanto mi riguarda, il migliore in questi anni di grottesco declino.

Lo abbiamo atteso e lo attendiamo ancora. E speriamo per lui, ora che vive ore drammatiche.

Ieri sera, mentre toreava con il capote il quarto toro della tarde, è stato colpito violentemente a un occhio da un toro di Alcurrucén. Minuti nel callejón dove gli è stato consigliato di rientrare in infermeria, ma il dovere di un torero è uccidere il suo animale, un dovere sacro, e Ureña non si è sottratto. È rientrato nell’arena, ha lavorato con la muleta per riuscire a educare un toro difficile, ha trovato il ritmo di qualche passo e è uscito fra gli applausi di ammirazione del pubblico di Albacete.

Si chiama vergüenza torera. È quella qualità dell’uomo che pur di rispettare se stesso, sa provare vergogna e lo fa a viso aperto, tanto da superarsi in azioni assolutamente fuori dalla norma. In ballo c’è l’onore di fare un mestiere d’arte in cui non ci si può sottrarre dai propri doveri nei confronti dell’animale che dovrà concedere la sua vita. Ureña ha dato una lezione eterna, ieri sera. Inutile discutere se fosse bene o meno rientrare immediatamente in infermeria.

Quel che è seguito lo sanno tutti. Il trasferimento in ospedale per un’operazione di chirurgia oftalmica che pare abbia salvato l’occhio ma non la vista. Rottura della cornea. Si saprà nelle prossime ore e nei prossimi giorni più precisamente la conseguenza di una delle ferite più drammatiche che si rischiano nell’arena. Noi non smettiamo di ammirare la torería, la dignità, il rispetto. Quelle doti altissime che non si ricevono alla nascita ma su cui si lavora con tutta l’anima e tutta una vita. Doti che rendono eterno un torero al di là ei suoi trionfi. E che rendono immortale la più vera sfida dell’uomo a se stesso. Succeda quel che deve succedere nelle contingenze di questi tempi in cui nulla ha più valore. Questa è la verità della tauromachia.

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Matteo Nucci
Matteo Nucci (Roma, 1970) è scrittore, oltre che aficionado. Negli anni Novanta a El Espinar, durante una notte interminabile, vide vaquillas correre nella plaza. Era l'inizio della febbre tauromachica

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