Corrida: di tori nell’era dei gattini

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Miquel Barcelò, Banderillas, 2015

Ero in gelateria, qualche giorno fa. Una signora dall’aria benestante e con fare affettato ha ordinato uno scodellino di gelato vegano per il suo cane. La bestia l’ha consumato sbavando più di quanto fosse moralmente accettabile, accovacciato lì fuori di fronte alla panchina di plastica bianca e pulita: la sua mamma (virgolettato) glielo serviva direttamente sulla lingua umida, e i due erano lì, uno di fronte all’altro, a formare un quadro apocalittico e definitivo. Un gelato vegano per il cane, una donna che gli si propone genitore.

Abbiamo perso gli animali. Ne abbiamo 60 milioni nelle nostre case, solo qui in Italia, 60 cazzo di milioni, eppure gli animali non ci sono più, sbranati dai gattini che invadono i social, estinti dall’impatto letale dei cappottini per l’inverno, spazzati via dalle crocchette al gusto salmone e riso. Inutile ogni tassonomia: oggi si concepiscono solo due grandi mondi, senza alcuna speranza di mobilità sociale: i nostri amici a quattro zampe con noi e di là tutti gli altri. Di là quelli che puzzano o mordono, quelli sporchi o brutticci, quelli che hanno la scandalosa presunzione di non ubbidire, non scondinzolare, non fare gli occhioni dolci. Di qua, con noi, gattini e cagnetti e coniglietti ormai ascesi a membri ufficiali delle famiglie.

Poche bugie: la corrida ha i giorni contati in questo scenario di insostenibile politically correct che è ormai trasceso al non umano. Il processo di antropomorfizzazione è irreversibile, ha vinto Disney, è l’Era dei Gattini. C’è chi propone di candidare un cane alle prossime elezioni, il circo Barnum ha smontato per sempre l’ultimo tendone e ormai le balene rimaste quando vedono un barcone di Greenpeace scappano invocando Achab.         I tori? figuriamoci.

Parliamo di corrida dunque finché siamo in tempo. Discutiamone, raccontiamola, condividiamola, azzuffiamoci, parliamone tanto. Non per prolungarne illusoriamente l’agonia, ma per salvarci per mezzo suo.

Perchè i tori si ammazzano tra di loro e poi pisciano in pista, perché all’arena c’è l’afrore acido del sudore e il puzzo vergognoso del sangue, perché nello sguardo di un toro ci sono millenni di bravura e la sfrontatezza della bestia, perché un toro che carica è il disordine irrazionale e violento della natura che non si piega, perché i tori feriscono, perché i tori uccidono.           

Perché per il toro vivono e muoiono uomini, di fronte a diecimila anime o nel silenzio cupo del campo oggi, oggi ancora, le corna del toro strappano brutali la vita e ogni volta che un torero infila la sua spada nel cuore di un negro bragado meano ci ricordiamo della grandezza dell’uomo e della verità del mondo e della meraviglia della bestialità.

Perché la corrida è l’ultimo mezzo che ha l’occidente dei gattini per salvare sé stesso e gli animali da sé stesso, per difendere e celebrare l’animalità come patrimonio unico e irripetibile del mondo. Perchè la corrida è una sacca di eroica anacronisticità, perché la corrida è l’ultima speranza, l’ultima trincea. Perché i tori sono resistenza e verità. E passione infinita.

 

 

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Luigi Ronda
Luigi Ronda (Piacenza, 1973) è cooperatore, oltre che aficionado. Ad Arles pioveva e César Rincon infilò la spada in Pitillito di Cortés. Cominciò così, nel 2005.

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