Destino Granada. Leggerezza

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Foto M. Nucci

GRANADA. Al mattino di un sabato di feria, le strade delle città spagnole sono un miracolo. Non c’è nessuno in giro ma è un deserto in cui nessuno crede perché il vuoto e il silenzio sono l’espressione di una pienezza tracimante. Di notte, le luci del recinto feriale hanno scintillato nella polvere dei viali fino all’alba e in poche ore tutto ricomincerà. Nei bar, vecchi in giacca e cravatta leggono pile di giornali. Le porte delle abitazioni sono socchiuse su oscurità misteriose. Secchi pieni di acqua e sapone sporgono dallo stipite rilasciando odori che si riversano sul cemento finché il sole non li assorbe. Sono i giorni in cui i tigli infestano di attesa estiva ogni città mediterranea e si ha l’impressione che una leggerezza piena di pericoli sia in agguato. Che cos’è questa leggerezza? Che pericolo porta con sé? E da quale mistero ha origine?

A Granada, per cercare di dissipare il mistero della leggerezza basta andare all’Alhambra. È una delle più sconcertanti meraviglie in cui sia possibile immergere i propri sensi, una delle esperienze estetiche più mostruose che si possano vivere, dunque non ne dirò nulla. Solo che è la leggerezza e un senso di estasi che ci scaraventa lontano dalla pesantezza corporea ciò che chiunque vive aggirandosi fra i palazzi nazaries. Nulla di antitetico a una sensualità furibonda, però. E infatti ciò da cui questa leggerezza scaturisce è il tracimare dell’arte e della pietra intagliata al punto da superare la sua intollerabile inesauribile pesantezza. Ciò che è veramente leggero ha origine dal corporeo in cui è la forza di gravità a dominare.

Se prendete in mano un capote torero dopo aver visto con quale sublime movimento dei polsi sa renderlo etereo un artista come Morante de la Puebla avrete un’altra prova di ciò che davvero è la leggerezza. Se assistete a una corrida in cui un senso di estasi dolorosa sembra farvi levitare, sapete che è la forza gravitazionale della tragedia ciò da cui sgorga, tracimante, quella finale sensazione eterea dell’effimero che unico fra le cose mortali diventa eterno.

Una delle prove tecnicamente più chiare di tutto ciò sta in alcuni passi toreri che sono pieni di tragedia e che pure hanno avuto origine dalla commedia e che, proprio per questo, possono sollevarvi in una dimensione in cui il vostro corpo è talmente pesante da perdere improvvisamente ogni senso. Prendiamo per esempio la manoletina. È un movimento inventato da un torero fallito che fece fortuna negli spettacoli allora molto comuni di toreo comico. Il suo apodo era Llapisera e il suo nome Rafael Dutrús Zamora. Valenciano di fine Ottocento, parodiando la tragedia, Llapisera fu capace di creare un movimento che alla tragedia sarebbe tornato, sotto i polsi di una delle figure più tragiche del toreo novecentesco: Manolete.

È difficile dare alla manoletina la sua dignità tragica. Ci vuole un vero torero che sappia far sgorgare leggerezza dalle pieghe del panno, pieghe che con eleganza sublime in un movimento pesante e complesso sembrano capaci improvvisamente di librarsi eteree lanciando il toro nel nulla e avvitando il torero in una levità incorporea in cui tracima la sua stessa pesantezza. Solo pochi grandi toreri dovrebbero concedersi il lusso della manoletina. Il pericolo infatti si annida in una sorta di delitto. Ovvero la possibilità che il tragico nato dal comico si trasformi nuovamente in comico, gettandoci nel ridicolo. Allora una pesantezza di morte senza appello e senza bellezza è pronta a accoglierci. Una pesantezza che potrebbe stritolarci.

È quel che è accaduto ieri sera nella plaza de toros di Granada in una delle corride più pesanti a cui io abbia assistito negli ultimi tempi. Tori che di selvaggio ormai hanno ben poco sfornati dal temutissimo Matilla. Toreri tanto amati e acclamati che da vent’anni calcano le arene mietendo successi come Morante de la Puebla, El Juli, El Fandi, abituati ormai soltanto a onori e glorie privi di sfida. E solo un brivido di leggerezza nei polsi di Morante con il suo primo toro. Poi via via una pesantezza senza appello. E mai una timida possibilità di riscatto estetico per i nostri sensi di esseri umani dominati dalla finitezza e dall’effimero.

Nulla spiegherebbe meglio questa tragedia comica che si fa ridicola della manoletina che El Fandi ha somministrato in ginocchio al suo toro. Una tragedia nata dal comico che al comico tornava perché si aveva l’impressione che ci fosse un nano nella plaza de toros, il classico nano che appariva negli spettacoli di toreo comico. Una goffaggine insulsa per raccattare applausi e ovazioni così priva di leggerezza da far sprofondare in abissi di tetra malinconia. Eppure, come diceva Pepe Bergamín, non esiste corrida da cui si esca privi di insegnamenti capaci di farci crescere. È vero. Da tanta inutile goffaggine paradossalmente si esce rinati. Si ricomincia a percepire l’odore dei tigli per quello che è. Ossia qualcosa di leggero solo quando sappiamo metterlo accanto all’odore di merda di cavallo che domina le strade di una feria andalusa. Eccolo allora il vero odore che prende piede nel mattino di un sabato feriale, mentre il sole cresce e il nostro corpo è pieno. Un odore tracimante bellezza. Aspettiamo José Tomás.

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