Così muore un toro

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di Giuditta Borelli

Il collo morbido, la testa bassa, il corpo che oscilla disegnando una s nell’aria sospesa. Un passo lento dietro l’altro, la lingua scura fuori dalla bocca, un rivolo di sangue color vinaccia. Intorno tutti lo guardano, gli oltre 13mila spettatori dell’arena “no hay billhetes”, gli uomini della cuadrilla, il torero. Gli sta così vicino che il battito affannato del toro sembra dargli il tempo mentre gira le mani nel cielo come a dire “ora sta per succedere”. Poi le zampe crollano al suolo, tutto insieme l’animale cade e rompe il silenzio, il corpo vacilla di fianco, bascula, poi si abbatte mentre gli applausi crepitano nell’arena. Era così che moriva un toro? L’avevo visto solo una volta prima di questo 7 settembre, era a Madrid; l’avevo fatto come si vede il Prado, da turista, e avevo anche comprato il cartel, che per anni era rimasto affisso nella mia stanza di universitaria fuori sede. Sono passati 18 anni da allora. Stavolta sono venuta ad Arles solamente per vedere l’ultima corrida di Juan Bautista, torero francese originario della città della Camargue, che in occasione della Feria du Riz, la festa per la raccolta del riso, dopo aver interrotto l’attività da matador ha deciso di salutare il suo pubblico con un’ultima corrida. Con una goyesca, con costumi modellati sui disegni di Francisco Goya, orchestra, soprano, coro e decorazioni, quest’anno ispirate a Van Gogh che in questa città lasciò un lobo, ma questa è tutta un’altra storia. Bautista dice addio con un mano a mano con lo spagnolo Enrique Ponce, di ritorno dopo una brutta incornata a Valencia. Al suo posto doveva esserci Roca Rey, infortunato. E mi dicono che la sua assenza è un vero peccato.

Alle 17, dopo l’inno spagnolo e la marsigliese, è Ponce a iniziare. Seguo l’uscita del toro, le cappe che si muovono come ali di farfalla, l’ingresso del picador annunciato dalla musica, bardato come un guerriero medievale. Antico. Poi la faena, il confronto, lo stupore per quel toro grandioso che punta la zampa nell’arena e carica, alzando un fumetto. Ponce è elegante e manierato, i piccoli passi, il corpo che si impenna, le spalle al toro e i sorrisi al pubblico. Poi la stoccata finale. Era così insomma che moriva un toro. Nella mia memoria all’affondare della spada l’animale cadeva immediatamente al suolo, zampe all’aria. E invece no. Quello era solo il ricordo alterato di una ragazza impaurita dalla morte. Stavolta è tutto dettagliato, voglio vedere la profondità dei colpi, voglio rompere il tabù, annusare l’aria, voglio vedere la morte. E invece vedo l’amore. Uscendo con i brividi sulle braccia, stordita e con il corpo sudato dal sole e dall’emozione, penso che la corrida è un atto d’amore profondo nei confronti del toro. Lo scopro vedendo l’ultima – mi spiegano il giorno dopo nelle interminabili conversazioni taurine – epica faena di Juan Bautista.

Abito verde scuro con ricami neri e rossi, capote de paseo decorato con dei girasoli, capelli ben pettinati all’indietro, le calze oscenamente rosa, le scarpette morbide. Juan Bautista è un uomo bellissimo, con un “cara molto poco de toros” e un fascino antico. L’ultimo toro dell’ultima corrida della sua carriera lo accoglie in ginocchio, e persino io, che fino ad allora ne ho visti morire solo pochi altri, capisco subito che quello che sta per succedere appartiene già alla storia. Ingenioso è un animale favoloso, pelo fulvo, 530 chili, scattante, poderoso.  Il picador lo affronta dalla distanza, frontale, e quando si avvicina il colpo è perfetto. Le banderillas arrivano veloci, due le impone lo stesso Bautista, poi inizia l’atto finale. Il torero si toglie le scarpe e resta scalzo sulle note dell’”Ave Maria” di Caccini/Vavilov, il resto è uno stato di grazia che toglie il fiato. Una danza piena, accorciata nelle distanze da abbracci e baci sulla groppa di Ingenioso, che dura pochi minuti ma lascia il desiderio dell’infinito. Esco dalla mia estasi quando intorno inizio a vedere svolazzare i fazzoletti bianchi. Il mio vicino ne agita uno, gli domando cosa stia succedendo. “La grâce”, mi risponde. La grazia appunto. E’ l’indulto quello sta chiedendo tra gli applausi questo pubblico esaltato, mentre il tramonto si è fatto rosa. E la presidentessa acconsente mostrando il panno arancione sulla balaustra. Bautista lo apprende dal fragore del pubblico, si mette in posizione, simula il gesto della spada e piazza la mano sul collo del toro, là dove il colpo avrebbe dovuto uccidere. Quello che segue è tutto così rapido e grandioso che raccontarlo mortifica la perfezione. Ingenioso che esce di scena, ritorna al toril, l’arena che monta, che piange mentre la moglie di Juan Bautista gli canta l’”Hymne à l’amour” di Edith Piaf. Portato a spalla Bautista va incontro al trionfo in una Arles gonfia di emozione, tra gli applausi e le urla della sua gente che scortandolo fino all’hotel gli grida “torero, torero”.

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